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L'amore per gli animali da parte dei carnivori. Test
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Articolo di Redazione
13 dicembre 2011 13:17
 
Si chiama il paradosso della carne. Nei Paesi i ricchi i molto numerosi adepti al regime carnivoro appartengono anche alla categoria delle persone che ripugnano di fare del male ad un essere vivente dotato di uno spirito. Per questo il 50% delle famiglie francesi e piu' del 60% di quelle americane possiedono uno o piu' animali da compagnia, spesso considerati come membri a pieno titolo della famiglia. Li curano, destinano una parte del proprio budget per nutrirli, gli parlano e piangono quando muoiono. Anche se mangiano della carne, avere nei propri piatti bistecche e cotolette, raramente viene considerato, salvo nei casi dei vegetariani, un peccato mortale.
Quale strategia adottare per difendere un modello alimentare e culturale rimesso in discussione dal vegetarianesimo e la nozione secondo la quale gli animali hanno dei diritti (senza considerare che la produzione di carne e' sempre piu' spesso indicata come un fattore importante nell'aumento delle emissioni di gas che producono l'effetto serra)? Come districarsi per disgiungere la carne dell'animale, per gustare un gustoso piatto di carne, dalle immagini che tendono a umanizzare gli stessi animali che poi mangiamo? E' per rispondere a questa domanda che uno studio australiano/britannico di psicologi ha fatto tre esperimenti i cui risultati sono stati pubblicati recentemente nella rivista “Personality and Social Psychology Bulletin”. Questi ricercatori sono partiti dall'ipotesi secondo la quale sarebbe piu' facile consumare della carne attribuendo poca o nessuna considerazione spirituale all'animale da cui proviene. In effetti e' piu' facile risolvere il conflitto morale nato dal paradosso della carne considerando gli animali come delle cose (come per esempio l'animale-macchina di Cartesio), che rende la loro ingestione meno imbarazzante.
Il primo test. Molto semplice, consiste nel domandare ad un gruppo di australiani di valutare le capacita' menali e il carattere commestibile di un piccolo gruppo di 32 animali, sia selvaggi che domestici, nei quali ci sono 20 mammiferi (considerato che sono quelli visti come piu' vicini agli umani sul piano mentale), ma anche 3 uccelli, 2 pesci, 3 crostacei, 1 anfibio, 1 rettile, 1 mollusco e 1 insetto. Si viene a sapere, piu' o meno senza sorpresa, che il cane, considerato il miglior amico dell'uomo, e' valutato come il piu' munito di capacita' mentali, leggermente avanti al nostro fratello gorilla. Queste due specie fanno parte di un gruppo poco commestibile perche' dotati di uno spirito, che comprende ugualmente, per evidenti motivi di immagine, il gatto, il delfino, il cavallo (l'ippofagia non e' ben vista nel mondo anglosassone anche se l'Australia esporta carne di cavallo), il leone, l'elefante e il lupo. Senza molte sorprese, si trovano in questa categoria degli animali con uno spirito che si potrebbe definire debole o limitato, un gruppo molto compatto composto dalle specie piu' commercializzate presso macellai e pescivendoli occidentali: vacche, pecore, polli, pesci, aragoste, gamberi e granchi.
Il secondo test era un po' piu' particolare. Ogni “candidato” doveva guardare due insiemi composti da una immagine (una vacca in un prato e una pecora in altrettanto prato) e una descrizione della stessa. La meta' delle persone vedevano l'immagine della vacca con il seguente testo: “questa vacca sta per essere trasferita verso altre zone recintate dove passera' il resto della sua vita a mangiare erba con altre vacche”, e quella della pecora accompagnata da una meno bucolica spiegazione “questo agnello sta per essere portato all'abbattimento dove sara' ucciso, decapitato e inviato ai supermercati come carne per umani”. Come avrete indovinato, l'altra meta' degli indagati aveva le legende invertite. Dopo la lettura bisogna valutare le capacita' mentali dei due animali. In conformita' coi risultati del primo studio, che sia vacca o agnello, all'animale destinato alla macelleria venivano attribuite capacita' inferiori rispetto a quello destinato a passare il resto della propria vita a percorre le praterie.
Per il terzo e ultimo test, gli autori dello studio hanno messo a punto un dispositivo complesso in diverse tappe. I “porcellini d'India” sono stati reclutati con un sondaggio molto vago sul “comportamento dei consumatori”. Dove gli si domandava, per cominciare, se erano disponibili a partecipare ad uno studio indipendente nel corso del quale avrebbero guardato l'immagine di una vacca o di una pecora che brucavano in un prato, prima di valutare le loro capacita' mentali. A seguire un test di 20 minuti dove le persone mettevano in pratica una diversa storia come diversivo. Quindi i partecipanti erano informati che lo studio sui consumi stava per cominciare. Essi dovevano scrivere un testo in cui descrivevano la produzione di un alimento e in seguito sarebbe stato chiesto loro di gustarlo: mela (per stabilire un gruppo come testimone), roast beef (per chi aveva valutato come superiori le capacita' mentali della pecora) e cosciotto d'agnello (per chi aveva parteggiato per lo spirito delle vacche). Per rendere realista lo scenario, davanti ad ognuno veniva messo un piatto con il cibo in questione. Una volta scritto il testo, gli sperimentatori, col pretesto di rendere utili i tempi necessari per andare a cercare piatti e coperti, domandavano a chi aveva visto una vacca all'inizio di valutare le capacita' mentali della pecora, e viceversa. I risultati sono stati conformi ai test precedenti. Quelli che dovevano gustare la mela hanno giudicato nello stesso modo la vacca e la pecora. Quelli che invece si erano preparati a gustare il roast beef hanno notato che il bovino aveva meno spirito rispetto alla pecora, cosi' come quelli che stavano per gustare i cosciotti d'agnello hanno valutato che le vacche erano nettamente piu' intelligenti rispetto alle pecore...
Tutti questi esperimenti sembrano quindi evidenziare che, per mettersi la coscienza in pace e risolvere il paradosso della carne, il carnivoro umano “dementalizza” gli animali da macelleria (cosi' come antropomorfizza gli animali di compagnia). Questa negazione della mente, dicono gli autori, non e' probabilmente il solo strumento di cui si dispone alla bisogna: il peso della tradizione culturale e' senza dubbio presente anch'esso, cosi' come una capacita' di occultare il legame carne-animale. Questi psicologi suggeriscono anche di riprodurre questo genere di test nei Paesi in cui si mangiano animali che sono tabu' da noi, come cane e gatto.
Questa ricerca puo' essere percepita con un argomento in piu' a favore del vegetarianesimo. Ma e' un argomento a doppio taglio: perche' non considerare il vegetarianesimo come la negazione della mente e della sofferenza provocata alle piante? Da qualche anno, infatti, i botanici studiano molto seriamente la possibilita' che i vegetali, anche se privi del sistema nervoso che invece gli animali hanno, sviluppino a loro modo una certa intelligenza....

(articolo di Pierre Barthélémy, pubblicato sul quotidiano Le Monde del 13/12/2011)
 
 
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