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Regno Unito. Istruzioni per ordire un vero disastro
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Stati uniti d'europa di Annapaola Laldi
12 luglio 2016 7:24
 
 Con soddisfazione premetto alle mie noterelle appena finite di scrivere la notizia a sorpresa che Theresa May sarà fino da mercoledì 13 luglio Leader dei conservatori e quindi Primo Ministro di Gran Bretagna. Schierata dalla parte della permanenza nella Unione Europea, ha garantito che attuerà la volontà della maggioranza degli elettori britannici e guiderà l’uscita del suo Paese dalla UE. Da registrare anche la saggezza della sua contendente, Andrea Leadsomm, che si è ritirata perché, ha riconosciuto che il Paese ha bisogno subito di una guida che dia stabilità.

Da quando è stato reso noto il risultato del referendum nel Regno Unito (da ora: RU), vinto dai fautori dell’uscita dalla Unione Europea (da ora: UE) per un risicato 51,9% contro il 49,8% degli avversari, vado raccogliendo articoli di vario genere per cercare di capire che cosa potrà accadere da ora in poi in quel Paese che, in una sua limitata maggioranza, sembra non avere compreso che oggi, più che in ogni altro tempo, l’unione non solo “fa la forza”, come sempre è stato detto dai saggi, ma che è nell’ordine delle cose, perché, volenti o nolenti, siamo tutti interconnessi – e non solo su Internet.
Ebbene, questa modesta ricerca mi ha convinto che sia i sostenitori della Brexit sia i suoi avversari hanno avuto una cosa in comune, molto grave: la mancanza di un’informazione veritiera sui vantaggi reali e i rischi reali dell’uscita dalla Unione, e la mancanza di una strategia economica e sociale per far fronte all’eventualità che vincesse il “sì”.
In pratica, i due gruppi avversari non hanno fatto con calma e onestà proiezioni e simulazioni di quello che poteva essere l’impatto della Brexit sul tessuto socio-economico-finanziario quanto meno del RU, sulle sue ricadute sulla vita quotidiana dei cittadini Britannici, e quindi non hanno fatto piani volti a contenere l’eventuale effetto della separazione dalla UE, che era d’obbligo immaginarsi traumatico, almeno in prima battuta. Per esempio,ci voleva tanto ad immaginarsi che l’uscita dalla UE avrebbe inciso negativamente sul valore della sterlina e di molti titoli azionari, dato che il mondo degli affari (e non solo), appunto, è interconnesso? Ci voleva tanto a immaginarsi che le Agenzie europee, che hanno sede a Londra, e che hanno centinaia di impiegati e funzionari che abitano e fanno la spesa nella capitale britannica, si trasferiranno in Paesi aderenti alla UE? E che altre compagnie e società con sede principale nel RU avrebbero potuto trovare meno allettante, se non addirittura penalizzante, questa ubicazione per il futuro?
Sono tutte cose che, come vedremo brevemente tra poco, stanno puntualmente accadendo, ma alle quali evidentemente né Cameron, come premier, né i padrini ora latitanti della Brexit, Boris Johnson e Nigel Farage, hanno pensato seriamente come sarebbe stato logico, anzi doveroso, da parte di chi porta la responsabilità della vita di milioni di persone; invece di dimostrarsi seri professionisti della politica, essi si sono rivelati dilettanti allo sbaraglio, riempiendosi la bocca di pura propaganda e dicendo anche delle autentiche bugie, come quella che Farage è stato costretto a svelare in diretta TV il 24 giugno.
Conseguenza di questo pressapochismo generalizzato? Che dal 24 giugno il RU sta navigando a vista in un mare sempre più in tempesta.
Solo una settimana fa, il Cancelliere dello Scacchiere (equivalente del nostro ministro del Tesoro), l’europeista George Osborne, ha enunciato al “Financial Times” i punti del suo piano per arginare quella che sembra un’autentica emorragia, e cioè l’apertura di credito da parte della Bank of England alle imprese che vogliono investire nel RU, l’apertura di canali bilaterali con i diversi Stati, con un occhio particolare al colosso cinese, e, in primo luogo, l’abbassamento della tassazione attuale per le imprese, che oggi è al 20 percento e che, secondo Osborne, andrebbe portata al 15 per cento, avvicinandola così il più possibile ai livelli dell’Irlanda (12,5 percento).
E qui viene spontanea la domanda: chi pagherà questi incentivi alle imprese se non i cittadini britannici? Sui quali graverà certamente la perdita di posti di lavoro anche per la classe media, adesso assicurati dalla presenza nel RU delle direzioni di grandi banche, compagnie aeree, società telefoniche e altri importanti istituti.
La risposta l’aveva data lo stesso Osborne, una settimana prima del referendum, quando aveva annunciato, in caso di Brexit, una “manovra di emergenza” da 30 miliardi di sterline con aumenti delle tasse sui redditi base e sulle aliquote alte, un 5 percento di incremento delle imposte su carburante e alcolici, tagli al bilancio della sanità e dell’istruzione (come volevasi, ahimè, dimostrare!). Con sdegno gli avevano risposto 57 deputati conservatori, minacciando di far cadere il governo … che è caduto da sé il 25 giugno!  

