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Tormentone canone Rai. Ognuno scelga come farsi male
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Editoriale di Vincenzo Donvito
20 gennaio 2010 8:47
 
Mia figlia di quasi quattro anni l'altro giorno, mentre la mamma stirava e lei, giocando con le bambole, vedeva anche distrattamente un po' di tv in un'altra camera, ad un certo punto e' andata di corsa dalla mamma urlando con voce preoccupata: “mamma, mamma bisogna pagare l'abbonamento alla Rai entro il 31 gennaio altrimenti non possiamo piu' vedere i cartoni, l'hanno detto tanti tati cantando”.
A parte essere colpiti per l'acutezza di una bimba cosi' piccina nel recepire il messaggio pubblicitario, credo che il merito vada anche al regista che ha fatto uno spot molto incisivo e, in un certo senso, senza barriere.
Ho quindi approfondito cio' che gia' sapevo: le parole non hanno un significato intrinseco, ma relativo. Anche Corte Costituzionale e Antitrust ci hanno detto che chiamare un'imposta abbonamento (o canone) va bene. Ma non riesco ancora a capacitarmi come questo possa essere nel nostro quotidiano giuridico.
Ho pensato anche a Telefortuna che quest'anno regala un paio di viaggi a Sanremo e la possibilita' di far parte del pubblico di alcuni programmi Rai. “Riservato agli abbonati vecchi e nuovi”, recita lo specifico regolamento. A parte il fatto che lo Stato premia il contribuente che fa il proprio dovere, sono come al solito rimasto perplesso ed ho pensato a mia figlia, col babbo e la mamma contribuenti fiscali che potrebbero finire a Sanremo o nel pubblico de “La vita in diretta” o “Porta a Porta”. E mi si e' accapponata la pelle, non per le trasmissioni in se' ma per il fatto che io potevo finire li', come pubblico silente, ed essere costretto a non dire la mia ogni volta che sentivo qualcosa che giudicavo una fesseria; non sono abituato “ad obbedir tacendo” e quindi ho pensato: forse e' meglio che non paghi l'abbonamento, perche' tra il rischio di finire in quel pubblico silente e consenziente e il pignoramento dell'automobile se non pago l'imposta, forse e' preferibile quest'ultima: il danno economico, ovviamente, dovrebbe farmi propendere per andare a Saxa Rubra, ma il danno biologico lo reputo piu' pericoloso.
E' forse questo il ragionamento che fa quel 30% di italiani che, secondo la Rai, dovrebbero essere evasori fiscali perche' possiedono un apparecchio tv e non pagano l'imposta sul possesso di “un apparecchio atto od adattabile alla ricezione di programmi tv” (legge del 1938!!)? Quell'imposta che viene spacciata e “venduta” (con un spot si stimola la vendita) come abbonamento o canone per vedere i cartoni, al pari di Skytv?
Abbiamo il dubbio che gli evasori siano il 30%: la Rai giudica che ogni residente, per il fatto stesso di essere tale e' possessore di un apparecchio tv e su questo basa le proprie statistiche ma, allora, perche' non fa pagare l'imposta al momento in cui si richiede la residenza?
Inoltre, nonostante gli urli e gli strepiti dei vari dirigenti Rai che denunciano l'evasione di questa imposta come il male maggiore per la mancanza di fondi, noi siamo di un'opinione diversa: oltre il 90% delle aziende e dei pubblici uffici non paga il cosiddetto canone e, rispetto alle poche centinaia di migliaia di euro che si recupererebbero facendo pagare tutte le famiglie, il recupero dalle aziende sarebbe di oltre un miliardo di euro (questo lo ha riconosciuto ieri anche un membro del cda Rai, Nino Rizzo Nervo... e aspettiamo le conseguenze).
Un “casino”!
Ci consola solo il fatto che forse quel presunto 30% di italiani che non pagano l'imposta, lo facciano per non finire silenti in qualche trasmissione Rai... ma, ovviamente, non siamo noi a incoraggiarli all'evasione fiscale. La nostra consolazione e' solo culturale: ci piace pensare che ci siano tanti cervelli in circolazione che, pur di non stare zitti, sono disposti a pagarne le conseguenze. Noi ci limitiamo ad informarli sui fatti, dei pro e dei contro e far scegliere loro se e come farsi male.
Buona riflessione.
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