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Una generazione di giovani che percepisce la finitezza del mondo
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Articolo di Redazione
21 aprile 2019 17:50
 
 Da sei mesi delle manifestazioni per il clima riuniscono migliaia di giovani in diversi Paesi d’Europa. Alcuni fanno sciopero tutti i venerdì per sostenere questa causa. Cécile Van de Velde, sociologia l’Università di Montréal, lavora sulla questione dell’arrabbiatura e della disobbedienza civile della gioventù. Ha analizzato, per il quotidiano Le Monde, questa mobilitazione.

D. Cosa ne pena delle mobilitazioni per il clima che sono cominciate alla fine del 2018?
R. Quello che subito colpisce è l’estrema giovinezza dei partecipanti: il fulcro delle manifestazioni è costituito da adolescenti, che provengono da ambienti urbani e piuttosto ricchi. Io stessa ho incrociato a Montréal numerosi bambini con le loro famiglie, brandendo con fierezza il loro primo cartello. Anche in Francia,dove la tradizione di mobilitarsi è più che altro da parte degli studenti, i più giovani sono fortemente mobilizzati. E’ la prima presenza della “generazione dopo”, che ne annuncia delle altre.
Nati al volgere degli anni 2000, questi giovani hanno conosciuto l’incontro delle crisi economiche ed ambientali e si riferiscono al momento particolare: percepiscono fortemente la finitezza del mondo. Essi sono cresciuti con una forma di incertezza radicale. Ho potuto vedere crescere e diffondersi, nell’ambito delle mie ricerche sulla rabbia sociale, questa sensazione di urgenza nei confronti delle questioni ecologiche. Nel 2012, la rabbia dei giovani laureati era principalmente indirizzate sulle tematiche sociali ed economiche. Oggi il malessere è più esistenziale, più globale. Si concentra essenzialmente sul cammino del mondo e dell’umanità minacciata. Questo va di pari passo con un rapporto più concreto e radicale verso la politica: queste giovani generazioni hanno, rispetto alle persone più anziane, soprattutto fiducia nelle loro capacità di cambiamento sociale, essenzialmente perché credono di non poter più attendere. Nel 1968. Margaret Mead, nella sua opera “Le Fosse des générations” parlava di una inversione della comunicazione tra generazioni: invece di essere discendente – dai genitori verso i figli – questa comunicazione potrebbe essere ascendente. E’ questa forma di inversione generazionale che è oggi in atto sulle questioni ambientali e climatiche.

D. Come comprendere questa rabbia verso la classe politica e il mondo economico?
R. E’ un punto interessante: non ci sono, o ci sono poco, i giovani che provengono dalle zone periferiche o i giovani che vengono dagli ambienti più popolari. E’ una arrabbiatura degli “inclusi”, il che non significa che gli altri non siano sensibili a queste domande, ma che la loro rabbia è più strutturata sull'ingiustizia sociale. Nel movimento sul clima, è il tema dell’ingiustizia generazionale che domina, e si ritrova, in numerosi slogan, la denuncia di un passato che colpisce il futuro, il rifiuto di una eredità marcata nello stesso tempo dal debito e dal dubbio. Non bisogna opporre, per esempio, il movimento dei “gilet gialli”e questo movimento sul clima: anche se sono fortemente differenti, sono due forme di critica del sistema, una marcata da questioni di sopravvivenza individuale e di giustizia sociale, l’altra dalla sopravvivenza collettiva e di giustizia generazionale. Vi si ritrovano, come in tutte le rabbie sociali e politiche di oggi, gli stessi fermenti. Vale a dire impotenza, con questa impressione di non poter sufficientemente fare presa sul proprio destino, individuale o collettivo che sia. Oltre ad un sentimento di disprezzo per l'azione politica o l'inazione. Va notato che il movimento non si rivolge alla generazione più anziana nel suo insieme, ma piuttosto al "sistema": ciò che viene denunciato, fondamentalmente, è il cinismo del mondo della finanza e della politica, così come la loro supposta complicità. Nelle indagini internazionali sui valori, vediamo che la coscienza ambientale e la domanda di etica politica sono due esigenze che distinguono fortemente le giovani generazioni emergenti. Non che queste esigenze non esistano negli altri, ma queste giovani generazioni le portano all’estremo. È sintomatico che questo movimento abbia come madrina una giovane adolescente, Greta Thunberg, considerata incorruttibile e non affiliata a qualcosa; Greta porta in sé questa visione "pura" della politica.



D. Alcuni giovani laureati parlano di "dissonanza cognitiva" quando lavorano per aziende con cui si sentono in contraddizione morale ... Come analizza questa particolare espressione?
R. Nei corsi, queste tensioni tra "essere" e "il sistema" sono sempre più manifeste. Per alcuni, sono vissute come una vera e propria sofferenza. A livello individuale, la domanda è prima di tutto etica: adeguarsi al mercato del lavoro, okay, ma fino a che punto? Per necessità, la maggior parte dei giovani laureati accetta di rinunciare ad alcuni valori per rimanere in pista, ma poi possono sviluppare un maggiore senso di disadattamento. Li chiamo "critici leali": partecipano al gioco, ma fanno una critica radicale del sistema dall'interno. Sempre più laureati si stanno attualmente rifiutando di rinunciare a certi valori e si stanno muovendo verso percorsi alternativi, sia all'interno del sistema stesso - creando un'impresa ecologica per esempio - o all'esterno - lasciando il mercato di lavoro e vivere in modo intraprendente. Ma ovviamente devi avere alcune reti di sicurezza per fare questo passo. Anche se rimangono in minoranza, questi percorsi sono indicativi delle attuali dinamiche del cambiamento sociale, che sta sempre più cambiando i comportamenti sociali stessi. Ancor più del consumo quotidiano, è la scelta della vita stessa che viene codificata come un atto di resistenza politica.

(intervista di Marine Miller, pubblicata sul quotidiano Le Monde del 21/04/019)
 
 
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