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Il giardino della libertà. Come mia moglie è diventata Antigone
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Articolo di Redazione
2 luglio 2019 9:47
 
Per alcune persone la libertà è un fiore profumato che cresce da sé in giardino, e il cui valore si riconosce solo quando viene a mancare. Noi, invece, lo facciamo crescere con mille fatiche e con la luce della speranza in un giardino recintato dal filo spinato, dove sole, acqua, terra sono limitati, lo annaffiamo con le nostre lacrime. Per lo più viene distrutto prima di fiorire; ma se, tuttavia, in qualche modo fiorisce, diffonde il suo profumo nel mondo.
Il nostro giardino familiare ha una storia interessante; quando ero in prigione, mia moglie e mio figlio girarono per il mondo per fare ascoltare la nostra richiesta di giustizia. Quando fui liberato, andai in Germania. Allora il governo turco ritirò il passaporto a mia moglie e le impedì di venire da me. Ci voleva punire con la separazione. E allora fui io a girare per il mondo e a chiedere giustizia per mia moglie. Il mondo ascoltò, il governo turco no. Che una donna, solo perché parente di un oppositore, venga separata dal marito e dal figlio e presa in ostaggio, è considerato un normale provvedimento burocratico. La giustizia, la politica, la diplomazia sono venute meno.
Potete immaginarvi quanto sia triste una madre che non può stare accanto al figlio che studia all’estero e può sentirne la vita solo da lontano. Quanto sia snervata, divisa com’è tra la preoccupazione di non rivedere i vecchi genitori e la nostalgia per il marito e il figlio. Solo per il motivo che un tiranno si vendicava perché i suoi sporchi segreti erano stati rivelati.
Dopo tre anni di inutile attesa mia moglie ha deciso di aggirare i divieti che ci separavano. Come Antigone, che seguì la propria convinzione senza compromessi, e si ribellò al despota. Mia moglie ha messo in conto la morte, ma non il compromesso. Zitta zitta ha fatto una piccola valigia e ha lasciato il giardino, di cui ci eravamo presi cura per anni dandogli sangue e lacrime. Come Antigone, divisa tra morti e vivi e alla fine derubata di casa e patria, ha spiegato le vele verso la libertà e ha abbandonato, come ha detto lei, la sua “amata famiglia”, il suo “amato Paese”.
Quando, dopo tre anni, una mattina di giugno, ci siamo abbracciati in un caffè della spiaggia sull’altra riva del mare piena di allegra animazione, è stato come se non fossimo mai stati separati. La tirannia di coloro, che ci volevano dividere, noi l’avevamo sconfitta - spezzato la loro ostinatezza. Amici, coi quali avevamo cantato l’inno della libertà, vennero a salutarci. Eravamo diventati una grande famiglia, fatta di famiglie esposte alla medesima tirannia, di mogli strappate ai mariti, di figli e figlie portati via alle madri, di persone incarcerate in base alla loro opinione e di compagni che si sforzavano di dare voce a tutti loro. Senza, nel naso, il profumo dei fiori del nostro vecchio giardino, ci impegniamo con la stessa speranza a seminare nuovi fiori.
Perché da Antigone questo abbiamo imparato: solo chi si ribella, ha meritato la libertà. E solo quando essa fiorisce, il mondo diventa un meraviglioso giardino.

(Articolo di Can Dündar da “Die Zeit” n. 26/2019 del 19 giugno 2019)
 
 
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