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Caso C.A.DO.M: una battaglia a difesa delle donne che non può accettare compromessi
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Articolo di Sara Astorino
31 luglio 2019 15:54
 
Con un proprio comunicato, il Centro Aiuto Donne Maltrattate ha diffuso la notizie che, a seguito del rifiuto di consegnare il codice fiscale delle donne che si erano rivolte al centro, la Regione Lombardia aveva revocato i fondi che erano sempre stati concessi.

La conseguenza di questa scelta ha determinato l’impossibilità per il C.A.DO.M di proseguire la propria attività e, pertanto, alcuni sportelli verranno dapprima ad essere gestiti dal altre associazioni, quali Telefono donna onlus e da White Matilda, ma successivamente al dicembre 2019 non è possibile prevedere la sorte degli sportelli di Brugherio, Lissone e Seregno.

Oggi spiegheremo perché si è deciso di schierarsi a favore di questa associazione, perché ci siamo impegnati a divulgare la vicenda e perché continuiamo ad offrire la nostra assistenza.

Ogni giorno si parla di violenza sulle donne, ogni giorno sentiamo di donne che sono state picchiate ed uccise, ogni anno viene tenuto una sorta di contatore delle donne vittime di violenza.

E’ un fenomeno subdolo, in continua espansione che sembra non conoscere freni, dove donne, tantissime donne indipendentemente dall’età, dall’appartenenza sociale o economica, rimangono vittime di una violenza, fisica o psicologica, perpetrata nei loro confronti da uomini che dovrebbero, e che dicono, di amarle e proteggerle.
Molte volte, anche troppe, non bastano le denunce, gli esposti, il ricorso all’autorità giudiziaria.
Molte volte, rassegnarsi ad una situazione di violenza non è una scelta: basti pensare ad una donna, non solo provata nello spirito e nel corpo, ma anche non in grado di provvedere a se stessa o semplicemente isolata dal proprio aguzzino.
 
Cosa può fare una donna in questa situazione?
Chiede aiuto, a qualcuno di cui si fida oppure cerca un’associazione o un centro antiviolenza a cui rivolgersi perché sa che troverà accoglienza, protezione e una strada per cominciare a vivere nuovamente.
Cliccando a questo link, potrete accedere all’elenco dei centri antiviolenza regione per regione e trovare quello più vicino a casa vostra.
Tra queste associazioni rientra anche il C.A.DO.M, che fa parte di una rete più ampia, e dove lavorano psicologhe e colleghe avvocati che supportano tutte le donne anche dando delle consulenze gratuite.
Le donne che si rivolgono al C.A.DO.M sono donne spaventate, timorose che sfuggono da una realtà tremenda, che prestano il loro consenso ad essere aiutate ma che di certo non sono in grado di prestare, o semplicemente pensare, di autorizzare, a quali scopi?, la diffusione dei propri dati e del proprio codice fiscale.
Sono Donne che hanno paura, che scappano alle quali non si può chiedere di prendere delle decisioni quando hanno appena abbandonato l’unico tipo di vita che hanno conosciuto.

La Regione Lombardia ha più volte richiesto al C.A.DO.M, e non solo, i dati delle donne, inclusi il codice fiscale.
Il C.A.DO.M ha rifiutato di aderire alla richiesta sollevando numerosi dubbi circa la legittimità della richiesta pertanto, sia nel 2015 che nel 2017, è stato coinvolto a dirimere la problematica il Garante sulla Privacy.
 
Il suddetto Garante ha chiarito che i dati dovevano essere anonimizzati ed ha sollevato alcune criticità il cui rimedio, per quanto dichiarato dal C.A.DO.M, la Regione Lombardia non ha mai spiegato.
Le criticità sono connesse alla validità del consenso che potrebbe essere viziato dallo stato di necessità e di bisogno in cui la donna si trova quando si rivolge al centro, alla violazione di norme come la Convenzione di Instabul, di cui abbiamo già parlato, nonché dalle criticità connessa alla gestione dei dati e alla protezione degli stessi.

