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Legalizzazione cannabis. Una opportunità per l’Africa
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Articolo di Redazione
25 aprile 2019 0:43
 
 Nove Paesi africani potrebbero prossimamente legalizzare la cannabis. Il Sudafrica, lo Zimbabwe, il Lesotho, la Nigeria, il Marocco, il Malawi, il Ghana, l’Eswatini (ex-Swaziland) e lo Zambia potrebbero deciderlo entro il 2023, secondo quanto sostiene il rapporto “Prohibition Partners”, un think-tank che con studi e statistiche propende per una larga depenalizzazione di questa droga.
Sul continente, il Lesotho ha fatto la parte di precursore, essendo stato il primo a regolamentare la cannabis per uso terapeutico nel 2008. Dieci anni dopo, lo Zimbabwe ne ha seguito i passi legalizzando la coltivazione prima che a settembre dello stesso anno il Sudafrica avesse legalizzato il consumo privato fra adulti.
Il think-tank si sofferma molto sul potenziale economico di questa pianta per un continente che ne produce già 38.000 tonnellate all’anno senza i vantaggi del plusvalore della sua commercializzazione. “In nessun’altra regione del mondo l’industria della cannabis ha a che fare con una contraddizione di questo tipo, in termini di rapporto tra produzione e legalità” stimano gli autori del rapporto, prima di intraprendere proiezioni quantificate.

Vantaggi economici
Convinti che sia per un consumo medico che ricreativo, ché esiste un forte potenziale di questo mercato di 1,2 miliardi di persone. Un punto che non mette in discussione il segretario esecutivo della Commissione mondiale per la politica antidroga, Khalid Tinasti, per quanto dubbioso, al contrario, sulla scadenza del 2023. “E’ molto difficile fare tali previsioni in anticipo”, sottolinea, stimando che “le dinamiche regionali non sono state prese in considerazione” e che “pur se esistono dei dibattiti a livello nazionale, non vedo come potrebbero dare risultati molto velocemente”.
Il rapporto di “Prohibition Partners” si concentra sugli sviluppi economici della cannabis per l’Africa, osservando che la pianta è più lucrativa rispetto a molte altre. Per il think-tank la legalizzazione del suo commercio, creando un’industria, potrebbe rappresentare una risposta alla mancanza di lavoro della gioventù, mancanza che nei prossimi anni avrà un’importanza sempre maggiore. Gli esperti ricordano che, sviluppata dopo il XVI secolo, questa coltivazione è particolarmente adattata al continente.
Per Shaun Shelly, ricercatore specialista in politiche sulle droghe all’Università di Pretoria, “la cannabis si coltiva in effetti facilmente e richiede pochi nutrimenti, permettendole di contribuire allo sviluppo economico di zone che hanno poche risorse e deboli prospettive agricole”.
Incaricata della supervisione del rapporto, Alexandra Curley insiste anche sulle possibilità offerte dall’uso medico. “In Africa ci sono numerose persone malate di tubercolosi o di Hiv che la cannabis, relativamente accessibile se si considera la sua presenza abbondante, potrebbe potenzialmente aiutare”. Curley appoggia la sua analisi sulla debolezza dei sistemi sanitari che sono inaccessibili per molti, specialmente nelle zone rurali. Per lei “questa sostanza può rappresentare una terapia casalinga, permettendo di ridurre significativamente la dipendenza alle donazioni di farmaci per alcune malattie”.

