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Il giorno dopo Sanremo, da uno che non e’ un particolare fan della musica italiana popolare, ma…
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Articolo di Vincenzo Donvito
12 febbraio 2018 12:10
 
 Chi scrive non e’ un particolare fan della musica italiana popolare, altri discorsi per quella folk e lirica. Pur se, col ritmo settimanale, sono abituato -altro mio deficit di partecipazione al piacere nazionale- a non considerare le partite di calcio di serie A come un momento immancabile della mia vita, il festival di Sanremo mi e’ piu’ difficile ignorarlo: non tutta la musica che viene espressa la considero negativa, il fenomeno culturale e mediatico c’e’ a tutti gli effetti, a livello di studio antropologico ne sono attratto. E poi, la versione di quest’anno e’ uno spot di realismo socialista modello Unione Sovietica del secolo scorso.
A parte, ovviamente, le notizie e i commenti della stampa non di Stato, quella invece ufficiale per cui paghiamo la specifica imposta (Rai) e’ tutta prona ad una esaltante auto-acclamazione. Non e’ che se sono soddisfatti di quello che hanno fatto non devono manifestarlo, ma c’e’ modo e modo: qui sto parlando di interviste, ai cantanti ed ai cittadini per strada, che contengono gia’ le risposte, tutte di esaltazione della professionalita’ e della bellezza. Un parlarsi addosso mieloso, urticante, che se non sei coinvolto direttamente, ti porta subito a cambiare canale. Si dice spesso che “Sanremo unisce tutti, come le partite della nazionale di calcio” e -come vorrebbero... con scarsi risultati- vari politici con l’inno di Mameli. Ma unisce su cosa? Intorno ad una nazione che non siamo, una patria inesistente e dal passato lugubre che ci ha resi noti in tutto il mondo (Fascismo secolo scorso)? Crediamo che unisca nel nostro (italiani) non essere mai chiamati alle nostre responsabilita’, davanti alla storia, all’economia e all’umanita’. Nello specifico di Sanremo, a parte gli addetti ai lavori che sanno benissimo di cosa parlano e perche’ agiscono, e’ noto, per esempio, il conflitto di interessi che e’ esploso quest’anno, con la Sony Music (casa discografica di cui fa parte il direttore artistico Claudio Baglioni) che e’ la stessa di Fabrizio Moro del duo Meta-Moro che ha vinto il primo premio, Sony Music che aveva il maggior numero di concorrenti in gara (nove)? Casualita’? Il caso in questi ambiti -perfettamente studiati a tavolino, dove ogni parola che viene pronunciata significa soldi di qua e di la’- non esiste.
Abbiamo l’impressione che il “tifo nazionale” per Sanremo debba prendere atto della stessa realta’ del piu’ famoso “tifo nazionale”, quello per il calcio: c’e’ una altissima possibilita’ che tutte le partite siano truccate. Del resto, in linea con la nostra italica tradizione, non sarebbe la prima volta che ci riconosciamo nazione in una situazione finta e/o costruita ad arte (buona parte della campagna elettorale in corso, crediamo ne sia altrettanto espressione). Mentre sarebbe piu’ logico e funzionale che ci si ricordasse di essere in una societa’ di informazione e comunicazione a 360 gradi e globalizzata, dove il potere -politico, sociale ed economico- dei possessori della comunicazione e’ sempre piu’ scalfito. Ma dal nostro dire al fare, il cammino e’ ancora molto lungo. La presa d’atto che siamo una somma di individui e che lo Stato dovrebbe darci solo servizi minimi da plasmare a seconda delle nostre esigenze, e’ ancora un’ipotesi lontana. Per cui, al momento, prendiamo atto di questo socialismo reale del Sanremo nazionale. Ma una speranza, per le future generazioni, sembra che ci possa essere:
L’altra sera, mia figlia quasi dodicenne, scegliendo come trascorrere un po’ di tempo col babbo davanti al tv, mi chiede: “Vuoi per caso vedere il festival di Sanremo?”. Io la guardo tra l’incredulo e il divertito, e lei: “A me non piace, perche’ non mi piacciono le canzoni italiane”. Ed io: “quante volte lo hai visto Sanremo?”. Lei: “Una volta e mi e’ bastato”. Ci siamo visti un film di fantascienza su Netflix.
 
 
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