Cosa accadrebbe se un soggetto terzo, inserendo il codice fiscale, riuscisse a carpire informazioni su una donna?
Sembra una ipotesi assurda, ma….
Sul sito del Garante della Privacy è possibile trovare l’ordinanza ingiunzione nei confronti di Lombardia Informatica Spa, 15 Marzo 2018, doc. web. 9003263, registro dei provvedimenti n. 156 del 15 Marzo 2018.
La Società Lombardia Informatica Spa, gestisce per conto della Regione Lombardia, i dati sensibili.
Col suddetto provvedimento la stessa è stata condannata a pagare la somma pari ad € 40.000 a titolo di sanzione amministrativa per aver “consentito ai soggetti terzi registrati alla piattaforma MUTA di accedere alla funzione di precompilazione dei moduli e, attraverso di essa, venire a conoscenza dei dati personali di alcuni soggetti che erano presenti negli archivi anagrafici della Regione e consentito ai predetti soggetti di accedere alla piattaforma MUTA senza aver superato una procedura di autenticazione al sistema”.

Come è avvenuta la violazione?
Utilizzando il codice fiscale, “risulta accertato, in primo luogo, che gli utenti registrati alla piattaforma Muta hanno avuto la possibilità di accedere a dati personali relativi a soggetti terzi tramite la funzione precompila dati del modello di dichiarazione unica ambientale. Tale funzione, a fronte dell’inserimento di un codice fiscale, forniva alcuni dati personali (nome, cognome, data di nascita e indirizzo di residenza, anche di minori) relativi all’interessato.”
Viene naturale sviluppare alcune considerazioni.

È così necessario fornire i dati sensibili e il codice fiscale?
Se la risposta è si, la domanda successiva è perché?
È giusto non rispondere alle legittime preoccupazioni di chi, dal 1984, si occupa di tutelare le donne?
È opportuno in questo momento storico non aiutare un centro antiviolenza?
Perché da una parte si approva il codice rosso e dall’altra nessuno parla di cosa sta accadendo al C.A.DO.M?
Per quanto mi riguarda occorre avere delle risposte, occorre portare l’attenzione su questo argomento, occorre battersi a tutela delle donne. Comprendo che potrebbe apparire una battaglia contro i mulini a vento ma, francamente, non riesco a rimanere ferma ed indifferente.
Troppo facile scuotere la testa e dirsi triste quando si sente l’ennesima notizia di una donna di violenza se, pur facendo un piccolo passo, quella donna, o un’altra, poteva essere aiutata.
Un flebile voce la mia, quella del C.A.DO.M, quella di BL Magazine e di chi ci ha aiutato a diffondere l’accaduto ma tante voci insieme si levano in coro.

