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'Ai cittadini, perche' riprendano il controllo dell'Europa'
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Stati uniti d'europa di Redazione
25 marzo 2017 17:24
 
 Mondialmente conosciuto per il suo libro “il Capitale del XXI secolo”, l’economista propone un nuovo trattato per democratizzare l’Ue. Un progetto portato avanti dal candidato alle presidenziali francesi Benoît Hamon, di cui e’ consigliere.
E’ un altro trattato, che invita soprattutto alla riflessione piu’ che alla ratifica. Nel momento in cui l’Europa celebra oggi 25 marzo i suoi 60 anni dal Trattato di Roma, l’economista Thomas Piketty esce con il suo libro che potrebbe essere l’armatura di un futura Europa piu’ politica, piu’ sociale, piu’ efficace. Nome in codice: “T-Dem”, Per un trattato do democratizzazione dell’Europa.
D. Perche’ ha voluto scrivere un trattato e farne un libro?
R. Per suscitare il dibattito. La riforma della democrazia e del diritto europeo, spetta al cittadino sceglierla. Se si lascia la questione ad altri, si fa il gioco del populismo, del mercato, di tutti quelli che hanno bisogno di un’assemblea per esistere e difendere i propri interessi. Dobbiamo convincere i cittadini che la questione Europa appartiene loro. Il nostro progetto di trattato e’ imperfetto. E’ una base di discussione, essenzialmente con gli altri candidati alle elezioni presidenziali. Aiutateci a migliorarlo!
D. Una delle critiche contro questo trattato, e' dire che e’ impossibile.
R. Pubblicare questo trattato, descrivere la sua fattibilita’ giuridica, e’ giustamente tentare di contrastare questa critica. Ci si ripete che non si puo’ toccare l’Europa, che non si possono disfare i trattati accumulati per sessant’anni… ma ci si sbaglia. Le istituzioni, in realta’, le si cambiano in ogni momento. La dimostrazione, nel 2012, in nome dell’urgenza finanziaria, il trattato sulla stabilita’, il coordinamento e la governance (TSCG o “patto budgetario europeo”), e’ stato siglato in sei mesi. Questo testo ha creato una camicia di forza budgetaria estremamente rigida attraverso le sanzioni automatiche contro gli Stati che non rispettavano gli obiettivi di riduzione dei deficit. Centinaia di miliardi di euro sono stati immessi nel meccanismo europeo di stabilita’ (MES). Tutti questi dispositivi sono stati realizzati senza alcuno straccio di democrazia. Il nostro ragionamento e’ il seguente: se l’urgenza finanziaria ha permesso di firmare questi trattati da cinque anni, l’urgenza democratica rende oggi imperativa la negoziazione rapida di un trattato di democratizzazione.
D. Una urgenza democratica?
R. Durante gli anni si e’ formato un “governo” della zona euro, informale e opaco, che riuniva l’Eurogruppo dei ministri delle Finanze, la direzione della Banca centrale europea, gli altri funzionari della Commissione.. Questo potere si e’ costituito al di fuori di ogni controllo democratico dei Parlamenti europeo e nazionali. Bisogna uscire da questa situazione che ha generato un deficit di legittimita’ democratica e una profonda disaffezione da parte dei cittadini. Dopo la Brexit, c’e’ un rischio reale di esplosione dell’Europa.
D. Il fulcro del suo trattato, e’ la creazione di una Assemblea della zona euro, che deterrebbe un potere decisivo…
R. L’Assemblea avra’ l’ultima parola, essenzialmente sul voto del budget della zona euro. L’Eurogruppo dei ministri delle Finanze continuera’ a riunirsi, dibattera’ con l’Assemblea, ma alla fine deve trovare una soluzione, e nel nostro progetto, e’ il ruolo dell’Assemblea. Abbiamo voluto fare una vera leva sociale. Il budget della zona euro sara’ alimentato da un’imposta comune sulle societa’ (stresso assetto, ma anche stesse tasse per l’insieme della zona euro, cosa che non impedisce ai Paesi di votare una tassa addizionale per il proprio budget). Sara’ la prima volta che gli Stati europei trasferiranno la loro sovranita’ fiscale. Con un obiettivo chiaro: mettere fine al dumping e promuovere la giustizia fiscale.
D. Questa architettura sovrannazionale, non e’ una provocazione nel contesto attuale di piega identitaria, di isolazionismo?
R. Io credo che il nostro progetto permettera’ giustamente ai cittadini di riprendere il controllo dell’Europa -una delle loro maggiori preoccupazioni. Non c’e’ mai stato un “trattato di democratizzazione” in Europa. Meccanismo europeo di stabilita’, trattato per la stabilita’ in Europa, criteri di Maastricht.. I trattati sono sempre dei nomi incomprensibili. O, piu’ precisamente, dei nomi che le persone hanno finito per comprendere che erano spesso sinonimi di cattive nuove per loro.
