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Cosa è la democrazia e come muore ('How Democracies Die', di Steve Levitsky e Daniel Ziblatt)
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Articolo di Pietro Moretti
19 settembre 2018 12:14
 
Discutendo con un amico, attratto dalle tesi gialloverdi secondo cui l’Italia ha subito un furto di democrazia da parte dell’UE , mi è stata fatta questa domanda: "Ti pare democratico che la Banca centrale sia indipendente dal Governo democraticamente eletto? Bella democrazia la nostra!".
Al che, facendo eco alle recenti affermazioni del ministro dell’Interno Matteo Salvini contro l’assenza di legittimazione democratica dei magistrati che lo stanno indagando ("loro non sono eletti"), gli ho chiesto: “Ti pare democratico che la magistratura sia indipendente dal Governo democraticamente eletto? Bella democrazia la nostra!”

Cosa vuol dire “democrazia”? Per l’amico è chiaramente sinonimo di “elezioni”: se sei eletto sei democratico e legittimato, altrimenti no.

Eppure, anche la Corea del Nord, quanto di più lontano dalla nostra concezione di democrazia, si chiama in realtà “Repubblica popolare democratica di Corea” e svolge votazioni. Si vota anche in Turchia, in Venezuela, in Iran, in Russia e praticamente in tutte quelle che definiamo dittature o autocrazie.
Cosa distingue quindi la “democrazia” che resiste, con sempre maggiore fatica, nel cosiddetto Occidente e le altre “democrazie”?

In dottrina, la “nostra” democrazia è chiamata “liberale”. E’ un regime molto diverso, diremmo antitetico, rispetto ad altri modelli di democrazia che per brevità, e con imperdonabile imprecisione, chiameremo “popolare”. Appare simile, ma è antitetica anche ad autocrazie come la Polonia e l’Ungheria, dove la democrazia liberale è stata spolpata e ridotta a “democrazia illiberale”, avvicinandosi così a quei regimi che consideriamo non democratici.

Spiega l'art. 1 della nostra Costituzione che "la sovranità appartiene al popolo". In questa espressione è enunciato il concetto di democrazia, che si ritrova anche nelle costituzioni e nelle leggi di Paesi che consideriamo dittatoriali.

Ma i costituenti italiani erano ben consapevoli che votare non basta per definirsi democratici. Per prima cosa perché il "popolo" non esiste come entità monolitica, ma esistono decine di milioni di individui con opinioni diverse tra loro. Dare potere assoluto al "popolo" non è altro che darlo ad una minoranza organizzata, che potrebbe così utilizzarlo per schiacciare le altre minoranze e gli individui sgraditi. Inoltre, sapevano che storicamente i tiranni diventano spesso tali "in nome e per il popolo", autorappresentandosi come i loro unici e autentici portavoce – Mussolini e Hitler arrivarono al potere attraverso elezioni. Infine, l'obiettivo fondamentale della democrazia liberale è proteggere i diritti di libertà dell'individuo, anche quando quei diritti infastidiscono tremendamente i più. Senza la protezione di ciascun individuo e della sua sfera inalienabile di libertà, anche e soprattutto dalla maggioranza di turno, nessuno è al sicuro.

Ecco quindi che immediatamente dopo quel "la sovranità appartiene al popolo", segue una fondamentale puntualizzazione: "che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione". Quelle forme e limiti costituiscono in nuce ciò che potremmo riassumere col termine "liberale".
Uno di queste forme e di questi limiti, ad esempio, consiste nei principi di separazione dei poteri e di stato di diritto che potremmo riassumere così: nessuno è al di sopra della legge. A tal fine è stata creata la magistratura che, non eletta dal popolo, esercita il potere giudiziario in modo indipendente dal governo e dal parlamento. Dietro questa scelta, l'idea secondo cui anche il governante più popolare ed eletto con maggioranze schiaccianti non possa violare quelle forme e quei limiti. Se lo fa, un potere separato e indipendente lo sanziona. Se anche il potere giudiziario fosse esercitato direttamente dal popolo, attraverso votazioni o sondaggi, l'amato governante sarebbe scagionato dai suoi più atroci crimini. Non solo: le minoranze e gli individui all’opposizione potrebbero facilmente essere imprigionati a colpi di votazioni, e così tolti di mezzo.