***

Se la Regione Lombardia non ha ancora preso alcuna posizione né ha effettuato alcuna dichiarazione, una risposta è giunta tramite una lettera aperta del Sindaco del Comune di Monza, Dario Allevi.
Nel comunicato che trovate di seguito allegato, il Sindaco afferma che è stato solo il centro C.A.DO.M a non voler fornire i dati e che per tale ragione non potrà accedere alle risorse regionali.
Sostiene, inoltre, che il servizio, sebbene affidato ad altri, andrà avanti.
Il rispetto profondo che nutro verso le donne e verso le operatrici e gli operatori che lavorano in questo settore così delicato, un sentimento questo che mi auguravo fosse patrimonio di tutti capace di lasciare off-limits qualsiasi strumentalizzazione politica. 
Invece mi trovo costretto a scendere in campo per smontare le fake news costruite ad arte su questa vicenda e per fare chiarezza. Tutto nasce da una normativa regionale che dal 2016 richiede ai centri antiviolenza di acquisire il codice fiscale delle utenti, garantendone sempre e comunque l’anonimato per assicurare maggiore trasparenza nella rendicontazione. 
Nel tempo tutti gli operatori del territorio lombardo, compresi ovviamente quelli della Brianza che appartengono alla Rete Artemide – di cui il Comune di Monza è capofila – si sono adeguati a questa procedura, non registrando particolari problemi in tema di privacy. Tutti tranne uno, CADOM, che fin dall’inizio si è rifiutato intravedendo il pericolo di una presunta “schedatura” delle donne.
È evidente che un tale atteggiamento perpetuato nel tempo, escluderà automaticamente CADOM dalla Rete, dai progetti e dai finanziamenti che sono risorse regionali al 100% – si badi bene – non comunali, come qualcuno ha voluto far credere.
Non solo: la cosa più grave è che millantare presunte schedature mina profondamente la fiducia delle donne, costruita nel tempo, verso gli sportelli ma anche verso le Istituzioni tutte che compongono la Rete di aiuto e che hanno come unico obiettivo quello di prendersi cura delle donne maltrattate. Per questo motivo, in attesa che CADOM decida se adeguarsi o meno a quanto previsto da Regione Lombardia, abbiamo scelto insieme all’Assessore alle Politiche Sociali Désirée Merlini, di garantire comunque il servizio, riorganizzando le attività con gli altri due centri per tutelare in primis i servizi erogati alle donne in difficoltà.
Da parte nostra stiamo facendo di tutto per non escludere nessuno e per valorizzare le professionalità e il know-how maturato negli anni. 
Ma non siamo disposti a passare dalla parte del torto e – peggio ancora- ad essere strumentalizzati violentemente da chi la violenza di genere dovrebbe combatterla nel quotidiano.

Dario Allevi
Sentiamo la necessità di rispondere a questa lettera in modo critico ma costruttivo.
Sentiamo la necessità di rispondere perchè riteniamo che sia sbagliato parlare di strumentalizzazione violenta.
 
Sentiamo la necessità di rispondere perché, anche se solo il C.A.DO.M abbia sollevato delle perplessità, non significa che questo abbia torto.
Sentiamo la necessità di rispondere perchè vogliamo sapere per quanto tempo, e in che modo, i servizi andranno avanti.
Precisiamo che, per quanto a nostra conoscenza, mai nessuno, e sicuramente non il BL Magazine, ha mai tacciato il Comune di Monza o la Regione Lombardia di aver mancato di rispetto alle donne.
Quello che si chiede è chiarezza, proprio perché a nessuno piacciono le fake news, che ci piacerebbe sapere da chi sono state diffuse in quanto è aberrante che si faccia notizia sfruttando un tema delicato come quello della violenza sulle donne,
Chiediamo di conoscere, di sapere chi ha divulgato queste fake news in modo da esprimere anche noi la nostra totale disapprovazione.
Chiediamo al Sindaco Allevi ed anche all’Assessore alle Politiche Sociali, Desireè Merlini, di esprimere la propria posizione soprattutto tenuto conto del contenuto della relazione annuale 2015 del Garante della Privacy.

La relazione del Garante della PrivacyIn questa relazione, il Garante della Privacy analizza le perplessità espresse dal C.A.DO.M e rileva alcune criticità che solo se risolte potrebbero risolvere la situazione.

