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LEGGE 194 SULL'ABORTO. IL MINISTRO TURCO DEVE UNA SPIEGAZIONE ALLE DONNE ITALIANE
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Comunicato 
10 settembre 2007 0:00
 

Firenze, 10 settembre 2007. In una intervista televisiva, il ministro della Salute Livia Turco torna a parlare di legge 194, da applicare "bene in tutte le sue parti". Non ci piacciono i processi alle intenzioni, ma ci e' difficile prenderla seriamente. Vediamo perche'.
Esiste un aspetto della legge che da anni rimane inapplicato, limitando fortemente la liberta' di scelta delle donne italiane, ovvero la promozione dell'aggiornamento "sull'uso delle tecniche piu' moderne, piu' rispettose dell'integrita' fisica e psichica della donna" per l'interruzione di gravidanza (art. 15 della legge 194/1978). Se ad esempio, invece di un intervento chirurgico invasivo, fosse possibile abortire ingerendo un farmaco, questo nuovo metodo dovrebbe essere chiaramente offerto alle donne italiane. Ma cosi' non e' da ormai molti anni.
E' il caso della pillola abortiva Ru486, legale in ben 21 Paesi europei e negli Stati Uniti, dove la donna puo' recarsi dal medico, assumere alcune pastiglie e tornare a vivere normalmente nel giro di poche ore. In Italia, in barba alla legge 194, le donne sono costrette all'aborto chirurgico tramite aspirazione, all'ospedalizzazione, a lunghe attese, lasciate alla merce' di reparti di ginecologia con un solo medico non "obiettore", ovviamente oberato di lavoro. Infatti, ne' il ministro Turco, ne' i suoi predecessori, hanno voluto seguire quell'articolo 15 della legge.
Fra l'altro, se il ministro volesse finalmente introdurre la pillola abortiva, avrebbe dalla sua gli autorevoli pareri dell'Organizzazione mondiale della salute, delle agenzie del farmaco Ue (Emea), Usa (Fda) e di 21 Paesi dell'Unione, oltre che ad una ricca letteratura scientifica.
Ci permettiamo quindi di sorridere con incredulita' quando il ministro afferma ancora una volta che la legge debba essere applicata "bene in tutte le sue parti". Ministro, ci smentisca!

Pietro Yates Moretti, consigliere Aduc
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