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Covid e retrocessione delle donne
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Articolo di Redazione
8 marzo 2021 14:49
 
Uno degli effetti del Covid è stato quello di aver bruciato, in meno di 12 mesi, anni di sforzi e battaglie per colmare il divario sul lavoro tra uomini e donne. I giornali anglosassoni parlano di “she-cession”, recessione al femminile, perché la crisi questa volta ha colpito soprattutto la parte femminile della forza lavoro. È una questione globale, che riguarda tutti i Paesi: negli Stati Uniti si calcola che 1,5 milioni di madri potrebbero non tornare sul posto di lavoro. Ma il problema per l’Italia è doppio, visto che già nel mondo pre-Covid eravamo tra gli ultimi in Europa per tasso di occupazione e reddito medio femminile. 
 
Cartoline dall’Italia L’indagine di Almalaurea, pubblicata in occasione dell’8 marzo, dice che nonostante le donne siano più brave e veloci all’università, poi lavorano e guadagnano meno degli uomini. Il tasso di occupazione femminile lo scorso dicembre era al 48,5% (nel 2019 aveva toccato per la prima volta il 50,1%): significa che lavora meno di una donna su due. E tra le laureate, la retribuzione mensile netta è più bassa del 16,9% rispetto ai maschi, salendo al 24,6% in presenza di figli.
 
E poi è arrivato il Covid È da qui che bisogna partire per capire la crisi di genere innescata dal Covid. Come ha scritto Roberta Carlini, questa crisi ha sovrarappresentato le donne su vari fronti: per la perdita di lavoro, per la maggiore esposizione al contagio e per il surplus di lavoro domestico. Secondo il saldo di fine anno dell’Istat, si sono persi 444mila posti di lavoro nel 2020, di cui 312mila donne. Solo a dicembre, su 101mila lasciati a casa, 99mila erano lavoratrici. Durante la crisi economica del 2008, l’occupazione femminile ha tenuto, mentre hanno perso soprattutto i lavoratori maschi. Questa volta sta accadendo il contrario.

In primis, perché le donne sono più presenti nei settori dei servizi più colpiti dalla pandemia, dal commercio alla ristorazione, frutto anche di quella “segregazione occupazionale” per cui ci sarebbero mestieri più adatti alle donne e altri più adatti agli uomini (basta guardare il divario di genere nelle lauree Stem).

E poi perché nella fascia femminile sono anche concentrati i contratti di lavoro non a tempo indeterminato e le varie forme di collaborazione – non protette da cassa integrazione e blocco dei licenziamenti – a cui ricorrono spesso ristorazione, commercio e turismo per far fronte ai picchi stagionali. Nel 2020 sono stati attivati 1,4 milioni di contratti a termine in meno. 

Inoltre c’è da considerare il peso ulteriore della cura dei figli a casa con le scuole chiuse: secondo un sondaggio di Ipsos, durante il lockdown il 31% delle donne ha annullato o posticipato la ricerca di lavoro.

Ma la sovrarappresentazione riguarda anche la presenza di donne tra le lavoratrici essenziali a rischio contagio. In quest’anno di pandemia, le donne che hanno denunciato all’Inail il contagio da Covid sono state 102.942 a fronte di 147.875 denunce complessive, circa il 70% del totale. «I lavori più a rischio sono anche quelli meno pagati. E sono le donne a farli», ha fatto notare la deputata del Pd Chiara Gribaudo.

Il Recovery che vorrei
La bozza del piano di rilancio italiano ha tra gli obiettivi la crescita dell’occupazione e dell’imprenditorialità femminile. La ministra Bonetti in un’intervista annuncia che ci saranno in tutto 6 miliardi per asili, lavoro e imprese guidate da donne. E per oggi è previsto un video messaggio di Draghi alla commissione Pari opportunità in cui spiegherà che senza ridurre il divario di genere non potrà esserci il rilancio del Paese. 
Ma nei settori su cui punta il Next Generation Eu – green e digitale – l’occupazione è per l’85% maschile. Il rischio, come denuncia la campagna #halfofit (che chiede di destinare la metà dei fondi alle donne) è che se non si fanno investimenti mirati a sanare i divari di genere la crisi per tutti si accelera, non si contrasta. Non servono bonus o assegni – dicono – ma sostegno all’imprenditorialità, formazione e riqualificazione mirata nelle nuove competenze. 
Secondo McKinsey, impegnarsi da subito per colmare il gap di genere che si è allargato con la pandemia permetterebbe di aumentare il Pil globale di 13 trilioni di dollari entro il 2030.

(da Linkiesta del 08/03/2021)
 
 
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