D. L’Assemblea della zona euro sara’ composta all’80% dai deputati nazionali. Perche’?
R. E’ un modo di riconciliare lo Stato-nazione e l’Europa. Obbligare i deputati nazionali a mettersi in gioco e impedirgli di rifiutare dicendo che tutto e’ a vantaggio di Bruxelles. I Parlamenti nazionali sono il cuore della sovranita’, sono ancorati ai territori, votano le imposte, i budget, i sistemi di protezione sociale. Bisogna appoggiarsi su di loro se si desidera mettere in comune una parte di queste competenze. Le modalita’ possono essere dibattute. Ma ignorarli totalmente sarebbe un errore e spiega una parte dei blocchi attuali.
D. L’Assemblea fissera’ anche l’ordine del giorno dei vertici della zona euro e il programma semestrale di lavoro dell’Eurogruppo! E’ un potere immenso…
R. Cerchiamo di passare oltre l’intergovernativo, il Paese contro Paese, Schaüble contro Varoufàkis, contro Sapin… Il sistema attuale impedisce di decidere. Impedisce anche di pubblicamente deliberare. Quando gli individui (capi di Stato o ministri delle Finanze) rappresentano da soli 80 milioni di persone con un negoziato, non possono prendersi il rischio che le loro opinioni pubbliche scoprano come hanno dovuto “scontrarsi” coi loro omologhi. Gli esecutivi di ogni Paese non vogliono mostrare chi ha detto cosa. Io non credo ai pessimisti che dicono che gli europei non possono mai intendersi. Sono le nostre istituzioni che ci indirizzano gli uni contro gli altri, noi inventiamo dei conflitti irrimediabili.. Con la Brexit, questo ha preso delle proporzioni inimmaginabili.
D. Ma mai gli esecutivi di ogni Paese accetterebbero di fare harakiri…
R. E’ perche’ il T-Dem non trasferisce che delle competenze che gli Stati non sono piu’ in grado di svolgere in ambito nazionale. L’imposta sulle societa’ e’ un caso emblematico, che ha mostrato a quale punto la sovranita’ nazionale e’ diventata un’illusione. Tutti i Paesi, compresi Germania e Francia, si fanno ridicolizzare dalle multinazionali che trovano costantemente nuovi modi per aggirarli. Se una potenza politica ed economica del livello della zona euro (338 milioni di abitanti, 10.000 miliardi di euro di PIL, allo stesso livello degli Usa) minaccia di sanzionate Facebook o Google, essa otterrebbe dei risultati.
D. Perche’ aver messo da parte la regola dell’unanimita’ per ratificare il T-Dem?
R. Non vogliamo che un piccolo numero di piccoli Paesi possa bloccare tutto: e’ sufficiente quindi che dieci Paesi della zona euro rappresentanti di almeno il 70% della popolazione ratifichino, che il T-Dem entra in vigore. Questo significa che in teoria, un grande Paese come la Germania puo’ rifiutare di ratificare il T-Dem senza pertanto impedire i tre altri “grandi” (Francia, Italia, Spagna) di avanzare per proprio conto. Nei fatti, evidentemente, la cosa piu’ auspicabile e probabile e’ che i quattro grandi Paesi, che rappresentano il 76% della zona, si impegnino. Ma in caso di blocco, questa regola del 70% permette ai Paesi che lo desiderano di mostrare la loro buona volonta’ avviando il processo.
D. Lei opta chiaramente per un’Europa a due velocita’?
R. Si’, bisogna ipotizzarla, pur restando molto aperti. Quando dei nuovi Paesi vorranno raggiungere la zona euro e il T-Dem, essi avranno tutto il loro posto in questa Assemblea. Lo scopo e’ di arrivare un giorno ad un’Europa a 27, magari 28 se la Gran Bretagna ritorna nell’Unione, e che l’Assemblea della zona euro divenga l’Assemblea europea di per se’.
D. Per avanzare questo trattato, lei ha il suo campione, cioe’ Benoît Hamon.
R. Hamon lo sostiene e lo fa proprio totalmente. Io credo che questo corrisponda bene al suo modo di essere per la democrazia e per la partecipazione.
D. Nel 2005, Hamon era “per il no” nel referendum su una Costituzione europea.
R. Ed io “ero per il si’”… Io non ne sono particolarmente fiero. Questo trattato non faceva che consolidare le cose esistenti, compresi i difetti istituzionali, e non proponeva niente di nuovo. Per fortuna, le persone hanno votato sul fatto che loro erano scontenti dell’Europa, cosa che si puo’ comprendere. L’idea del trattato di democratizzazione sarebbe al contrario di instradare gli europei verso delle nuove istituzioni, un orizzonte di democrazia e di giustizia sociale e fiscale.
D. Lei e’ idealista?
R. E’ anche una questione di efficacia. Con Maastricht, nel 1992, si e’ voluto fare una moneta unica senza Stato. Si considerava che piu’ che una moneta fosse indipendente, meglio ne valeva la pena. Come indipendenza, essa non aveva quindi ne’ governo, ne' imposta, ne’ budget, ne’ Parlamento. Un sistema tale poteva forse andare avanti in tempi calmi -e ancora se ne discute- ma in periodi di grande tempesta finanziaria, questo non funziona. E’ la grande lezione della crisi finanziaria: dal 2011 al 2013, quando l’Europa instaura col TSCG la circonvenzione della democrazia grazie a regole automatiche, la crescita crolla. Gli Usa hanno saputo essere molto piu’ pragmatici. Di fronte alla Banca centrale europea, c’e’ bisogno di politica per votare dei budget, un piano di rilancio, per prendere decisioni che permettano di adattarsi alle condizioni.