Si legge nella suddetta relazione “All’Ufficio è stato poi richiesto di fornire le proprie indicazioni in merito al progetto di una Regione volto a realizzare un osservatorio regionale sul fenomeno della violenza contro le donne. Il progetto prevedeva in particolare, la creazione, all’interno di una banca dati regionale informatizzata, dei cd. fascicoli (elettronici) donna, a cura dei centri antiviolenza e delle case rifugio del territorio, contenenti dati personali, anche sensibili e giudiziari, riguardanti il percorso di ciascuna donna vittima di violenza presa in carico. Il progetto prevedeva altresì che l’accesso alle informazioni, elaborate in forma aggregata, era consentito anche alla Regione per svolgere attività di monitoraggio del fenomeno. È stato chiarito al riguardo che l’attività di monitoraggio del fenomeno della violenza contro le donne di competenza regionale, può essere utilmente svolta mediante il trattamento di soli dati anonimi. Al contrario, le misure di anonimizzazione dei dati prospettate, consistenti nella cancellazione dell’intera componente anagrafica, sono state ritenute insufficienti in quanto non idonee ad eliminare la possibilità di isolare l’insieme dei dati riferiti alla singola vittima, rendendo quest’ultima re-identificabile (art. 4, comma 1, lett. n), del Codice; v. anche Gruppo Art. 29, parere n. 5/2014 sulle tecniche di anonimizzazione – WP 216). Ulteriori perplessità sono state manifestate riguardo alla validità del consenso della vittima, come presupposto legittimante la creazione dei predetti fascicoli elettronici, considerate le situazioni di estrema vulnerabilità delle donne esposte a minacce (o vittime) di maltrattamenti e di violenze di ogni genere le quali potrebbero temere di non ricevere assistenza e sostegno adeguati, qualora non acconsentissero al trattamento di dati in questione (cfr. art. 23, comma 4, del Codice e Gruppo Art. 29, parere n. 15/2011 sulla definizione di consenso – WP 187). Inoltre, la raccolta in un unico fascicolo elettronico dei dati delle vittime e la loro condivisione tra gli enti del territorio coinvolti non sono state ritenute indispensabili per fornire l’assistenza necessaria alle donne interessate. Ciò, tenuto conto anche degli specifici limiti che la disciplina prevede per le operazioni di raffronto e per i trattamenti volti a definire il profilo e la personalità dell’interessato utilizzando banche dati di diversi titolari (art. 22, comma 11, del Codice) (note 6 ottobre e 19 novembre 2015).
 
È incontestabile, quindi, che i timori del C.A.DO.M siano corretti e legittimi, e che non è sufficiente una semplice presa di posizione per essere contrari per partito preso ad una richiesta legittima.
Come intende risolvere le criticità evidenziate dal Garante la regione Lombadia?
Che suggerimenti ha il Comune di Monza per superare i problemi evidenziati posto che l’anonimizzazione non basta?
Ed ancora, che posizione assume la Regione Lombardia, e cosa ne pensa il Comune di Monza del provvedimento emesso dallo stesso Garante della Privacy nei confronti di Lombardia Informatica Spa, che gestisce per conto della Regione Lombardia idati sensibili. 15 Marzo 2018, doc. web. 9003263, registro dei provvedimenti n. 156 del 15 Marzo 2018?
Ricordiamo che col suddetto provvedimento la stessa è stata condannata a pagare la somma pari ad € 40.000 a titolo di sanzione amministrativa per aver “consentito ai soggetti terzi registrati alla piattaforma MUTA di accedere alla funzione di precompilazione dei moduli e, attraverso di essa, venire a conoscenza dei dati personali di alcuni soggetti che erano presenti negli archivi anagrafici della Regione e consentito ai predetti soggetti di accedere alla piattaforma MUTA senza aver superato una procedura di autenticazione al sistema”.
Ed infine chiediamo: fino a quando i centri antiviolenza affidati momentaneamente ad altri centri rimarranno aperti?
Riproponiamo, inoltre qui, le domande già formulate nel precedente articolo la cui risposta deve essere formulata alla luce della posizione assunta dal Garante della Privacy.
È così necessario fornire i dati sensibili e il codice fiscale?
Se la risposta è si, la domanda successiva è perché?
È giusto non rispondere alle legittime preoccupazioni di chi, dal 1984, si occupa di tutelare le donne?
È opportuno in questo momento storico non aiutare un centro antiviolenza?
Perché da una parte si approva il codice rosso e dall’altra nessuno parla di cosa sta accadendo al C.A.DO.M?

Una versione di questi articoli è stata pubblicata su BL Magazine che ringraziamo.
 
 
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