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Coronavirus e i servizi essenziali. Dall’Italia al mondo
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Articolo di Vincenzo Donvito
21 marzo 2020 11:54
 
 In periodo coronavirus, quali sono i criteri per definire i servizi come essenziali e quindi che possono restare aperti? Ovviamente non possono essere criteri individuali: questo è uno dei diversi sacrifici a cui dobbiamo adeguarci, anche se qualcuno potrebbe obiettare non sentendosi “comunità” ma “massa”. Sacrifici, per l’appunto. Anche gli spiriti più “liberi” e “recalcitranti” devono e possono comprendere questa necessità.
La parola “essenziale”, però non solo si confronta con le abitudini individuali ma anche con quelle collettive o sociali. Nel nostro Paese, pur con differenze regionali talvolta notevoli, il governo nazionale sembra in grado di agire in questo senso. Problemi ci sono, ma al momento sembra che siano essenzialmente sulle norme di tutela sanitaria, grazie anche al fatto che in pratica il sistema sanitario in Italia è più regionale che nazionale (per esempio: tamponi a tutti o meno), che per il resto della abitudini ci sembra che le limitazioni imposte non facciano violenza a nessuna cultura o tradizione. E ci sembra che tutti i residenti nella nostra Penisola (isole incluse) lo stiano comprendendo.

Ma cosa accade negli altri Paesi? Anche quelli dell’Unione Europea, che in questo frangente ha finora dimostrato che “ognuno fa da se”?
Non siamo in grado di fare una panoramica esaustiva, ma alcune curiosità sono interessanti e sintomatiche.

La domanda quindi è: quali sono i criteri per determinare ciò che viene considerato di primaria necessità? Molti stanno adottando un metodo che, in buon parte del mondo, viene chiamato “italiano”; impropriamente a nostro avviso, considerato che i primi a metterlo in atto sono stati i cinesi… ma si sa che a molti “fa piacere” dividere il mondo in sfere di influenza, e i cinesi continuano ad essere considerati come degli estranei, anche se le loro produzioni e tecnologie sono la gran parte di quelle che vengono utilizzate nel nostro quotidiano.

In Francia si stanno ancora chiedendo, nell’interpretazione delle direttive emergenziali, se i venditori (esclusivi) di vino e le librerie fanno parte di questa essenzialità.

In Belgio il governo ha autorizzato i parrucchieri a restare aperti, solo su appuntamento e con un cliente per volta. Ora stanno cercando di capire come garantire il metro di distanza fra persone, anche lì considerato il minimo per evitare ogni forma di contagio.

In Austria, dove i provvedimenti emergenziali sono stati presi prima di altri Paesi Ue, è in corso una sorta di battaglia politica sui parchi, soprattutto a Vienna, dove rappresentano un punto locale di orgoglio. Gli ecologisti, che sono al governo con i conservatori, sono riusciti ad ottenere che “passeggiare nei parchi” faccia parte delle eccezioni alla limitazione di mobilità. Dopo i primi giorni di confusione, il vice-cancelliere Werner Kogler, ecologista, ha annunciato con soddisfazione su Twitter, il 19 marzo: “i parchi e le aree gioco aprono di nuovo i loro spazi”.
“Le persone hanno bisogno di spazi per respirare”, ha detto il ministro della Salute Rudolf Anschober, anche lui ecologista, precisando che solo le passeggiate in solitaria o in famiglia sono autorizzate, mantenendo il metro di distanza con gli altri che si incontrano.

In Olanda è di un altro tipo il servizio che ha riaperto parzialmente le porte, i famosi coffee-shop. Il governo all’inizio aveva deciso di tenerli chiusi come la maggior parte degli altri esercizi commerciali, ma poi ha fatto marcia indietro. Il timore di una crescita dei traffici illegali di sostanze stupefacenti lo ha fatto desistere, ma col divieto di consumo negli stessi negozi.

Dall’altra parte dell’Atlantico, in California, nell’ovest degli Usa, il Comune di San Francisco ha anch’esso fatto marcia indietro rispetto ai provvedimenti presi nei giorni precedenti, e la Sindaca London Breed ha fatto sapere che i dispensari di cannabis potevano restare aperti. “La marijuana è un farmaco essenziale per molte persone”, ha detto l’assessore alla Salute pubblica di San Francisco in un tweet. Il tutto ovviamente rispettando le misure di sicurezza sanitaria come il metro di distanza tra clienti e commessi.

Paese che vai usanza che trovi. La Polonia ha deciso di tenere aperte le chiese. Mentre la Conferenza episcopale italiana (Cei, che ha un certo peso negli ambienti del cattolicesimo romano) ha accettato le decisioni del governo italiano di sospendere le cerimonie civili e religiose, la sua omologa polacca aveva in un primo tempo dato disposizioni perché le varie funzioni religiose fossero moltiplicate sì da diminuire il numero di fedeli presenti nelle chiese, conformandosi così alle direttive sanitarie sulla promiscuità. Il presidente della Cei polacca, l’arcivescovo Stanislaw Gadecki aveva sottolineato: “nello stesso modo in cui gli ospedali curano le malattie del corpo, le chiese servono, tra l’altro, a curare le malattie dell’anima. Ed è per questo inimmaginabile che noi non si possa pregare nelle chiese”.
Ma, grazie alla pressione del governo e dell’opinione pubblica, i vescovi hanno finito per “addolcire” le proprie posizioni: hanno “raccomandato” alle autorità diocesane di dare delle “dispense” per le messe domenicali alle persone anziane e malate, sì da evitare loro di commettere peccato. Questi fedeli (e sembra solo questi) sono stati invitati a partecipare alle funzioni religiose attraverso Internet.

Buona primavera a chi è riuscito a leggere fino a qui.
 
 
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