Fondamentale per una democrazia liberale sono ovviamente la libertà di espressione e la libertà di stampa, quest’ultima garantita anche da istituzioni pubbliche che tendono (o dovrebbero tendere) a “rimuovere gli ostacoli” al raggiungimento del massimo grado di pluralismo possibile.

Non contraddice la nozione di democrazia liberale il fatto che via via gli Stati occidentali si sono dotati di agenzie e organismi indipendenti e non votati dal popolo in tema sanitario e farmaceutico. Se un farmaco o un vaccino è efficace o dannoso lo si scopre dopo un lungo procedimento di sperimentazione fatto in laboratori specializzati da personale altamente formato, e non tramite un voto popolare. “Democratizzare” la scienza significherebbe rinunciarvi, tornando ad un medioevo popolato da stregoni e untori, sospetti e superstizioni.

La libertà di insegnamento e di ricerca scientifica è sì un vulnus alla democrazia illiberale, ma non alla democrazia liberale. Ne è l'essenza! Anche se vi fosse una maggioranza di cittadini convinti che la vita sulla terra è stata creata in una settimana da un’entità soprannaturale poche migliaia di anni fa, non potrebbero imporne l’insegnamento nelle scuole pubbliche al posto di biologia.

In breve, quelle forme e quei limiti sono a protezione innanzitutto dell’individuo, senza la cui libertà di circolare, comunicare, informarsi, studiare, curarsi, intraprendere, lavorare ecc. viene meno il nostro concetto di democrazia. Un individuo disinformato dalla propaganda di regime - che nelle democrazie illiberali arriva a riscrivere i libri di scuola - senza libertà di espressione, senza una stampa libera, senza una giustizia indipendente e giusta, senza libertà di movimento e comunicazione, difficilmente potrà esprimere liberamente il proprio voto, finendo per trasformare le elezioni in vuoti plebisciti. Oltre il fatto che, aldilà dell’architettura istituzionale, essere liberi è generalmente preferibile al non esserlo.

Ma la democrazia liberale è una minuscola parentesi della storia umana e oggi è seriamente in pericolo. Il pericolo non viene da un nemico esterno che vuole sottometterci o un generale delle forze armate che occupa le strade della capitale con i carri armati. Benchemeno è messa in pericolo dagli immigrati e dalla UE. La democrazia liberale muore dall’interno, attraverso l’urna elettorale. E’ già successo in Italia e in Germania quasi cento anni fa, e sta succedendo oggi in molte parti del mondo.

E’ difficile spiegarsi cosa possa portare dei popoli a votare chi mette in pericolo quei valori su cui si fonda la nostra democrazia. Popoli che spesso non si rendono conto di aver perso libertà, perché comunque chiamati regolarmente a votare. Ma molti autocrati hanno ormai imparato il trucco.

Si inizia con una violentissima propaganda per demolire le cosiddette élite – partiti tradizionali, giornalisti, autorità indipendenti, giudici – accusandoli di corruzione e tradimento del popolo. Si propongono leggi e modifiche costituzionali per “migliorare” la democrazia, renderla più efficiente, ma il cui unico obiettivo è indebolire e abrogare più o meno gradualmente “le forme e i limiti”. Con partiti politici d’opposizione, giornalisti e autorità indipendenti ridotti dalla propaganda a strumenti dell’ancien régime e a bersagli della rabbia popolare, il cittadino è convinto di aver acquistato libertà. In realtà, un’opinione pubblica atomizzata dalla scomparsa dei corpi intermedi, disinformata dalla propaganda e rabbiosa è quanto di più malleabile esista.

