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Natale 2016
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La pulce nell'orecchio di Annapaola Laldi
25 dicembre 2016 11:38
 
 Come a volte mi è capitato negli anni scorsi, per farmi compagnia in questi giorni, ho ripreso in mano le prediche del periodo di Avvento/Natale del teologo e psicoterapeuta tedesco Eugen Drewermann, il quale ha proposto già più di trenta anni fa una lettura della Bibbia alla luce della psicologia del profondo. Rileggendo queste sue meditazioni, che ancora oggi mi dicono qualcosa di importante, ho deciso di sceglierne una da condividere con chi passa da queste parti e si vuole soffermare un pochino. Si tratta di una predica del 24 dicembre 1987, che mi sembra interessante anche per quanto riguarda la sensibilità verso gli animali (ho evidenziato il passo relativo). E’ ripresa, col permesso dell’editore, dal volume Il cielo aperto, Queriniana Brescia 1997 pp. 228-235, per la traduzione di Claudia Murara.
Con essa auguro buon Natale, comunque possa essere inteso.


Il Natale non narra propriamente la storia dell’inizio della vita di Gesù, ma riassume piuttosto quanto noi stessi abbiamo recepito dalle esperienze della sua vita. E’ la festa e la celebrazione della bontà sconfinata, della misericordia e dell’amore insieme e attraverso tutto ciò che vive. Sostanzialmente il Natale è una risposta alla domanda: dove dimora Dio?
Dio compare sempre nei discorsi dei sacerdoti e dei teologi. Con Dio essi indicano le loro venerabili tradizioni, le loro sacre leggi, i loro riti solenni, e, anche se Dio può trovarsi in tutto ciò, con le loro venerabili tradizioni i sacerdoti e i teologi corrono il rischio di consegnare gli uomini alla disperazione, se insieme alle leggi non hanno chiaramente presenti l’affanno e il dolore degli uomini.
A volte Dio compare nelle parole dei poeti. Con Dio essi indicano lo scintillio della luce lunare sopra le onde del mare o il sussurrio del vento tra le foglie degli alberi, e può darsi che Dio sia presente anche in questo. Ma i poeti corrono il rischio di diventare ciechi verso il dolore, la vulnerabilità e la miseria delle persone al loro fianco e di diventare sordi al grido dei bisognosi che chiedono aiuto.
Occasionalmente Dio compare anche nei discorsi degli uomini di stato. Con Dio essi indicano gli epici momenti risolutivi della storia del mondo, in cui grandi cose avvengono o addirittura – come essi credono – sono da loro decise. E forse Dio è realmente presente anche in questo. Ma i grandi della storia corrono costantemente il rischio di dimenticare la piccola gente e molto spesso anche di passarvi sopra come se questa, impaurita e oppressa, fosse una scala verso la loro gloria e la loro grandezza.
Dove dimora Dio in realtà?
Un anziano chitarrista e cantante argentino ricorda in una delle sue canzoni la propria infanzia. Decenni fa egli si diede il nome d’arte di Atahualpa Yupanqui, il nome dell’ultimo re del fiero popolo degli Incas peruviani, la cui cultura fu distrutta e il cui re fu strangolato perché non voleva aderire al cristianesimo dei missionari spagnoli, e un’intera sala piena d’oro non fu sufficiente a riscattarlo. Nelle sue canzoni questo cantante argentino voleva esprimere l’orgoglio di un popolo oppresso e il coraggio del suo ultimo re che non volle gettar via la propria grandezza.
“Un giorno – ricorda nella sua canzone – chiesi: ‘Nonno, dove dimora Dio?’. Il nonno divenne triste. Non mi rispose. Mio nonno morì nei campi, senza preghiere e senza dichiarazioni di fede. Gli indios lo sotterrarono al suono dei flauti di canna e del tamburo. Più tardi chiesi: ‘Padre, che cosa sai di Dio?’. Mio padre divenne malinconico. Non mi rispose. Mio padre morì in miniera senza dottori e senza soccorsi. Il sangue dei minatori ha lo stesso colore dell’oro del padrone. Mio fratello vive nella regione delle foreste e non sa cosa sia un fiore. Malaria, serpenti e sudore, questa è la vita del boscaiolo. Accanto alla sua capanna un signore tanto importante non è mai passato. Io canto le mie canzoni sulle strade, e quando mi rinchiudono sento le voci del popolo, che canta molto meglio di me. C’è una cosa sulla terra che è più importante di Dio: che nessuno debba più sputare sangue perché altri possano vivere ancor meglio. Dio veglia sui poveri? Forse sì? Forse no? Sicuro è che egli siede alla tavola del padrone.”.