D. Ma come la Francia potrebbe imporre un tale trattato ai suoi partner?
R. Basterebbe che un presidente francese metta questa proposta sul tavolo ed una dinamica comincierebbe a muoversi. L’italia e la Spagna non chiedono che questo da anni, ma la Francia li snobba dedicandosi all’accoppiata franco-tedesca. Quanto alla Germania, la democrazia parlamentare e’ nel cuore dei suoi valori: questo Paese non puo’ rifiutare senza negare un’Assemblea della zona euro. Io sono convinto che la Germania attenda in realta’ che la Francia faccia infine delle proposte. Fino ad oggi, sono i tedeschi che hanno presentato delle proposte di unione politica. Fischer, quando era ministro degli Affari Esteri, a maggio del 2000, aveva fatto un grande discorso a Berlino in cui proponeva una Assemblea che veniva dai parlamenti nazionali, che assomiglia molto a quella che noi proponiamo. Con lo stesso argomento: bisogna costruire l’Europa appoggiandosi sulle sovranita’ parlamentari nazionali, e non contro di esse. All’epoca, la sinistra francese non si era nemmeno degnata di rispondere. Ci siano trovati con il trattato del 2005, iper-conservatore e poco democratico.
D. Perche’, come intellettuale, lei si espone cosi’ politicamente?
R. E’ sull’Europa che mi impegno, io mi sento al mio posto. I ricercatori in scienze sociali hanno la funzione di fare delle comparazioni storiche, rimettere in prospettiva, mostrare che si’, ci sono sempre delle alternative. Dire che non c’e’ che un solo percorso, e’ falso. Il mio libro “il Capitale nel XXI secolo” fa appello perche’ l’Europa si e’ costruita, negli anni 50, sull’annullamento dei debiti pubblici del passato, a beneficio essenzialmente della Germania. Una delle grandi lezioni della storia, e’ di comprendere che quando i debiti pubblici si attestano su un livello troppo elevato, bisogna sapere fare la scelta del futuro. I giovani greci di oggi non sono piu’ responsabili dei giovani bretoni o bavaresi di cio’ che hanno fatto i loro governi dieci o quindici anni prima. Far ripagare loro il 4% del PIL di eccedenza primaria durante decenni, che e’ sempre la posizione ufficiale della zona euro, e’ economicamente assurdo e politicamente suicida. Il conservatorismo su queste questioni viene in parte da una ignoranza storica.
D. E’ per questo che lei sostiene di ridare ai cittadini il controllo della sua disciplina, l’economia…
R. Una parte della nostra delusione democratica moderna viene dal fatto che le questione economiche sono state fatte proprie da un pugno di esperti, che pretendono di aver costruito una scienza talmente scientifica che nessun altro ne puo’ parlare. E’ una barzelletta totale perche’ l’economia e’ una scienza sociale, come la storia o la sociologia. Tutto cio’ che si puo’ fare, al meglio, e’ di mettere insieme dei materiali storici e di trarne qualche lezione per il futuro, ma restando molto modesti. Perche’ con la storia, c’e’ il pieno di biforcazioni possibili, il pieno di modi di regolare una crisi del debito, una crisi delle ineguaglianze. Rimettere l’economia con questo approccio storico e politico puo’ essere una fatto naturale di riconciliazione tra cittadini e democrazia.

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Quale Assemblea per la zona euro?
- Il “trattato di democratizzazione” dell’Europa riguarderebbe i Paesi della zona euro (diciannove oggi) che desiderano avanzare rapidamente verso una piu’ grande integrazione democratica ed economica.
- il T-Dem creerebbe una “Assemblea della zona euro”, composta di membri dei Parlamenti nazionali (quattro quinti) e membri del Parlamento europeo (un quinto).
- Esso instaurerebbe un’imposta sulle sociea’, comune nei Paesi della zona euro. L’Assemblea voterebbe l’assetto e il tasso di questa imposta, che alimenterebbe il budget della zona euro. Essa avrebbe l’ultima parola sul voto del budget.
- I debiti pubblici superiori al 60% del PIL degli Stati, sarebbero messi in comune.
- L’Assemblea avrebbe un ruolo preminente nella procedura legislativa in materia di crescita, lavoro, convergenza delle politiche economiche e fiscali. Su queste materie, dividerebbe con l’Eurogruppo l’iniziativa legislativa e avrebbe un diritto di emendamento. Al termine del processo di discussione, essa avrebbe l’ultima parola.
- L’Assemblea sarebbe infine associata alle nomine dei principali attori della zona euro (presidenza della BCE, dell’Eurogruppo…).

(intervista di Sonya Faure e Cécile Daumas, pubblicata sul quotidiano Libération del 25/03/2017)
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