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Un mondo demondializzato e’ un mondo in guerra
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Articolo di Redazione
4 gennaio 2017 12:31
 
 Intervista a Michel Foucher, geografo
D. A quando fa risalire la prima mondializzazione?
R. La mondializzazione comincia nel momento in cui uno Stato estende la propria influenza a 360 gradi. Ricordiamo la formula di Carlo V, che regna dal 1516 al 1556”: “Sul mio impero, il sole non tramonta mai”. La prima mondializzazione arriva precisamente alla fine del secolo XV, durante il periodo degli anni 1492-1520. Questo impero universale e’ il frutto delle esplorazioni marittime spagnole e portoghesi che furono intraprese in seguito alla vittoria sul regno di Granada (2 gennaio 1492) che chiuse il grande confronto tra Islam e Cristianita’. Tutta l’energia liberata ando’ in un certo modo trasferita nella conquista dell’America spagnola e piu’ tardi nella circumnavigazione stimolata da Magellano. Il papa spagnolo Alessandro VI, nella sua bolla del 1493, da' al re di Castiglia e Leon una missione di evangelizzazione degli abitanti delle isole e dei continenti da scoprire. E’ il primo documento di divisione del mondo: “In virtu’ dell’autorita’ di Dio onnipotente che abbiamo ricevuto dal benemerito Pietro, noi diamo, concediamo, trasferiamo in perpetuo e in seguito, queste isole e questi continenti, con tutte le loro dominazioni, citta’, fortini, luoghi e campagne, diritti e giurisdizioni, a voi ed ai vostri eredi e successori...”. Il papa e’ il padrone del mondo conosciuto.
Poi il monopolio spagnolo e’ rotto dai portoghesi. L’impero portoghese si appoggia sul Brasile, l’Africa e le Indie. L’impero spagnolo si estende alle Filippine, al Messico ed a tutta l’America iberica. E’ la prima mondializzazione.
D. Come reagisce la Francia? Pensiamo alla celebre frase di Francesco I: “Vorrei vedere la clausola del testamento di Adamo che mi esclude dalla divisione del mondo”.
R. Francesco I nega questa interpretazione. Il papa precisa con questo contesto che ogni terra nuova scoperta da un re cristiano sara’ sua. Francesco I si lancia nella guerra delle conquiste con i suoi corsari e nella conquista di cio’ che diventera’ il Canada. E’ la storia di Jacques Cartier. Ma quello che bisogna capire -ragiono in termini geografici e storici- si esplica in tre punti.
Primariamente, tutti gli imperi precedenti quelli di Carlo V sono imperi regionali, anche se qualcuno, siccome il mondo all’epoca e’ poco conosciuto, crede di essere il cuore del mondo.
Il secondo punto, la mondializzazione e’ una questione occidentale dal 1492 fino all’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) nel 2001. Tutte le spedizioni, tutte le esplorazioni del mondo -verso l’Artico, l’Antartico o l’Africa- sono occidentali. E’ bene ricordare che quelle del cinese Zheng He, nell’oceano Indiano, furono nettamente fermate per iniziativa della Cina stessa, senza nessuna conquista territoriale.
Il terzo punto, la logica profonda di questa prima mondializzazione e’ ideologica, religiosa. E’ in nome del cristianesimo, dell’evangelizzazione, che si colonizza. Poi, progressivamente, a partire dal XIX secolo, in nome della superiorita’ della civilizzazione europea, poi della democrazia liberale e del libero scambio, infine dei diritti dell’uomo, che io considero la vera fede da diffondere, con forza o influenza. Cosi’ hanno fatto gli americani in Iraq nel 2003.
