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Coronavirus. Genesi e trasmissione di due fake news ... in una settimana
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Articolo di Pietro Moretti
4 giugno 2020 8:40
 
 Anche le fake news non sono tutte uguali. Per usare un’espressione giuridichese, alcune sono dolose, altre colpose.

Su quelle dolose si sono concentrati sociologi, psicologi e politologi di tutto il mondo: dalla Brexit all’elezione di Trump e Bolsonaro, fino al fenomeno dei 5 Stelle (una power house di fake news studiatissimo persino nelle università americane), si è cercato di capire il meccanismo che porta milioni di persone a convincersi di ciò su cui non c’è evidenza o che è dimostratamente falso.

Ma spesso le convinzioni errate si formano in modo involontario, con colpe diffuse nella catena di trasmissione delle informazioni dalla fonte al pubblico. Eccone due esempi recentissimi in Italia.

I titoli di giornale: “il virus è morto” e “il virus ha perso forza”.
Sono due notizie che abbiamo letto su moltissimi organi di informazione nell'ultima settimana, persino su quotidiani autorevoli e ad alta diffusione. Sono titoli basati su dichiarazioni stampa dei professori Roberto Zangrillo, primario del reparto di rianimazione al San Raffaele, e Arnaldo Caruso, presidente della Società italiana di virologia.

Eppure, allo stato dell’arte, il consenso scientifico, su cui concordano pienamente anche i due professori che non si stancano di ribadirlo, è il seguente: il virus circola ancora, non c’è alcuna evidenza che si sia indebolito, e se gli ospedali si stanno svuotando ed hanno casi meno gravi è grazie alle misure di lockdown, distanziamento, tamponi, tracciamenti, cure più tempestive ed efficaci. In Brasile, dove queste misure non sono state adottate nella convinzione balzana (bolsonara) che il virus è una banale influenzetta, contano oggi fino a duemila morti al giorno. E ad ucciderli è lo stesso virus che viene rilevato sui tamponi a Brescia come a New York, a New Delhi come a Wuhan.

Ma quindi il virus sta morendo ed è addirittura morto, oppure no? Come si conciliano queste due “verità” che appaiono diametralmente opposte? Vediamo.

Il prof. Zangrillo, in modo forse colposamente enfatico, ha dichiarato in TV: “Il virus è clinicamente morto”. Come ha spiegato successivamente, con quella espressione intendeva dire che nel suo reparto (“clinica”) al San Raffaele il virus non sta provocando la strage che abbiamo visto nei mesi passati o che contiua invece a mietere vittime nelle "cliniche" di mezzo mondo. Non perché il virus sia effettivamente morto ed estirpato, ma perché grazie alle misure adottate (lockdown, distanziamento, ecc.) e al progresso delle nostre conoscenze mediche (cure più efficaci e tempestive), il virus sta facendo sempre meno vittime e la malattia ha un decorso sempre meno grave. Tutto sta in quel “clinicamente”, che molti media hanno improvvidamente eliminato dai loro titoli.

Il prof. Caruso avrebbe invece dichiarato che il virus sta perdendo forza. A riprova di ciò, annuncia l’isolamento di una variante più debole del virus Sars-Cov-2. Titoloni! Ma andando ad approfondire neanche troppo profondamente l’oggetto della sua ricerca, si scopre che sta parlando di una variante isolata su un singolo tampone a Brescia. Una variante diversa da quella che tutti conosciamo, rinvenuta sulle restanti migliaia di tamponi che continuano ad essere effettuati ogni settimana in quell'area geografica. In breve, è come se fosse stato scoperto un cammello nato con due gambe (capita!), e si affermasse che i cammelli stanno diventando bipedi. Non è escluso che in futuro questa variante non diventi la norma, o che ci siano molti più cammelli con due gambe di quelli oggi noti, ma al momento il cammello è una specie solidamente quadrupede.

Le colpe
Sono condivise tra tutti i soggetti della catena informativa:
- la fonte (i due professori) con dichiarazioni inutilmente enfatiche senza considerare come avrebbero potuto essere travisate;
- l’informazione (non tutta, ma molta sì) ha travisato pur di fare titoli roboanti e attirare lettori (e pubblicità), piuttosto che affidare quei servizi a giornalisti preparati o semplicemente tacere;
- buona parte del pubblico ha letto i titoloni senza capire la vera portata di quelle affermazioni; molti, troppi, sono pronti a credere nell'intervento antivirale della Divina Provvidenza o della dea Fortuna, o magari per confermare le loro propensioni complottistiche, piuttosto che nei faticosi progressi della scienza, della medicina e dei nostri allucinanti sacrifici da lockdown.

Purtroppo è un meccanismo in parte inevitabile. Trasmettere conoscenze complesse attraverso titoli ad effetto sui media generalisti è come trasportare acqua con un colabrodo. Ma bisogna tutti fare uno sforzo in più per evitare che accada. Gli scienziati dovrebbero ponderare le loro parole quando parlano in TV, nella consapevolezza che non hanno davanti una platea di colleghi capaci di discernere. I media dovrebbero approfondire e dare informazioni corrette, estirpando quelle false. Alcuni, i più seri, lo fanno, ma la stragrande maggioranza, soprattutto i social, ancora no. Noi del pubblico dovremmo elevare le nostre conoscenze, sia attraverso lo sviluppo e l’utilizzo del senso critico, sia pretendendo un massiccio investimento nel sistema di istruzione e di ricerca.

Le fake news, dolose e anche quelle colpose, non sono disinformazione innocua e insignificante. Sono gravi imprecisioni e falsità che formano l’opinione pubblica, i suoi comportamenti nelle piazze e le sue scelte nelle urne elettorali. La disinformazione sui vaccini, che ha dato vita al movimento no-vax e a movimenti politici che hanno istituzionalizzato queste falsità nei Parlamenti e nei Governi, ha provocato migliaia di morti per morbillo e altre malattie prevenibili con una semplice inoculazione.

Val la pena lottare per salvare quelle vite, forse con ancora più determinazione di quanto facciamo strillando i nostri incrollabili pregiudizi.

 
 
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