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Populismo vs liberalismo (e non più destra vs sinistra) la sfida politica di questo secolo
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Stati uniti d'europa di Raphaël Liogier *
12 aprile 2017 14:47
 
Per la prima volta nella storia delle tre ultime Repubbliche francesi, i due favoriti nelle elezioni presidenziali negano di appartenere alla destra o alla sinistra, o persino al centro dello spettro politico.
Marine Le Pen, la leader del Front National, pacificamente noto come partito di estrema destra, ha provato a sbarazzarsi del fondatore - suo padre Jean-Marie Le Pen - considerato troppo estremista. La signora Le Pen, che secondo i sondaggi vincerà al primo turno il 23 aprile, accusa il presidente socialista uscente, Francois Hollande, di aver girato le spalle ai deboli e ai diseredati - in altre parole, di aver abbandonato gli ideali di sinistra come la solidarietà sociale. Ai suoi tempi, invece, Le Pen padre aveva accusato Francois Mitterrand, il primo socialista eletto nella Quinta Repubblica nel 1981, per il suo vile e "dannoso" sinistrismo.
Durante l'ultimo dibattito tra i candidati lo scorso 4 aprile, le parole più utilizzate dalla Le Pen non sarebbero mai state pronunciate dal padre: "i disoccupati", "gli oppressi", "povertà", "non abbienti"; tutto causato dal "capitalismo" e dal "liberalismo" (nel senso tutto francese di teoria favorevole al libero mercato piuttosto che di dottrina politica che promuove i diritti individuali). Un effetto curioso è che i candidati di sinistra, anche di estrema sinistra, alla fine sembrano dire le stesse cose di Le Pen quando castigano banchieri e multinazionali.
Il principale rivale di Le Pen, Emmanuel Macron - che secondo le stime passerà al primo turno insieme a lei e vincerà il secondo turno - ripete continuamente che, nonostante abbia una particolare attenzione al sociale, egli è fondamentalmente un progressista e un pragmatista, in favore della globalizzazione e della finanza. Un giovane laureato alla prestigiosa scuola nazionale di amministrazione conosciuta come Ena - già banchiere d'investimento e consigliere di Hollande, che lo ha poi nominato ministro dell'Economia - Macron sostiene di non appartenere alle tradizionali categorie della politica. Rifiuta l'etichetta di sinistra e ancor di più quella di socialista, ma respinge con altrettanta forza la classificazione di destra. I manifesti elettorali del suo partito, En Marche!, riportano lo slogan "La Francia deve essere un'opportunità per tutti".
Alcuni, come l'ex ministro dell'Istruzione François Bayrou, considerano la sua retorica come il segnale di un ritorno sulla scena politica del centrismo, ma Macron rifiuta anche questa categoria. Preferisce presentarsi come colui che chiede il rinnovo della classe politica - che peraltro è anche uno dei leitmotif del Front National. Ma contrariamente a Le Pen, Macron è un europeista convinto. Crede nell'euro. Non considera l'immigrazione una calamità. Non pensa che l'identità francese sia in pericolo, che l'islamizzazione metta in pericolo la cultura francese o che non ci si possa fidare della tecnologia.
Invece di incarnare la tradizionale contrapposizione tra sinistra e destra, i due candidati in testa ai sondaggi rappresentano la contrapposizione tra populismo e liberalismo in senso ampio.
Il populismo non dovrebbe essere confuso con la demagogia, che è una tendenza naturale nelle democrazie rappresentative, ovvero la tentazione di sedurre gli elettori piuttosto che convincerli. Né è populismo ascoltare il popolo. Piuttosto è la pretesa di parlare a nome del popolo, e trasmettere per suo conto verità condivise e innegabili. In particolare, il populismo asserisce di essere espressione della gente che si sente vessata, svilita e perduta. La sua retorica è nostalgia di una potenza passata e si unisce alla frenetica difesa dell'identità.
