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L’Arabia Saudita e la ‘Via del Cotone’
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Articolo di Primo Mastrantoni
7 dicembre 2023 11:50
 
 Nel corso della X edizione del "Festival di Limes", il direttore della rivista di geopolitica, Lucio Caracciolo, ha presentato la pubblicazione: "L'apocalisse può attendere, noi no".
Qualcosa nella presentazione non ci convince. Vediamo. 
L'argomento è la guerra in corso tra l'organizzazione terroristica Hamas e lo stato di Israele.
 Uno tra i motivi che avrebbe spinto Hamas al massacro del 7 ottobre  sarebbe l'interruzione dei finanziamenti da parte del Qatar.
Spiega, infatti, Caracciolo che c'è una relazione tra gli aspetti finanziari e l'attacco del 7 ottobre.
La realtà è che Hamas riceve la maggior parte dei fondi tramite canali "umanitari". In parte si tratta di denaro che arriva dai palestinesi espatriati in Europa e Nord America e da donatori privati residenti nel Golfo Persico. Il secondo canale è quello degli aiuti statali, o di organizzazioni internazionali, come l’Unione Europea, l'Onu e gli Usa, intercettati da Hamas. Ci sono poi, l'Iran, l'Arabia Saudita,  l’Egitto, i paesi del Golfo, il Sudan, l’Algeria e la Tunisia.
I territori palestinesi (Gaza e Cisgiordania) hanno avuto complessivamente finanziamenti per ben 31 miliardi di dollari che sono la metà degli aiuti americani all'Europa dopo la seconda guerra mondiale, ma con un territorio e una popolazione enormemente ridimensionati. L'enorme massa di denaro  avrebbe reso abbienti i palestinesi.
Dove sono finiti quei soldi?
 La motivazione dello scatenarsi dell'eccidio è la cosiddetta "Via del Cotone" che si contrappone alla "Via della Seta" cinese. 
 Attore principale dell'iniziativa è l'Arabia Saudita.
Il piano prevede la promozione di linee commerciali che dall'Asia passerebbero attraverso l'Arabia Saudita e che avrebbero come sbocco il porto israeliano di Haifa. Presupposto è la sottoscrizione degli "Accordi di Abramo", da approvare entro quest'anno. 
L'attuazione dell'iniziativa renderebbe l'Arabia Saudita l'attore principale dell'area mediorientale a scapito dell'Iran. Ricordiamo che due anni fa la Cina ha concesso un prestito di 400 miliardi di dollari all'Iran. In sostanza l'ha comprata.
 
L'Arabia Saudita è salita agli onori della cronaca perché si è aggiudicata l'Expo 2030, ha conquistato i campionati asiatici di sci (!), i mondiali di calcio del 2034 e una presenza importante ai massimi livelli del golf e della Formula 1. 
Questi sono gli aspetti mediaticamente più eclatanti ma di minore importanza. 
Da sette anni l'Arabia Saudita ha lanciato la "Saudi Vision 2030", una mappa di sviluppo nella quale è stato investito qualcosa come 500 miliardi di dollari che ha come punto fondamentale la realizzazione del progetto Neom: un insieme di porti, autostrade, aeroporti, linee ferroviarie, industrie, città, insediamenti turistici, università e centri di ricerca che si svilupperanno per una lunghezza di 170 km nel territorio saudita.
L'Arabia Saudita vuole essere l'attore principale nel Medio Oriente e oltre.
Un tassello fondamentale di questa operazione è Israele, che si affaccia sul Mediterraneo e, quindi, sull'Europa. Impedire, o quantomeno ritardare, questo progetto è esiziale per l'Iran e mina gli interessi della Cina, ora ai vertici dell'attività economica mondiale.
 Questi i motivi dell'attacco a Israele del 7 ottobre. 
La reazione ritarderà la sottoscrizione degli "Accordi di Abramo" ma non li impedirà. 
Un nuovo attore si affaccerà sulla scena mondiale in sintonia con l'Occidente e in competizione con la Cina. 
 
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