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Ci mancava solo di trasformare in eroi i bambini che tornano a scuola. E le merendine?
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Articolo di Redazione
9 settembre 2020 8:34
 
Eravamo noi (cantavamo dai balconi, eroici resistenti al passare le giornate sul divano). Poi erano i medici e gli infermieri (facevano i turni in rianimazione, neanche fosse il loro lavoro). E adesso, adesso sono i bambini. Beato il paese che non ha bisogno di cambiare eroi ogni quindici giorni.
«Quando ho guardato in classe ho visto mio figlio e gli altri due bimbi smarriti, che non si ritrovavano, immobili» (un padre, l’altroieri, su Facebook, dopo aver portato il figlio all’asilo, in un post presto diventato, come si dice in antilingua, virale).
Siamo riusciti a fare l’epica dello stare sul divano, vi pareva possibile che non facessimo un’epica del rientro a scuola? In scuole senza automobiline, perdipiù: il trauma del padre di cui sopra è che le classi sono spoglie, non si possono portare da casa giocattoli, pennarelli, macchinine, niente che potrebbe essere infetto.

Un’amica insegnante mi racconta che sta da giorni preparando il rientro con un metro: misura il semicerchio attorno alla cattedra, quello dove lei e le sue colleghe potranno stare senza mascherina, quello con la lavagna della nostra infanzia, quella nera coi gessetti, ma lontano dalla LIM (lavagna interattiva multimediale), e poi ogni tanto arriva una sua collega accompagnata da una crisi isterica: io senza LIM non posso fare lezioneeeee.

«Mio figlio è allegrissimo, come non fosse cambiato niente» (mamma milanese, probabilmente degenere). «Mio figlio mai visto così felice» (altra mamma milanese, altrettanto snaturata). «Quale trauma?» (mamma romana che ci mette dieci minuti a capire di cosa stia parlando).

Qualche tempo fa ho scritto delle madri dolenti che volevano riaprire le scuole a qualunque costo. Tra i commenti indignati, quelli di chi diceva: sei sessista, i figli hanno anche padri. Mi assumerei volentieri la responsabilità dell’essere i padri meno presenti sui social a stracciarsi le vesti per l’inadeguatezza del governo, dello stato, dell’universo rispetto ai bisogni dei loro piccini.

Purtroppo temo non sia colpa di nessuno: va così, il calcio lo seguono più i maschi e la moda più le femmine, va così e non è necessariamente un male, non più di quanto lo sia avere i capelli castani o essere nati sotto il segno dei pesci.

Quindi quello che sto per enunciare adesso non è un contentino, non è un modo di rabbonire le madri furenti per esser state messe in mezzo, non è una democristianità nel distribuire i carichi. Quanto sto per dire è verità incontrovertibile derivata da una vita di frequentazioni di famiglie e da più di dieci anni di osservazione social: i padri sono molto peggio, quando ci si mettono.

Che abbiano mille condivisioni o solo quattro amici loro, sono comunque gli unici abbastanza fessi da credere alla dinamica di base dei social, quella per cui o commenti «grazie di esistere, solo tu ci dici la verità», o sei hater.

Non si dà, nelle nostre giornate passate a cuorare e polliciare, la possibilità di dire «ti voglio bene, ma hai scritto un sacco di cazzate». E allora giù col maschio dolentismo che lo mipiaciano un sacco e quindi funziona, tutt’un «quelle classi-ospedali sterili e vuote, come prive di vita, e quegli occhi dei bambini smarriti e di noi genitori-bambini smarriti». Tutt’un «gli ho spiegato che se tutto va bene lui e i suoi amici potranno giocare senza più preoccuparsi». Tutt’un “La vita è bella”, che come vi svelerò tra poco è invero un modello dichiarato.

«Io mi sono svegliato tardi e non l’ho portato» (padre non sufficientemente dolente d’iscritto al nido pubblico che ha saltato il primo giorno: chissà il trauma, chissà i decenni d’analisi).

Conosco madri che nel 2020 hanno avuto tutta la gamma d’esperienze scolastiche. Quella che ha pagato uno sproposito a una scuola elementare privata che è stata chiusa da marzo e che da maggio le ha chiesto la tariffa dell’anno accademico successivo (una cifra, per il piccolo analfabeta, con la quale l’avrebbero accettato ad Harvard).

Quella – figlio all’asilo pubblico – che ha bestemmiato tutta la primavera per l’assenza della didattica a distanza, e ha ripetuto tante di quelle volte «le maestre stanno a casa coi miei soldi» che ho temuto fondasse un movimento politico di protesta.

Quella che dice che il virus tornerà perché i genitori se non accompagnano il figlio sedicenne in classe gli viene l’ansia. Quella che pretende il tampone quotidiano al piccino (piccino alto venti centimetri più di me e all’ultimo anno di liceo).

Quando, come me, sei assai più vicina ai cinquanta che ai quaranta, è impossibile non sapere tutto del mondo dei bambini: le tariffe delle babysitter, i cartoni che vanno per la maggiore, le mode infantili del momento, i programmi scolastici.

Le tue più o meno coetanee, siano amiche o gente con cui lavori, hanno tutte figliato, e molte hanno figliato dopo i quaranta: i loro figli non sono quelle cose che fanno anche i gatti, ma esperienze preziosissime costate interi guardaroba in fecondazione assistita e annesse isterie. Insomma: ne parlano. Ne parlano molto.

Ho una sola amica nullipara, ci guardiamo un po’ come ultime eroine della resistenza dal divano, un po’ senza osare chiederci: ma, se dovevo comunque sapere tutto ma proprio tutto dei guasti della didattica a distanza, non era meglio se mi riproducevo pure io?
Tuttavia, nessuna tipologia materna mi aveva preparato alla pagina Facebook del Comune di Milano, dove sembrano essersi radunate tutte le invasate d’Italia.

Quella secondo la quale la regola per cui non puoi portare i fratelli iscritti ad altri istituti dentro la scuola configura il reato di abbandono di minore. Quella per cui le scuole sono diventati lager (e non la intende come una buona cosa). Quella per cui con la prole bisogna fare come Benigni col figlio in “La vita è bella” (e la intende come una buona cosa).

Quella per cui le educatrici caracolleranno giù dalle scale con suo figlio in braccio, giacché lei con la mascherina inciampa sempre (nessuno le chiede se la tenga sugli occhi). Quella preoccupata per il più grave dei traumi, per la più straziante delle privazioni: i bambini non possono portare in classe l’astuccio.

«Tutto come prima non ce lo possiamo avere, così i bambini, così i professori, e anche i genitori, che non potranno, per dire, entrare ogni volta che il loro pargolo si scorda la merendina: come faremo, senza la merendina?» (amica insegnante, ordinariamente esasperata).

(articolo di Guia Soncini per Linkiesta del 09/09/2020)

 
 
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