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Il boom delle mascherine. Proteggersi talvolta salva i piccoli business della moda
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Articolo di Redazione
30 agosto 2020 17:49
 
Non sono un semplice accessorio, ma ciò non significa che non possano, in qualche modo, funzionare come tali. La mascherina non è solo diventata l'icona inaspettata di questo nuovo mondo, ma anche un oggetto che, oltre a salvare vite, può salvare le aziende.

All'inizio di marzo Etsy, la piattaforma che commercializza prodotti artigianali e oggetti di piccoli marchi d'autore, era sull'orlo della bancarotta. Il 20 aprile, tuttavia, aveva triplicato il suo valore di mercato. Lo ha fatto grazie al fatto che piccole aziende e persino utenti anonimi hanno iniziato a realizzare mascherine dalle loro case. Hanno venduto 350 milioni di euro in mascherine fantasia e il prodotto rappresenta già il 15% del valore totale dell'intera piattaforma.

Qualche mese fa, durante il periodo più duro di lockdown, con carenza e la 'guerra per le mascherine' tra paesi, le case di moda hanno risposto in due modi molto diversi: molte le hanno fatte fare dai loro operai tessili per donarle ai malati e personale sanitario; altre, come Off-White, hanno deciso di considerarle come se fosse solo un altro pezzo di design: logo ben visibile e prezzo in linea. Oggi, già riforniti di mascherine e anche abituati a indossarle per gran parte della giornata, in molti hanno fatto il passo per considerarle un oggetto alla moda. O anche uno status symbol (ci sono già milionari ostentati che le hanno anche con gemme incrostate). Insomma, la necessità è diventata anche una forma di capriccio, e la mascherina può funzionare come un oggetto così indispensabile da essere estetico. Per questo, per molte aziende di moda, chiuse negli ultimi mesi, disegnare e commercializzare mascherine non le arricchisce, ma le tiene a galla.

L'agenzia Lyst, che analizza le ricerche di prodotti di moda e di lusso per rilevare le tendenze future, afferma che le ricerche di mascherine firmate sono cresciute a un ritmo rapido, al tasso del 424% nell'ultimo trimestre. Oggi tutti hanno il loro, da Christopher Kane a Marc Jacobs, da Mango a Burberry, da Adidas a Proenza Schouler. Sono tutte esaurite. Altri, come GAP, hanno cercato un'alternativa intelligente per la loro sopravvivenza: il gigante tessile americano ha una piattaforma Business 2 Business per commercializzare le sue mascherine a camerieri, commessi e altri dipendenti che lavorano davanti al pubblico. In un mese ne hanno vendute 10 milioni.

L'idea è abbastanza semplice: quasi nessuna mascherina supera i 100 euro (il prezzo medio è 20), non hanno bisogno di essere provate, quindi la vendita su internet è alle stelle, e non sono solo un oggetto necessario, ma anche l'unico che attira l'attenzione. In un contesto in cui, in questi giorni in cui borse firmate e scarpe di lusso non sollevano sospiri. Se a ciò aggiungiamo che la pubblicità comincia a inserire la mascherina tra i suoi elementi grafici e che siamo a poche settimane dall'inizio di alcune fashion week in cui celebrità e influencer si lasceranno fotografare insieme ad esse, l'effetto estetico della mascherina sta per esplodere.

Le mascherine per il viso aiutano a mantenere il mercato in movimento (infatti, Goldman Sachs ha appena pubblicato un rapporto in cui si afferma che l'uso forzato di mascherine in Nord America salverebbe migliaia di vite ma causerebbe anche una ripresa dell'economia del 5%), ma sono ancora una misura a breve termine, una specie di cerotto sulla ferita. Non solo perché i margini di guadagno derivanti dalla vendita di mascherine firmate sono trascurabili, ma anche perché, come sostenuto su The Telegraph la scorsa settimana "il loro utilizzo significa che non vogliamo entrare in spazi chiusi, almeno per ora". Ovvero l'acquisto fisico passa a quello digitale oppure viene interrotto direttamente, perché per quanto le regole vengano rispettate, acquistare con la maschera (e senza poter testare) ci fa ancora strano. Strano come guardare l'indumento indossato dalla persona accanto, che indossa anche una maschera. Insomma, il nuovo simbolo (etico ed estetico) dei nostri giorni può essere un'opportunità per la sopravvivenza di alcune case di moda, ma allo stesso tempo può essere il loro carnefice nel medio termine.

(Articolo di Letizia Garcia pubblicato sul quotidiano El Pais del 30/08/2020)
 
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