Come spesso accade, una democrazia illiberale che sorge lentamente dalle macerie di una democrazia liberale tende a fare squadra con altre democrazie illiberali, pur avendo interessi contrapposti. Non è un caso che gli autocrati - o candidati a divenirlo - ammirino la Russia di Putin, il Venezuela di Chàvez e Maduro, e l’Ungheria di Orbán. Al contempo detestano ogni organizzazione che vigila sul rispetto di “forme e limiti”. Tra questi ci sono le istituzioni internazionali e sovranazionali create per mano di democrazie liberali che, consapevoli della propria fragilità, si sono dotate via via di “vincoli esterni”. L’Onu, l’Unione Europea e il Consiglio d’Europa ne sono un esempio. Sottoscrivendo trattati sui diritti umani e istituendo corti di giustizia internazionali e sovranazionali, nessun singolo paese dovrebbe essere lasciato solo in balia delle emozioni elettorali e dalla tentazione di restaurare regimi liberticidi. Ovviamente, queste istituzioni internazionali e sovranazionali sono bersaglio primario dell’invettiva populista.

Ma come è possibile che dopo oltre settant’anni di democrazia liberale, si possa voltarle le spalle additandola di tutti i mali? Non aiuta l’inconsapevolezza della centrale importanza di quelle “forme e limiti”, la cui funzione è sconosciuta ai più, specialmente in un Paese come il nostro attraversato nell’ultimo secolo da due ideologie illiberali ma popolarissime, il fascismo e il comunismo. Né aiuta il Web, uno strumento che ha la potenzialità senza precedenti di diffondere conoscenze e che invece sembriamo utilizzare soprattutto per disinformarci e rafforzare i nostri pregiudizi. Tutte le indagini demoscopiche dimostrano quanto l’opinione pubblica italiana, e non solo, sia disinformata sulla realtà del proprio Paese, specie su quei temi su cui si fondano rabbia e consenso elettorale.

Certo, tutto questo non significa che le democrazie liberali debbano essere conservate in ogni loro elemento come fossero reliquie. Quelle forme e quei limiti vanno continuamente rivisti, rimodulati, ma sempre con l’obiettivo primario di proteggere l’individuo. Una democrazia vive se si adegua, si evolve e risponde alle esigenze dei suoi cittadini e di errori ne sono stati fatti molti nell’affrontare la crisi iniziata nel 2008. Ma il problema non è la democrazia liberale, sono semmai le politiche adottate. Ritornare agli stati nazionali e a forme di governo autocratiche non fermerà la globalizzazione, l’automazione del lavoro, l’informatica e la finanza internazionale. Servirà solo a toglierci libertà.

Negli ultimi anni sono usciti molti saggi sull’incerto stato di salute delle democrazie liberali e i pericoli che ne mettono alla prova la sopravvivenza. Qui diamo un estratto del saggio How Democracies Die, di Steve Levitsky e Daniel Ziblatt, professori presso la Harvard University (edizione Crown, New York, 2018). Hanno passato gli ultimi decenni a studiare questo infausto fenomeno, così spesso accompagnato dai fragorosi applausi del “popolo”. Proponiamo qui un estratto dell’introduzione al loro studio, che si spera venga presto tradotto anche in italiano.
 

Brano tratto dall'Introduzione del libro How Democracies Die, di Steve Levitsky e Daniel Ziblatt, ed. Crown, New York, 2018

A mezzogiorno dell’11 settembre 1973, dopo mesi di tensioni crescenti nelle strade di Santiago, Cile, gli aerei da caccia Hawker Hunter di costruzione britannica sorvolarono l’area e sganciarono le loro bombe su La Moneda, il neoclassico palazzo presidenziale nel centro della città. Il Presidente Salvador Allende, eletto tre anni prima a capo di una coalizione di sinistra, era barricato dentro. Durante il suo mandato, il Cile era stato tormentato da rivolte sociali, crisi economiche e paralisi politica. Allende aveva detto che non avrebbe lasciato il suo posto fino a quando non avesse finito il suo lavoro – ma ora era giunto il momento della verità. Sotto il comando del generale Augusto Pinochet, le forze armate del Cile stavano prendendo il controllo del Paese. La mattina presto di quel giorno fatidico, Allende aveva offerto parole di sfida durante un discorso trasmesso via radio, sperando che molti dei suoi sostenitori scendessero in strada a difendere la democrazia. Ma la resistenza non si materializzò. La polizia militare che faceva la guardia al palazzo lo aveva abbandonato; il suo discorso alla radio fu accolto nel silenzio. Dopo poche ora, il presidente Allende era morto. E con lui, la democrazia cilena.

