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Il giornalismo in Turchia: Una spia tra di noi? Le vie contorte della giustizia di Erdogan per accusare i giornalisti
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Articolo di Redazione
3 aprile 2018 11:42
 
Vi meravigliate che qualcuno, che è accusato di spionaggio, scriva per i vostri giornali? State per l’appunto leggendo il suo testo, ma non aspettatevi alcuna storia alla Mata Hary. Che il governo turco distribuisca generosamente la patente di “spia” ai giornalisti, lo sapete già grazie a Deniz Yücel [giornalista tedesco liberato dopo un anno, a metà febbraio 2018] La settimana scorsa [10 marzo 2018] è toccato a me.
Nel maggio 2015, sul giornale “Cumhuriyet [Repubblica], di cui ero allora caporedattore, avevo riferito che venivano trasportate in Siria delle armi usando i camion dei servizi segreti turchi. Non ci fu alcuna smentita da parte del governo. Ma il presidente dello Stato Erdogan dichiarò che quel servizio era attività di spionaggio. Non seguì una denuncia.
Secondo la legge turca sulla stampa, a causa di un articolo giornalistico deve essere aperto un processo entro quattro mesi. Nel nostro caso il pubblico ministero non rispettò questo termine.
Quando, poi, istruì il procedimento, per coprire la propria mancanza, chiese il massimo della pena: doppio ergastolo per un articolo che corrispondeva alla realtà dei fatti. Insieme col nostro direttore di redazione ad Ankara, Erdem Gül, io potei essere accusato di tentato colpo di stato, aiuto fornito a una organizzazione illegale, spionaggio a favore di Paesi esteri e di tradimento per aver rivelato documenti segreti dello Stato. Fummo messi in carcere e fummo portati in tribunale. A nostra difesa facemmo anche notare che il procedimento era nullo per superamento dei termini. Di questo il tribunale non si occupò. Per lo spionaggio o il rovesciamento del governo non si trovarono prove, ma ci condannarono a cinque anni e dieci mesi per tradimento del segreto. Andammo alla revisione. La settimana scorsa il tribunale del riesame ha pronunciato il suo verdetto: “Non si può mettere in stato di accusa a causa del superamento del termine dei quattro mesi”.
Ma la giustizia controllata da Erdogan non poteva lasciare impunito un giornalista che aveva messo il governo in una situazione difficile. Si trovò una via d’uscita: “L’accusa non va mossa per tradimento per la rivelazione di un segreto di Stato, ma perché è stato fornito a un altro Stato”. La pena per questo reato è molto più alta: dai 15 ai 20 anni di carcere. Benissimo, ma l’accusa di spionaggio, nel primo processo, era finita con l’assoluzione per mancanza di prove. Come si faceva a dimostrarla ora?
Come prova vale anche il fatto che l’ambasciatore siriano all’ONU abbia letto la cosa sul giornale. Divertente, vero? Per me no. Perché ora si istruisce un nuovo processo, si chiede all’ONU lo scritto dell’ambasciatore siriano, e io vengo – di nuovo – accusato del reato di spionaggio, a favore di Damasco, perché il governo siriano ha utilizzato il mio articolo. La pena prevista è fino a 20 anni.
La decisione del tribunale del riesame e’ stata annunciata la settimana scorsa proprio il giorno, in cui era alla sbarra la direzione del “Cumhuriyet”. Immediatamente prima che il caporedattore Murat Sabuncu e il reporter Ahmet Sik tornassero a piede libero, il tribunale del riesame ha annunciato la sua sentenza contro di me. Con questo e’ stato segnalato al governo: “Ne lasciamo uno libero, ma puniamo gli altri tanto più severamente”. Proprio come in occasione della liberazione di Deniz Yücel, quando lo stesso giorno sono stati condannati all’ergastolo sei giornalisti.
Questa è la storia del mio spionaggio. Non così avvincente come i romanzi di John Le Carré, ma in Turchia le cose vanno così.

(Articolo di Can Dündar, Da „Die Zeit“ n. 12/2018 del 15 marzo 2018)
 
 
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