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Domestiche senegalesi all'estero. 'Quando un giorno ho scoperto di essere stata venduta'
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Articolo di Redazione
27 novembre 2017 12:31
 
 Quando Boury racconta il suo soggiorno in Arabia Saudita, la collera e la paura si mescolano al disgusto:
“Era l’inferno! Il primo giorno, mi hanno toccato cosce e sedere. Mentre lavoravo, i figli del padrone mi buttavano occhiate di continuo. Dormivo vestita, un coltello a portata di mano”
Boury e’ nata e cresciuta a Dakar, nel quartiere di Sicat Liberté. A 20 anni, dopo aver interrotto i suoi studi di architettura in seguito ad una gravidanza, ha comunicato a lavorare come cameriera in dei ristoranti. Poi, nel 2015, dopo il suo divorzio, e’ partita per lavorare come domestica in Arabia Saudita dietro consiglio di sua madre, una amica della quale ha una “agenzia di collocamento”. Oggi ha 25 anni e un bambino di 5 anni, che lascia a casa di sua madre. Li dove e’ oggi, non sara’ mai pagata per il lavoro che fa.
“Sono arrivata a casa di chi mi dava lavoro alle 5 di mattina. Hanno preso la mia valigia e l’hanno aperta, hanno preso tutto cio’ che era elettronico. Io ho detto loro: “E il passaporto?”. Mi hanno risposto: “Lo teniamo anche questo in custodia”.
Ma i problemi cominciano quando lei esprime la sua volonta’ di ritornare in Senegal. La sua padrona cerca di piazzarla da qualcun altro; in seguito arrivano le proposte piu’ degradanti:
“Il fratello del padrone mi ha detto: “Puoi venire a casa mia. Ogni volta che ho bisogno di fare sesso, tu sarai a mia disposizione e, dopo sei mesi, avrai dei soldi, una casa ed anche un automobile da inviare in Senegal”. Quattro uomini della famiglia mi hanno fatto una simile proposta”.
Finalmente Boury scopre il motivo per cui non l’hanno mai pagata:
“In Senegal mi hanno venduta! La mia padrona mi ha detto di avermi pagata l’equivalente di due milioni di franchi CFA (piu’ di 3.000 euro), e mi ha detto: “Ho pagato il tuo biglietto, il tuo visto e dato dei soldi alla tua agenzia per farti venire, per questo non avrai nulla finche’ loro non mi rimborseranno o mi daranno un’altra ragazza”.
Intermediari canaglia
Boury non e’ la sola in questa situazione. Secondo il Global Slavery Index 2017 pubblicato dalla Walk Free Foundation, un’organizzazione che si batte contro la tratta degli esseri umani, ci sono state 40,3 milioni di vittime dello schiavismo moderno nel 2016: tra queste, numerose domestiche asiatiche e africane. Su 67,1 milioni di lavoratori domestici nel mondo, 11,5 milioni sono migranti, secondo l’Ufficio Internazionale del lavoro, e tra questi, il 73,4% sono donne.
Come e’ stato per Boury, si stima che ogni anno centinaia di senegalesi -nessuna statistica affidabile e’ disponibile- vanno a lavorare come domestiche all’estero, essenzialmente in Mauritania, Marocco, Libano, Kuwait e Arabia Saudita. In Senegal, il tasso di disoccupazione e’ del 25%, e per le donne poco scolarizzate, il lavoro piu’ accessibile e’ quello di tuttofare, per circa 70 euro al mese: una miseria se comparata alle promesse di salario fatte dalle agenzie di collocamento illegali o da intermediari canaglia che fanno intravedere alle donne delle situazioni invidiabili al di fuori delle frontiere senegalesi.
In quei posti, per le domestiche che cercano di tornare a casa in Senegal, lo scenario si ripete in modo identico, o peggio ancora, all’esterno. Sole in un Paese straniero di cui raramente parlano la lingua, costrette in casa, senza documenti o telefono (confiscati dal padrone), lavorano tutta la giornata, senza giorno di pausa, ferie o pause per malattia, per un salario irrisorio se non del tutto inesistente. E le meno fortunate sono vittime di violenze psicologiche, fisiche e sessuali.
“Alcune sono in prigione”
Emily Diouf, 34 anni, ha lavorato in Marocco grazie alla conoscenze di una cugina che l’ha presentata come “una poco di buono”. Oggi, tornata in Senegal, a Keur Massar, a 20 Km ad est di Dakar, le viene in mente di “un caso di una ragazza di 25 anni violentata dal suo datore di lavoro”:
“Quando lei lo ha detto alla sua padrona, questa ha replicato che mai suo marito avrebbe fatto una cosa del genere, e l’ha cacciata. Poco dopo, ho saputo che era incinta, ma poi non ho piu’ avuto sue notizia. Lei non conosceva nessuno in Marocco”.
Altra testimonianza, quella di Ndeye Ndoye, 32 anni. Ad agosto del 2015, essendo senza lavoro dopo un’esperienza senza contratto in un salone di manicure, e’ partita per il Libano, dove le era stato prospettato un salario di 450 euro al mese. Ma, una volta sul posto, si e’ subito disillusa:
“Mi picchiavano. Il marito mi insultava: “Tu sei una schiava, noi non rispettiamo i neri qui”. Talvolta mi lasciava senza niente da mangiare. Mi dovevo alzare alle 6 e lavorare fino all’una del giorno dopo. Dovevo fare tutto e la casa era troppo grande. Non potevo riposarmi, e non potevo spesso neanche sedermi!”.
Cosi’ come per Boury, non e’ raro che al momento che queste donne vogliono tornare in Senegal, scoprono di essere state truffate e vendute. Esse devono a quel punto scegliere tra due soluzioni: attendere che la loro agenzia invii una persona per rimpiazzarle, o scappare. Quelle che hanno un telefonino o delle connessioni Internet, cercano aiuto tra i loro conoscenti, all’ambasciata o anche attraverso i media senegalesi; le altre sono obbligate a scappare, col rischio di tragici epiloghi.
“Hanno ucciso molte donne laggiu’: alcune sono scomparse o finite in prigione”, dice Bouny. Cosi’ come Mbayang Diop, 22 anni, partita in Arabia Saudita per guadagnare qualcosa per allevare i suoi figli e prendersi cura dei suoi genitori, anziani e malati. Accusata di aver ucciso la sua padrona, e’ stata rinchiusa in una prigione saudita da giugno del 2016 ed e’ stata condannata a morte. In Senegal, Mbayang Diop e’ diventata l’icona della battaglia per i diritti delle domestiche.

Questo articolo e’ il risultato di ricerche condotte nell’ambito del progetto “Shadows of Slavery in West Africa and Beyond: a Historical Antropology”, finanziato dal’European Council Research e diretto dalla professoressa Alice Bellagamba dell’Universita’ La Bicocca di Milano.

(articolo di Luciana De Michele, collaboratrice da Dakar, pubblicato sul quotidiano le Monde del 27/11/2017)
 
 
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