D. Dopo il periodo delle grandi conquiste, quali sono state le tappe successive?
R. Una seconda mondializzazione dominata dai britannici inizia nel XIX secolo, con dei nuovi mezzi tecnici. Si passa dalla caravella alla bussola -l’era della circumnavigazione- alla navigazione a vapore a partire dal 1850. La navigazione diviene molto piu’ precisa gazie alla cartografia di una parte dei fondi marini. A questo si aggiunge il telegrafo elettrico tra Parigi e Londra -le due principali Borse- nel 1852. Fino al 1914 l’economia sara’ estremamente aperta. La Francia e’ allora il primo cliente della Germania, e viceversa.
D. Come definisce la terza mondializzazione?
R. E’ una mondializzazione americana il cui esordio colloco tra il 1978 e il 1991. Vediamo qualche tappa fondamentale. All’inizio, il viaggio del dirigente cinese Deng Xiaoping in Usa, nel 1978, nel corso del quale lo si vede ovunque con in testa un cappello texano. Lui ha capito tutto. Il suo Paese adotta l’economia di mercato -col metodo cinese, senza aperture politiche. In seguito, negli anni 1980, Ronald Reagan e Margareth Thatcher deregolamentano il mercato e poi, dopo il fallimento di formule politiche attraverso il mondo, il mercato ingloba i vecchi spazi sovietici. E’ l’era dell’estensione del dominio del mercato. Infine, il WTO fissa delle regole di sicurezza giuridica per il commercio internazionale.
D. Quali sono i principali strumenti di questa nuova mondializzazione?
R. Io direi Internet e i contenitori. Internet si espande in tutto il mondo intero grazie ai satelliti e ad una rete di fibre ottiche senza precedenti. Si contano attualmente 321 cablaggi sottomarini che collegano tra loro i continenti. Le principali assi sono Londra-New York, Los Angeles-Tokyo, Marsiglia-Alessandria, la rotta delle Indie, il grande periplo dell’Africa. Cioe’ un milione di chilometri di cablaggi sottomarini. La rivoluzione del contenitore, nel 1990, ha permesso ai costi di trasporto di abbassarsi continuamente.
La mondializzazione oggi ci fa vivere in un mondo connesso; e’ un processo costante di interconnessione. Con dei luoghi dove si trovano chi fa gli ordini e dei luoghi in cui gli stessi vengono eseguiti; dei centri e delle periferie…
D. Ma siamo entrati in un ciclo di demondializzazione?
R. La “demondializzazione” che sta iniziando e’ in realta’ una deoccidentalizzazione della mondializzazione. La sola forza in grado di condurre questa offensiva e’ la Cina, che utilizza le tecniche dell’economia liberale. Non c’e’ quindi una demondializzazione in senso proprio. Assistiamo alla perdita del monopolio occidentale della mondializzazione. Da qui questo sentimento di malessere in Occidente, il sentimento di un declino perche’ non si controlla piu’ tutto. Il mondo nel quale viviamo non corrisponde piu’ al mondo che abbiamo studiato sui nostri libri di geografia. I cinesi fanno meglio di noi coi nostri strumenti!
D. Come procede la Cina?
R. Essa ragiona sul lungo termine dandosi delle possibilita’. I cinesi sono i soli ad avere una visione ed a utilizzare tutti i mezzi della mondializzazione per imporsi. Pechino ci prova creando delle nuove istituzioni come la Banca d’investimento nelle strutture di Shanghai. Non è per niente che si può temere uno scontro tra Donald Trump e la Cina. E’ scritto nella storia. Una potenza in crescita vuole il suo posto al sole. Un quarto ciclo di mondializzazione sta per cominciare, multipolare. La Cina ne diviene, coi nostri mezzi, il grande attore e si afferma come un medico curante, un produttore di norme. E’ quella che io chiamo una grande emancipazione -cosi’ come la decolonizzazione. La Cina sta per interrompere il monopolio americano/occidentale sul mondo.