Una visione amara, tratteggiata nella canzone di un cantante argentino e come un grido di aiuto di un intero continente: “Dove dimora Dio?”
Atahualpa Yupanqui ha portato la sua canzone fino all’estremo, sfidando il cristianesimo e provocando noi cristiani. Ma non si potrebbe pensare che duemila anni fa Gesù stesso avrebbe fatto propria questa canzone, e che sia soltanto la nostra distanza da lui a farci trovare queste idee così estranee e già quasi atee? Dove dimorava in realtà Dio per Gesù Cristo?
Quante sono le persone che diventano tristi e malinconiche solo a sentir pronunciare il nome di Dio, poiché in questa parola vivono tutti i sogni inappagati di bontà, umanità e giustizia e al tempo stesso il dolore pungente e l’amarezza per il fatto che il mondo è così diverso e che attraverso tanta sofferenza spesso non è proprio possibile credere in Dio! Proprio per questo a tutti coloro che quando si parla di Dio sentono inumidirsi gli occhi e palpitare il cuore Gesù ha detto che essi, nella loro fame e nel loro struggimento, sono vicini a Dio.
Gesù non era un sacerdote che officiava le sue funzioni nel tempio. Egli non studiava Dio nei rotoli custoditi negli archivi del tempio, ma vedeva Dio risplendere negli occhi di una prostituta, lo sentiva sussurrare dalla bocca di un mendicante, lo vedeva tendere le mani verso di lui con le dita tremanti di un ammalato. Per Gesù Dio dimorava ovunque gli uomini soffrono, sono poveri ed esclusi. Egli voleva che gli uomini potessero ritrovare il coraggio della propria vita opponendosi all’oppressione e alla condanna che grava su di loro. Voleva dischiudere spazi in cui gli uomini potessero crescere nella fiducia in se stessi, nell’amore per la vita, perché il loro cuore si allargasse e divenisse grande, lontano da ogni grettezza e limitatezza di vedute. Così Gesù gettò un ponte tra gli uomini e Dio, così divenne sacerdote, allontanando tanta angoscia con una carezza sulla fronte e insegnando agli uomini a trovare un sostegno interiore e un proprio contenuto nella vita, a camminare diritti per questo mondo e a rigettare l’ipocrisia. “C’è una cosa sulla terra che è più importante di Dio …”. Gesù non perdeva di vista Dio guardando gli uomini. Egli li vedeva tutti, ognuno di loro carico, oppresso, in cammino sulla lunga strada verso la patria celeste, e voleva accompagnarli attraverso ogni tenebra e ogni situazione senza sbocchi. Egli voleva essere loro fratello, per questo Dio era suo padre.
Gesù non era un poeta. Non scrisse nulla che potesse essere oggetto di convegni o riconoscimenti letterari. Ma voleva che gli uomini imparassero a esprimere i loro sogni, le immagini concentrate della loro vita. Quando le persone gli raccontavano la propria vita, con tutte le sue colpe, la confusione, le sue incertezze, a contatto con Gesù essa andava trasformandosi in qualcosa di simile a un canto epico, con una propria grandezza, facendo lentamente emergere una forma di coraggio e di audacia e persino maturare sempre più un’ammirazione per se stessi. La sua forma d’arte e poesia nascosta consisteva nell’insegnare agli uomini che tutti loro custodivano nel cuore canzoni mai cantate, versi mai pronunciati, un capolavoro di compiuta bellezza, che doveva essere visto, dipinto, accarezzato finché non si fosse aperto con la sua vita alla luce, perché ciascuno potesse credere alla propria bellezza. Questa era la poesia che Gesù ricavava dal nostro cuore e trovava dentro di noi.
