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Erdogan - speranza o caduta?
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Articolo di Redazione
6 novembre 2019 10:28
 
 L’intervento turco in Siria ha antecedenti complessi. Inquadramento degli avvenimenti attuali. Per capire l’intervento turco in Siria dovrebbero essere presi in considerazione quattro aspetti. Li elenco di seguito in ordine cronologico.

Primo: la paura dei Turchi della divisione, una paura che è vecchia come la repubblica. All’inizio del XVIII secolo l’impero ottomano dominava su una superficie di 20 milioni di kmq in Europa, Asia e Africa. All’inizio del XX secolo essa si era ridotta a 783.000 kmq. Il trauma della perdita soprattutto dei Balcani, delle isole dell’Egeo e del Vicino Oriente influenza profondamente l’identità nazionale. La fondazione di uno Stato curdo in Siria, dove i Curdi rappresentano il gruppo etnico più consistente, potrebbe coinvolgere anche i Curdi della Turchia e costare il territorio dell’Anatolia. Il problema, quindi, ha rappresentato la priorità per ogni governo, quando si è trattato della sicurezza e di una minaccia potenziale.

Il secondo aspetto ha a che fare soltanto con la Siria. Con la Siria, la Turchia condivide il confine di stato più lungo (911 chilometri). Sino alla fine della prima guerra mondiale la Siria era una provincia ottomana, da allora è un vicino problematico della Turchia. Numerosi conflitti hanno improntato le relazioni, dalle controversie sui confini fino alla distribuzione dell’acqua dell’Eufrate. Che il capo del PKK [partito dei lavoratori del Kurdistan], dichiarato “nemico pubblico numero uno”, abbia istituito una base nel territorio della Bekaa controllato dai siriani, e abbia preso la residenza a Damasco, ha portato i due Paesi alle soglie della guerra. Una ironia della storia: sotto il governo di Erdogan, Damasco e Ankara si sono avvicinate per la prima volta. Nel 2014 Baschar al-Assad visitò la Turchia nella sua qualità di capo dello Stato siriano. E lo stesso anno Erdogan ricambiò la visita. I due capi di stato hanno fatto insieme le vacanze, gli eserciti dei due Paesi hanno svolto manovre insieme. Ma coi profughi siriani, che dopo la primavera araba del 2011 si sono rifugiati in Turchia, fuggendo la collera di Damasco, le relazioni tra i due Paesi sono cambiate. Gli amici di ieri sono diventati nemici.

[Terzo:] L’aspetto etnico e politico vanno integrati con quello religioso: il fatto che a Damasco governino gli Alawiti, benché la maggioranza della popolazione sia sunnita, è diventato tacitamente un problema in riferimento all’equilibrio interno dei due Paesi. La simpatia di Erdogan per i Fratelli musulmani, un avversario del partito Baath [partito socialista arabo in Siria], il sostegno attivo di Ankara all’esercito siriano libero [che combatte contro il governo di Assad] e la crescente trasformazione della Turchia in una base dell’Isis hanno provocato il malcontento di Damasco.

Il quarto aspetto dell’offensiva in Siria è in relazione con la difficile situazione di Erdogan all’interno del suo Paese. Dalla batosta nelle ultime elezioni amministrative con la perdita di Istanbul Erdogan è in declino. Un ex premier e un ex presidente della Repubblica hanno lasciato il suo partito e hanno programmato di fondare partiti concorrenti. L’opposizione si è unita per la prima volta formando un fronte nazionale. La crisi economica e i tre milioni e mezzo di profughi siriani, che acuiscono la disoccupazione nel Paese, fornendo mano d’opera a basso costo, hanno alienato anche i sostenitori più appassionati. Nei sondaggi lo AKP [partito di Erdogan] si è trovato al livello più basso degli ultimi dieci anni. Molti mormoravano che l’unica via d’uscita da questo dilemma sarebbe stata una guerra. E così è successo. Erdogan ha costretto l’opposizione a sostenere la campagna militare e così l’ha portata dalla sua parte e ha rotto la sua alleanza. In modo analogo ha messo a tacere gli avversari all’interno del partito. Ha consolidato il suo potere, tirando forte le redini. E, con la promessa di insediare i profughi siriani nella zona di sicurezza che deve essere creata con l’operazione, ha risolto nello stesso tempo, secondo il suo giudizio, anche il problema dei profughi.

Questi punti a livello locale sono stati favoriti dalla diplomazia internazionale: il conflitto tra gli Stati Uniti e la Russia in Siria ha allargato lo spazio di azione di Erdogan. Con una tattica intelligente egli li ha messi l’uno contro l’altro, facendo causa comune con gli Stati Uniti a est dell’Eufrate, e con la Russia a ovest. Trump voleva scaricare il peso sulla Turchia e ritirarsi dalla Siria, perciò ha dato luce verde a Erdogan. Putin, all’inizio, ha chiuso un occhio davanti all’offensiva, poiché avrebbe allontanato gli Stati Uniti dalla Siria e i Curdi da Washington, ma ha spinto Mosca e Damasco tra le braccia l’una dell’altra. E per quanto riguarda l’Europa: una volta di più le capitali europee si sono piegate alla minaccia di Erdogan di aprire i confini ai profughi, ragion per cui esse si sono limitate a una condanna e a un embargo delle armi. Così i Curdi, piantati in asso dagli Stati Uniti, hanno perso il primo round; vincitori, e nuovamente rafforzati, sono stati Erdogan e l’ISIS.

Ma la medaglia ha anche un’altra faccia: l’offensiva ha isolato completamente la Turchia nel mondo. Un ampio fronte, dalla Unione Europea alla Lega Araba, si è messo contro Erdogan. Inoltre si mostrano in modo crescente anche i pericoli del campo minato, in cui si è entrati: la minaccia di Trump di distruggere l’economia turca se si esagera – le truppe turche potrebbero trovare nella regione anche forze statunitensi o incontrare al confine unità russo-siriane meglio armate. I Curdi, che sentono l’operazione come una “occupazione”, potrebbero prendere di mira le grandi città della Turchia. Il caos in Turchia, a cui tutto ciò potrebbe condurre. Le carenze dell’esercito turco che ha dovuto subire notevoli epurazioni negli ultimi dieci anni.
Erdogan dipende adesso dal modo in cui agiranno Trump e Putin. Per lui, che spera di uscire “guerriero vittorioso” dall’offensiva siriana, e con questo stabilizzare il suo regime dell’uomo solo al comando, tutto ciò potrebbe anche portare alla sua caduta.

(Articolo di Can Dündar su “Die Zeit” n. 43 del 16 ottobre 2019)
 
 
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