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Narcoguerra. Una Guantanamo nel centro di Manhattan per El Chapo Guzman
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Articolo di Redazione
3 febbraio 2017 17:30
 
 In pieno centro di Manhattan, un edificio ha catturato negli ultimi giorni l’attenzione dei media. A prima vista, i dodici piani in mattone del numero 150 di Park Row passano impercettibili a fronte della maestosita’ degli edifici municipali, la chiesa di San Andrés e il porto di Brooklyn, dove passano piu’ di 4.000 persone ogni giorno.
Le telecamere della vigilanza e le barricate di acciaio che circondano la strada -interdetta al traffico- fanno capire che non e’ un edificio qualunque. Cosi’ come le sbarre che si intravedono dietro le finestre coi vetri scuri. In realta’, e’ uno dei centri di detenzione di massima sicurezza degli Stati Uniti, il Metropolitan Correctional Center (MCC).
Qui e’ stato portato Joaquìn Guzmàan, alias “El Chapo”, dopo che e’ stato estradato dal Messico lo scorso 19 gennaio; uno dei narcotrafficanti piu’ ricercati dalla CIA, capo del cartello di Sinaloa e famoso per essere fuggito da due prigioni di alta sicurezza del Messico.
La Procura degli Usa lo accusa di 17 crimini come partecipazione ad un’impresa criminale per produrre e distribuire cocaina, eroina, metamfetamina e marijuana; riciclaggio di denaro; e uso di armi per delitti relazionati con traffico di droghe. Secondo l’accusa El Chapo avrebbe potuto guadagnare piu’ di 10.000 milioni di dollari. La condanna all’ergastolo e’ nell’aria.
Dopo che il magistrato James Orenstein gli ha letto a Brooklyn le accuse per la Corte est di New York lo scorso 20 gennaio, El Chapo si e’ dichiarato non colpevole, ed e’ stato trasferito al MCC in cui sono imprigionati piu’ di 700 reclusi (la prigione ha una capacita’ di 800 posti tra uomini e donne) e dove in passato sono transitati anche collaboratori di Osama Bin Laden; l’ideologo dell’attentato al World Trade Center nel 1993, Razi Ahmed Yousef; e mafiosi delle potenti famiglie di New York come i Gambino. Il viaggio, di poco piu’ di 3 Km e con forti mezzi di sicurezza, lo ha portato da Brooklyn a Manhattan.
Una delle avvocate d’ufficio di El Chapo, Michelle Gelenrt, alcuni giorni fa ha riconosciuto che Guzman “e’ stato in una cella di isolamento, chiuso per 23 ore al giorno”. Nell’ultima settimana il narco “non ha potuto fare telefonate e si e’ potuto vedere solo con Michael Schneider, con me e la nostra équipe, nonche’ con un avvocato privato che ci e’ stato per pochissimo tempo”, ha spiegato Gelenrt al quotidiano El Mundo. L’avvocato fa parte di un’organizzazione senza scopo di lucro di Difensori Federali di New York, che difende chi, accusato, non puo’ permettersi un avvocato. Un profilo che non sembra che sia proprio quello di El Chapo.
Condizioni disumane
Secondo l’avvocato, e’ difficile che la persona che difende abbia un avvocato privato nel momento in cui “non e’ stato in grado di parlare in assoluto con la sua famiglia. Questa e’ una decisione che normalmente viene presa nel suo insieme”.
Agli ingressi del Centro Metropolitano si ritrovano ogni giorno famigliari che riempiono la documentazione necessaria per passare il primo controllo di sicurezza e poter stare almeno un’ora coi propri cari. Non sembra sia il caso di Emma Coronel, moglie di El Chapo, che scrive a suo marito via Twitter quasi ogni giorno da quando lo hanno portato a New York. “I due sanno, per essere realisti, che devono pagare un alto prezzo: distanza, tempo, problemi e sacrifici. Ne e’ valsa la pena”, gli ha detto pochi giorni fa.
Il Centro Metropolitano -che e’ stato inaugurato nel 1975- e’ stato denunciato da Amnesty International nel 2011 per le condizioni disumane in cui vivono i detenuti. Specialmente nelle “Unita’ di alloggio speciali” (SHU), situate agli ultimi due piani, dove ci sono poco piu’ di una decina di detenuti le cui celle sono illuminate 24 ore al giorno. Cosi’ come fa sapere un ex-detenuto di questo centro al quotidiano “The New York Times”, “le condizioni in questa zona sono peggiori che nella baia di Guantanamo”.
Fin quando nessuna fonte ufficiale confermera’ la localizzazione precisa, si reputa che Guzman stia nella “10 Sud” del Centro, riservata ai detenuti di “alta pericolosita’”. Una categoria di cui fa parte il narco dopo le sue due fughe precedenti. Nel 2001, e’ scappato in una carrello della lavanderia con l’aiuto di funzionari della prigione, e nel 2015 attraverso un tunnel scavato da persone che lavoravano per lui da una casa che era presumibilmente abbandonata e che collegava la sua cella.
In seguito all’estradizione di El Chapo in Usa, il vicedirettore della FBI, William Sweeney, ha ricordato che “e’ uno dei piu’ pericolosi e temuti narcotrafficanti” che sara' giudicato dopo decine di anni che e’ riuscito a sfuggire alla giustizia.
Proprio oggi e’ prevista una visita del narco al tribunale dell’Est di New York a Brooklyn davanti al giudice Brian Cogan. E sembra che El Chapo sara’ presente. Il magistrato ha ordinato la settimana scorsa che l’accusato partecipasse in videoconferenza per “ridurre al minimo i pericoli del trasporto fisico”. La difesa ha presentato un’obiezione alla decisione di Cogan questo lunedi’ 30 gennaio. “Il signor Guzman chiede di essere fisicamente presente davanti al giudice”, e’ scritto nella richiesta fatta giungere al magistrato dove si argomenta che e’ necessario “per garantire un processo giudiziario giusto”. Finalmente il giudice ha poi dato via libera perche’ fosse trasportato davanti al tribunale.

(articolo di Carolina Martín, pubblicato sul quotidiano El Mundo del 03/02/2017)
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