Fughe annunciate
Per completare il quadro occorre ritornare sulla nota dolente delle “fughe” da Londra di molte sedi di società, compagnie, banche, ecc.
Alla necessità di trasferire le due Agenzie europee con sede attuale a Londra si è già accennato. Bisogna solo aggiungere che Beppe Sala il nuovo sindaco di Milano, appena insediato, si è recato nella capitale britannica nella speranza, sembra non illusoria, di far trasferire proprio a Milano le sedi della Agenzia Bancaria Europea (ABE) e della Agenzia europea per i medicinali (EMA).
Per quanto riguarda, invece, le sedi di banche e compagnie private, ecco qui un primo breve elenco, incompleto ma anche forse aleatorio, perché bisogna vedere se gli annunci fatti “a caldo” saranno poi realizzati.
Comunque:
le Banche d’affari europee e statunitensi , che avevano fatto massicce donazioni per la campagna per restare nella UE, hanno cominciato  a chiedere le licenze per traslocare in Paesi aderenti alla UE per poter continuare a operare nella Comunità. Sono colossi del credito come la J.P. Morgan, Goldman Sachs e altri che puntano gli occhi su Dublino, Parigi e Francoforte.
Anche gli Asset manager, cioè le società di gestione del risparmio, hanno già annunciato trasferimenti in Irlanda o nel Lussemburgo.
Altri trasferimenti di sede, sempre allo scopo di operare nel territorio della Unione, sono previsti dalle compagnie aeree a basso costo, come, tra le altre, Ryanair e EasyJet, 
In questo caso la Brexit influirà anche sulle tariffe aeree nei collegamenti tra le città della UE e quelle del RU.
Vale la pena menzionare anche la volontà espressa da Vodafone il 28 di giugno di traslocare da Londra in un'altra grande città interna alla UE. 
Possiamo fermarci qui, pur sapendo che la lista è più lunga.
Ma, prima di concludere, non si può trascurare la notizia molto inquietante di pochissimi giorni fa, e cioè che sta scoppiando  la bolla immobiliare inglese. Si dà per probabile, infatti, che sin dalle prossime settimane “il prezzo degli immobili residenziali e commerciali subirà un tracollo che può essere anche dell’ordine del 20 percento”. Un problema dirompente non solo per il RU, ma per tutte le parti del mondo (Italia compresa), in cui sono stati commercializzati i fondi d’investimento immobiliare, di cui pochi giorni fa è stato bloccato il rimborso in Inghilterra, perché le richieste superavano già la liquidità dei gestori.
Insomma il futuro, anche immediato, non sembra affatto roseo, e la nuova Premier britannica avrà un compito non invidiabile.
Dunque, di fronte al pastrocchio ordito ai danni di tutti da politici incapaci, coraggio e avanti! E auguri a Theresa May e a tutti noi, interconnessi come siamo. 
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