E’ questo il modo con cui siamo soliti pensare alle democrazie morenti: per mano di uomini armati. Durante la Guerra Fredda, quasi tre democrazie su quattro furono soverchiate attraverso colpi di stato armati. Le democrazie in Argentina, Brasile, Repubblica Dominicana, Ghana, Grecia, Guatemala, Nigeria, Pakistan, Perù, Thailandia, Turchia e Uruguay sono tutte morte in questo modo. Più recentemente, un colpo di stato militare ha cacciato il presidente egiziano Mohamed Morsi nel 2013 e il primo ministro thailandese Yingluck Shinawatra nel 2014. In tutti questi casi, la democrazia si è dissolta in modo spettacolare, attraverso il potere militare e la violenza.

Ma c’è un altro modo per distruggere una democrazia. E’ meno drammatico ma altrettanto distruttivo. E’ possibile che le democrazie muoiano non per mano dei generali, ma dei leader eletti – presidenti o primi ministri che sovvertono quello stesso processo democratico che li ha portati al potere. Alcuni di questi leader smantellano la democrazia rapidamente, come Hitler poco dopo l’incendio del Reigstag in Germania nel 1933. Ma più frequentemente le democrazie si erodo lentamente, un passo appena percettibile dopo l’altro.

In Venezuela, per esempio, Hugo Chàvez era un outsider della politica che inveiva contro ciò che descriveva come una élite corrotta di governanti, promettendo la costruzione di una democrazia più “autentica” attraverso l’utilizzo dei vasti giacimenti di petrolio per migliorare la vita ai poveri. Facendo abilmente leva sulla rabbia dei venezuelani ordinari, molti dei quali si sentivano ignorati o maltrattati dai partiti politici tradizionali, Chàvez fu eletto presidente nel 1998. Come disse una elettrice durante la notte delle elezioni nello stato dove originava Chàvez, il Barinas: “La democrazia è infettata. E Chàvez è l’unico antibiotico che abbiamo”.

Quando Chàvez lanciò la rivoluzione che aveva promesso, lo fece in modo democratico. Nel 1999, si svolsero libere elezioni per una nuova assemblea costituente, in cui i suoi alleati vinsero con una maggioranza schiacciante. Questo permise agli chavistas di riscrivere unilateralmente la nuova costituzione. Era comunque una costituzione democratica e per rafforzare la sua legittimità, si tennero nuove elezioni presidenziali e parlamentari nel 2000. Chàvez e i suoi alleati vinsero anche quelle. Il populismo di Chàvez stimolò una dura opposizione e, nell’aprile 2002, fu deposto brevemente per mano militare. Ma il colpo di stato fallì, permettendo ad uno Chàvez trionfante di presentarsi ancora più legittimato democraticamente.