D. Perche’ oggi si parla molto di demondializzazione?
R. Gordon Brown e’ stato il primo in Europa ad evocarla nel 2009, nel forum di Davos, per preoccuparsene. Lui considerava che la reazione degli Stati Uniti non era abbastanza vigorosa per arginare la crisi finanziaria dei subprime provocata dall’avidita’ dei banchieri di New York. Arnaud Montebourg ha ripreso il concetto deviandolo. Bisognerebbe dimenticare questo termine, e’ uno slogan! In altre parole si direbbe anticapitalismo. La demondializzazione e’ confusa con la reindustrializzazione. Un fenomeno positivo che esiste in Germania e in Svezia. Questi Paesi non hanno demondializzato. Essi hanno ricostruito il loro tessuto industriale su delle nuove basi.
D. Quali sono i motivi della domanda di una demondializzazione?
R. La disoccupazione, la deregolamentazione e le sue conseguenze, gli attentati e soprattutto le immagini diffuse degli attentati, i flussi migratori producono un ritorno della domanda di sovranita’. Il terrorismo si apre su un bisogno di protezione, quello che io chiamo il ritorno delle frontiere. Questa esigenza di piu’ Stato e’ evidente in Europa e in Usa. Si tratta di una risposta ai vari eccessi che ci sono stati dal 2008.
D. Questa necessita’ che si esprime e’ in termini di fantasia?
R. No. La parte di fantasia verte piuttosto sulla difficolta’ di accettare la fine del dominio dell’uomo bianco. Viviamo male lo sviluppo degli altri. Per dirlo brutalmente, si preferisce il terzo-mondo e le opere di carita’. Si vede anche una contraddizione, soprattutto in Francia: i produttori hanno interesse a beneficiare dei mercati locali, regionali, nazionali, ed i consumatori ad acquistare al miglior prezzo dei prodotti internazionali. A Natale, e’ stato il momento dei giocattoli cinesi, a spese dei giocattoli di legno fabbricati in Jura!
D. Si puo’ realmente assistere ad un ritorno indietro della mondializzazione?
R. Si’. Per almeno due ragioni. Prima di tutto, i periodi di guerra sono propizi a questi ritorni indietro. Il 1914 ne e’ dimostrazione. In mondo demondializzato, e’ un mondo in guerra. Lo dico pensando a Francois Mitterand che aveva espresso il suo convincimento nel 1995, nel suo ultimo discorso al Parlamento europeo di Strasburgo: “Il nazionalismo e’ la guerra”. Dei colpi di arresto alla mondializzazione sono anche prevedibili. Ci saranno delle frizioni tra Usa e Cina. Gli americani imporranno dei diritti doganali ai prodotti cinesi. Si possono avere delle decisioni giustificate di protezione sull’acciaio da parte di Washington e Bruxelles. O decisioni esagerate provocando una reazione a catena tanto più importante, visto che il mondo connesso è un mondo interdipendente. Si assiste gia’, in ogni caso, ad una contrazione del commercio mondiale, che cresce meno velocemente rispetto alla crescita.
Inoltre, le sanzioni sono un altro modo di demondializzazione. Una sanzione e’ come mettere un Paese fuori del mondo, farlo uscire dal mondo connesso interdipendente. Si punisce. L’Iran, la Russia; ieri l’Africa del Sud. Si tratta di una demondializzazione imposta, circoscritta e moralizzante. Attenzione, le sanzioni rendono le societa’ piu’ intelligenti. Guardate gli iraniani che hanno creato il loro proprio Internet.
D. Non sono i soli…
R. Internet produce a sua volta delle frontiere. Cosi’ e' la Cina con Baidu, contro Google. E nella maggior parte dei Paesi arabi, in Russia e in Corea del Nord, i contenuti di Internet sono controllati. Prendiamo per esempio gli spazi geografici dove i cablaggi di fibre ottiche arrivano -Alessandria, Marsiglia, la Bretagna, l’Irlanda, l’est degli Usa, Singapore…- tutti questi luoghi sono fragili e spiati. Una rottura puo’ sopraggiungere.

(Intervista di Eric Fottorino e Laurent Greilsamer, pubblicata sulla rivista “le 1” del 03/01/2017)
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