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I diritti delle donne in Turchia. Come si deve picchiare la propria moglie?
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Articolo di Redazione
23 marzo 2018 10:56
 
L’anno scorso in Turchia hanno perso la vita 409 donne a causa della violenza maschile. Le cifre salgono. Gli islamisti lottano contro l’emancipazione.
Sullo schermo un predicatore televisivo. Il quale spiega come vada picchiata una donna secondo le regole islamiche: “Non picchiarla al di sopra del collo né sul viso, non sul petto, né sulla schiena. Non chiudere la mano a pugno. Non usare un bastone più lungo di un righello. Botte e imprecazioni devono restare tra le quattro mura di casa”.
Poi passa a parlare sui motivi delle botte: “La nostra religione non permette all’uomo di picchiare la moglie per maltrattarla, ma per sfogarsi. Infatti, quando perde la pazienza, egli comincia a vedere persino nei tralicci una seconda donna. La donna dovrebbe essere riconoscente quando il marito la picchia”.
E’ noto che la maggior parte degli uomini non si attengono al consiglio dell’Imam di picchiare facendo attenzione. Soltanto nell’ultimo anno in Turchia sono state 409 le donne che hanno perso la vita a causa della violenza maschile. A confronto con l’anno precedente c’è stato un aumento di un quarto. Le donne vengono uccise per lo più da mariti o partner o da ex-mariti ed ex-partner. Nel 2017 in Turchia 332 donne sono state vittime di violenza sessuale. Queste cifre rivelano che, a dispetto del motto islamico “Il paradiso si trova sotto i piedi delle madri”, per le donne in Turchia sotto i piedi del mariti c’è, nel frattempo, l’inferno.
Quando la repubblica turca dette alle donne il diritto di voto attivo e passivo, si era nel 1934, e allora le donne avevano questo diritto solo in pochi Paesi europei. In Turchia, sulla via della modernità, le donne cominciarono a superare le severe regole religiose discriminanti, ad andarsene da casa e a giocare un ruolo nella vita pubblica, nell’amministrazione, nel governo, nella scienza e nell’arte.
La lotta contro il laicismo negli ultimi quindici anni ha però portato a massicce erosioni anche per quanto riguarda le conquiste delle donne. Con la frase:”Le donne, che non diventano madri, non sono che mezze donne”, il presidente Erdogan ha chiarito il suo punto di vista. I politici islamisti ricacciano in casa le donne che si impegnano a favore di una completa equiparazione dei diritti.
Attualmente, in Turchia, si tornano a dividere le donne e gli uomini, come usava nell’impero ottomano. Compaiono sulla stampa annunci di hotel che hanno spiagge e piscine separate per le donne. Sono richiesti ristoranti che hanno spazi separati per le donne. In quattro città dell’Anatolia sono entrati in servizio degli autobus solo per donne.
L’esperto delle botte alla propria moglie annunciò in una predica che è religiosamente inammissibile che una donna usi l’ascensore con uomini sconosciuti. La scorsa settimana un professore di teologia invitava a separare uomini e donne nei reparti di terapia intensiva e a far visitare le donne da medici di sesso femminile e gli uomini da medici di sesso maschile.
L’editorialista di un giornale islamista lamentava il fatto che nella tenuta sportiva delle pattinatrici sul ghiaccio e delle giocatrici di volley appaiono le linee del corpo, cosa che è “inconciliabile con i nostri valori nazionali e morali”. In una predica diffusa nei social media si diceva: “A partire dalla pubertà del proprio figlio maschio, la madre non deve portare abiti attillati, ciò lo spinge alla voluttà”. Lo stesso predicatore affermava che alle ragazze, che hanno rapporti illegittimi, dovrebbe essere tagliata la gola invece di seppellirle vive come usava prima.
E’ con una tale campagna di demonizzazione che le donne si trovano confrontate, mentre, da un’altra parte, lottano contro la crescente violenza in famiglia, i casi sempre più numerosi di stupro, il matrimonio di ragazze minorenni e il dominante dispotismo maschile.
Quando le donne sono scese in strada contro tutte queste cose nel fine settimana prima della festa della donna dell’otto marzo, si sono viste esposte alla violenza della polizia. Sotto una pioggia torrenziale sono state manganellate, ma hanno continuato a gridare senza stancarsi:
“Noi non stiamo zitte. Non abbiamo paura. Non obbediamo”.

(Articolo di Can Dündar, da “Die Zeit” n. 11/2018 del 10 marzo 2018)
 
 
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