Fu solo nel 2003 che Chàvez fece il primo chiaro passo verso l’autoritarismo. Con il sostegno dell’opinione pubblica che stava svanendo, sospese un referendum dell’opposizione che lo avrebbe fatto cadere – fino all’anno successivo quando, con il prezzo del petrolio alle stelle, avrebbe recuperato sostegno sufficiente per vincerlo. Nel 2004, il Governo compilò una lista nera di coloro che avevano firmato a favore del referendum e riempì la corte suprema di suoi uomini, ma la schiacciante rielezione nel 2006 gli consentì di mantenere un’apparenza democratica. Il regime chavista divenne più repressivo nel 2006 quando chiuse una delle principali tv, arrestò o esiliò politici dell’opposizione, giudici e personaggi mediatici sulla base di accuse discutibili, ed eliminò ogni limite temporale alla carica presidenziale affinché Chàvez potesse rimanere in carica per sempre. Quando Chàvez, morente di cancro, fu rieletto nel 2012, il contesto era libero ma ingiusto: lo Chavismo controllava gran parte dei media e utilizzò la vasta macchina governativa a suo favore. Dopo la morte di Chàvez un anno dopo, il suo successore, Nicolàs Maduro, vinse un’altra elezione discutibile e nel 2014 il suo governo imprigionò uno dei principali leader d’opposizione. Di nuovo, la schiacciante vittoria dell’opposizione alle elezioni legislative del 2015 sembrava contraddire quei critici che descrivano il Venezuela come uno stato ormai non più democratico. Solo quando un’assemblea costituente mono-partito ha usurpato i poteri del Congresso nel 2017, quasi due decenni dopo la prima vittoria presidenziale di Chàvez, il Venezuela è stato riconosciuto largamente come un’autocrazia.

Questo è il modo in cui muoiono oggi le democrazie. La dittatura sfacciata – come il fascismo, il comunismo o il governo militare – è quasi scomparsa da gran parte del mondo. I colpi di stato militari e altre forme violente di presa del potere sono rari. La maggioranza dei paesi svolge regolari elezioni. Le democrazie continuano a morire, ma in modo diverso. Dalla fine della Guerra Fredda, il collasso della democrazia è stato causato non da generali e soldati ma dai governi eletti. Come Chàvez in Venezuela, i leader eletti hanno sovvertito le istituzioni democratiche in Georgia, Ungheria, Nicaragua, Perù, Filippine, Polonia, Russia, Sri Lanka, Turchia e Ucraina. La morte della democrazia oggi inizia nell’urna elettorale.

La via elettorale è pericolosamente ingannevole. Con il classico colpo di stato, come nel Cile di Pinochet, la morte della democrazia è immediata ed evidente a tutti. Il palazzo presidenziale brucia. Il presidente viene ucciso, imprigionato, o cacciato in esilio. La costituzione viene sospesa o eliminata del tutto. Ma sulla via elettorale non accade nulla di tutto ciò. Non ci sono carri armati per le strade. Le costituzioni e altre istituzioni formalmente democratiche rimangono al loro posto. La gente continua a votare. Gli autocrati eletti mantengono un’apparenza di democrazia mentre ne eviscerano la sostanza.

Molti degli sforzi di questi governi di sovvertire la democrazia sono “legali”, nel senso che sono approvati dal parlamento o approvati dalle corti. Potrebbero addirittura essere rappresentati come tentativi di migliorare la democrazia – rendere la giustizia più efficiente, combattere la corruzione o semplificare il processo elettorale. I quotidiani continuano ad essere pubblicati ma vengono comprati o bullizzati fino all’autocensura. I cittadini continuano a criticare il governo ma sempre più spesso si trovano ad affrontare problemi legali o fiscali. Questo genera confusione nell’opinione pubblica. La gente non si rende conto immediatamente di quel che accade. Molti continuano a credere di vivere in una democrazia. Nel 2011, durante un sondaggio di Latinobaròmetro in cui si chiedeva ai venezuelani di classificare il proprio paese da 1 (“per niente democratico”) a 10 (“completamente democratico”), il 51 per cento degli intervistati ha dato un voto di 8 o superiore.

Poiché non esiste un singolo momento – niente colpo di stato, nessuna dichiarazione di legge marziale o sospensione della costituzione – in cui un regime diviene chiaramente una dittatura, potrebbe non esserci nulla a far scattare i campanelli d’allarme nella società. Coloro che denunciano gli abusi del governo potrebbero essere accusati di esagerare o di gridare al lupo. Per molti, l’erosione della Democrazia è quasi impercettibile.
 
 
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