Mentre negli anni Trenta del secolo scorso l'antisemitismo nasceva dalla paura di perdere l'identità biologica, l'islamofobia in questo secolo è tutta incentrata sulla paura di perdere l'identità culturale. E la lotta contro l'islamizzazione trascende la divisione sinistra-destra laddove appare indirizzata ad entrambi i successori putativi dei Saraceni, che per secoli hanno fatto la guerra contro l'Europa cristiana (una visione che risuona con gli elettori di destra), e l'Islam stesso, che sembra porre in dubbio la conoscenza scientifica moderna, l'uguaglianza di genere, la democrazia e la libertà di espressione (una visione che risuona con gli elettori di sinistra).
Questi elettori dimenticano i loro interessi concreti, che potrebbero essere opposti, a favore di un comune sentimento secondo cui la loro cultura è sotto attacco. Quando Le Pen parla di poveri e emarginati, lavoratori, contadini e piccoli imprenditori, il suo pubblico è quello delle singole persone colpite dalla globalizzazione, dall'Unione Europea, dall'euro, dall'immigrazione e dall'islamizzazione.
Questo terrore della catastrofe culturale è nata circa una generazione fa: dopo anni di decolonizzazione, l'invasione statunitense dell'Iraq nel 2003 ha dimostrato ancor più efficacemente alla "vecchia Europa" di aver perso il suo potere imperiale. Ma il populismo che si nutre di questo malessere sembra essersi cristallizzato in questa elezione presidenziale.
En Marche! di Macron è la prima organizzazione politica di una qualche forza ad opporsi a questa visione di paura, ma lo fa in modi che superano la divisione tradizionale tra sinistra e destra. Invece di invocare con nostalgia il passato o provare a consolare un popolo ansioso, Macron prova a presentare una visione positiva del futuro, e al contempo restituisce alla parola "liberalismo" il suo significato originale, ovvero la forte promozione dei diritti individuali.
Nei primi anni Ottanta, prendendo spunto dal motto nazionale francese "Libertà, Uguaglianza, Fraternità", si diceva che la priorità della destra era la libertà mentre quella della sinistra era l'uguaglianza. Il "Libéralisme", già diffusamente recepito solo in termini economici, divenne sempre più avversato, sia da destra che da sinistra, specialmente quando era preceduto dal prefisso "neo". "Le néo-liberalisme" era diventato l'antitesi dei valori francesi, l'immagine stessa dell'ingiustizia sociale e della spietatezza dei mercati.
In realtà, la destra era piuttosto liberale in economia e reazionaria su questioni relative alla società come moralità e sessualità, mentre la sinistra era liberale su questioni relative alla società e statalista in economia e diritti sociali.
Macron si è staccato da questa polarizzazione, offrendo una visione di liberalismo che si applica in modo uniforme, da questioni di società fino all'economia.
Anche Le Pen si è allontanata da questa dicotomia, ma nel suo caso nell'essere reazionaria su questioni di società e statalista in economia e diritti economici.
E quindi i due canditati offrono visioni antitetiche della globalizzazione, dell'Europa e della laicità. Per Le Pen, ad esempio, la laicità è difensiva e favorisce la cultura francese su quella di religioni straniere.
La Francia non è un caso isolato. La Cancelliera Angela Merkel in Germania ne è un altro esempio. Anche se è il prodotto della tradizione cristiano-democratica di centro-destra, su questioni di società come l'immigrazione è simile alla posizione dei social-democratici tipicamente considerati di centro-sinistra. Un nuovo dibattito ideologico quindi sembra ridefinire il discorso politico in Francia e ovunque in Occidente: tra movimenti populisti che sono culturalmente ed economicamente protezionisti, e i liberali che sono aperti all'Europa e alla globalizzazione. A breve la sinistra e la destra non saranno altro che vestigia di un ventesimo secolo già andato.

* Raphaël Liogier è docente presso Sciences Po Aix-en-Provence e Collège International de Philosophie a Parigi, e autore de “La guerre des civilisations n’aura pas lieu. Coexistence et violence au XXIème siècle.” Questo articolo, qui tradotto, è apparso sul quotidiano New York Times il 12/04/2017.
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