Sicuramente egli non era un uomo di stato. Non voleva il potere che consente agli uomini di manovrare altri uomini. Ma voleva che avesse fine il senso di impotenza e che ognuno conoscesse il proprio valore agli occhi di Dio. Doveva cessare la sensazione che in fondo sia indifferente se esistiamo oppure no, che non si pensi a noi quando ci siamo e non si senta la nostra mancanza quando scompariamo. Questo è ciò che egli chiamava Dio: un’eterna volontà che desidera la nostra esistenza. Un sentimento di umanità universale era ciò che Gesù aveva in mente, una bontà senza limiti, una compassione senza barriere. Egli pensava che poiché Dio stesso è questo, noi uomini potessimo diventarlo. Nulla è più importante per Dio del piccolo destino della nostra vita terrena.
Dovremmo dire che l’intera figura di Gesù è un’unica dimostrazione del fatto che Dio non siede alla tavola del padrone? Perché di Dio questo lo si è pensato, ma lo si pensa tuttora … Nella nostra vita reale Dio non viene mai al mondo a Betlemme, tutt’al più a Gerusalemme. Si hanno le idee ben chiare sul modo in cui ciò dovrà avvenire, è indicato nei testi tramandati. Vi sono esplicite istruzioni per l’eventualità che accada; tutto sarà regolato. Regna una pacifica intesa tra il trono e l’altare, tra il potere e il clero. Ma Gesù Cristo non è questo, non lo è mai stato e non ha mai voluto esserlo. Certo, egli andò anche dal padrone, andò dai ricchi, dai farisei. Ma il motivo principale era che li considerava spesso ancor più miserandi di coloro che essi calpestavano. Non esistevano confini per Gesù, né verso l’alto né verso il basso, ma soltanto uno sguardo aperto a chiunque soffrisse, e forse nella notte di Natale, tra la mangiatoia e la stalla, accanto ai pastori, bisognerebbe spingersi fino a questa compassione e a questa umanità. Non dovremmo dire: “Non vi è guaito di cane o grido di gabbiano che siano indifferenti agli occhi del loro creatore e quindi possano restare indifferenti a noi uomini”? Non è una sola la forza che ci insegna ad abbracciare il mondo intero includendo ogni essere che patisce, attraverso gli stessi canali nervosi presenti nel nostro corpo, la stessa capacità di provare dolore che noi uomini conosciamo? Poiché Dio dimora ovunque vi sia affanno, miseria, dolore, Dio dimora in un certo senso in ogni luogo. Se diciamo che Dio si è fatto uomo nella figura di Gesù di Nazaret, è proprio perché da lui abbiamo potuto imparare questo: un regno senza confini.
Anni fa un uomo, che a seguito delle sue vicende ha perso il legame con la chiesa e stenta a capire le tradizioni dei sacerdoti e le leggi dei giuristi, mi spiegò alla sua maniera, senza volerlo, il senso del Natale. Raccontò un suo ricordo di quando era prigioniero di guerra in Russia. Nel corso dei mesi i componenti della piccola squadra di lavoro erano stati quasi dimezzati, uccisi dalla fame e dallo sfinimento. Un pomeriggio, durante i pesanti lavori di posa dei binari ferroviari, un altro dei compagni cadde svenuto, e un sorvegliante russo colpì con la baionetta quel corpo inerte sul terreno. Una donna lo vide e gridò, come se fosse lei a essere colpita: “Tutti hanno una madre!”. Non importa che Dio sia chiamato padre o madre, che cosa siano la pietà e la bontà di fronte alla sfida della sofferenza umana ciascuno lo sa, e ovunque esse vengano vissute comincia a crescere l’umanità del nostro Dio.
A un rabbino ebreo i discepoli chiesero: “Maestro, dove dimora Dio?”. “Voi cosa dite?”, chiese a sua volta il maestro. Quelli dissero: “Dio non dimora ovunque? Il mondo intero non è pieno della sua magnificenza?” Il maestro scosse il capo: “Dio dimora dove lo si lascia entrare”.

Altre prediche natalizie di Drewermann pubblicate in questa rubrica:
Per una vita più umana: ovvero la scommessa dell’accoglienza (15.12.2007)
Et incarnatus est … (15.12.2006)
Solstizio d’inverno – bisogno di luce (15.12.2005)

predica di Drewermann del 22/12/1985 pubblicata il 15 dicembre 2007 col titolo Per una vita più umana …
predica di Drewermann del Natale 1986 pubblicata il 15 dicembre 2006 col titolo Et incarnatus est …
predica del Natale 1982 pubblicata il 15 dicembre 2005 col titolo Solstizio d’inverno – Bisogno di luce
 
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