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Le madri dell'Isis
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La pulce nell'orecchio di Annapaola Laldi
29 agosto 2015 18:50
 
 “Le madri dell’ISIS” – ma sarebbe meglio dire: “le madri dei giovani che sono diventati combattenti dell’Isis”, o, per essere ancor più precisi e corretti, “le madri dei giovani che sono diventati combattenti di Daesh” – perché, come spiegano alcuni studiosi, seguiti dal ministro degli esteri francese, Laurent Fabius e dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, dire “Isis”, ovverosia “Stato islamico”, dà una patente di legittimità a qualcosa che di legittimo non ha niente, ma si basa sulla pura violenza, sulla sopraffazione, sul terrorismo. Quindi, appunto, meglio ricorrere a Daesh, acronimo arabo per “Stato islamico dell’Iraq e del Levante”, formula che relativizza la pretesa di assolutezza di questi signori, usando, peraltro, la loro stessa dizione di questa realtà.
Queste noterelle nascono esclusivamente dall’intento di condividere con chi passerà di qui l’articolo che mi è venuto incontro curiosando su Huffington Post oggi pomeriggio. Esso si intitola, appunto, “Le madri dell’Isis” , e, secondo me, è un contributo di grande portata, e particolarmente avvincente, per comprendere una questione che forse in Italia non è ancora particolarmente sentita. Autrici ne sono Julia Lotte (collaboratrice del “New York Times”), autrice del testo, e la regista, fotografa e giornalista Emily Kassie, a cui si devono le fotografie e i video. La traduzione, che mi sembra molto buona, è di Stefano Pitrelli.
Buona lettura e, mi auguro, vibrante partecipazione alla storia di queste “madri dolorose” che hanno trovato o stanno trovando la forza di mettere al servizio degli altri la loro tragica esperienza. La loro forza dà forza!
 
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