Virtù terapeutiche
Senza raccomandare il suo consumo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) riconosce alcuni studi che dimostrano come il cannabinolo, uno dei componenti della cannabis, potrebbe avere delle virtù terapeutiche. L’OMS ha diffuso una raccomandazione in questo senso nello scorso mese di gennaio, suggerendo di declassare la cannabis dalla categoria di sostanze con “proprietà particolarmente pericolose” della Convenzione unica sugli stupefacenti del 1961.
Convinto anche lui della sua efficacia per attenuare il dolore, Khalid Tinasti precisa che la legalizzazione della cannabis medica ha bisogno di regolare alcuni parametri come la sua qualità, la sua forma (pianta o pillole, per esempio), nonché la formazione del personale alla bisogna.
Un mercato che "Prohibition Partners" valuta in 800 milioni di dollari (710 milioni di euro) nel 2023, mentre la cannabis ricreativa rappresenterebbe, sempre secondo il rapporto, una manna di 6,3 miliardi di dollari (5,6 miliardi di euro) per il continente se i nove Paesi menzionati legalizzassero la loro produzione nei prossimi quattro anni.
L’organo internazionale di controllo degli stupefacenti (OICS) ha pertanto allertato, nel suo rapporto del 2018, sui rischi del consumo non medico di questa sostanza. Shaun Sgelly relativizza questa allerta, ritenendo che “la cannabis si dimostra globalmente meno nociva dell’alcool, anche se alcune persone, declarata una certa vulnerabilità, dovrebbero evitare di consumarla, in particolare quando contiene un tasso elevato di THC (tetraidrocannabinolo), principale molecola attiva della cannabis)”.

Barriera culturale
Una prerogativa che anche gli autori del rapporto prendono in considerazione, è di considerare la legalizzazione di questa sostanza un modo per controllarne il consumo e quindi evitarne le derive.
“Gli studi sui mercati legali della cannabis ricreativa mostrano che l’introduzione di standardizzazione e regolamentazione della sua produzione favoriscono il declino della tossicodipendenza”, dice Alexandra Curtey. E cita gli esempi del Portogallo dove le morti legate la consumo di stupefacenti sarebbero diminuite dopo la depenalizzazione della cannabis nel 2001, e della California dove i crimini sarebbero calati del 20% dopo la legalizzazione entrata in vigore il 1 gennaio 2018.
Kenza Afsajìhi, sociologo ed economista all’Università di Bordeaux e al Centre Emile Durkheim aiuta in questo senso, evidenziando il fatto che “il divieto crea un contesto di insicurezza e di violenza per i consumatori. Questi sono stigmatizzati, hanno poche informazioni sulle qualità dei loro consumi e meno accesso alle cure”. Secondo lui tuttavia, la regolamentazione di questo mercato in Africa non sarà facile.
Per Khalid Tinasti, il principale ostacolo alla legalizzazione della cannabis si gioca altrove che non la scacchiera economica. Il vero ostacolo, in Africa come altrove, rimane quello culturale. Prima di tutto bisognerebbe cominciare con “uscire dalla stigmatizzazione e smettere di porre la cannabis sullo stesso piano dell’eroina o della cocaina”, e per questo “fare opera di educazione, di sensibilizzazione”.
L’influenza religiosa contribuisce a perpetrare una immagine negativa di questa sostanza nell’opinione pubblica, ricorda il rapporto sottolineando che “la chiesa cattolica considera sempre che il consumo di cannabis sia un peccato, malgrado la sua legalizzazione in molti Stati come il Canada”.

"Prima lo sviluppo del mercato africano"
Il secondo punto del blocco è dovuto, secondo Khalid Tinasti, alla “deboli capacità istituzionali di molti Paesi africani”. Cita l’esempio del suo Paese di origine, il Marocco, considerato dal rapporto di "Prohibition Partners" come suscettibile di legalizzare la sua produzione di cannabis entro il 2023. “Il modello di regolamentazione pone un problema", secondo il ricercatore, perché “se domani la cannabis diventa legale le fabbriche di trasformazione si installeranno attorno alle grandi città, allontanandosi dalle montagne del Rif. Perché il cambiamento sia economicamente benigno, bisogna che gli interessi dei coltivatori siano preservati nella principale regione di produzione della cannabis in Marocco”.
Il regno deve ugualmente, sempre secondo il segretario esecutivo della Commissione mondiale per la politica sulle droghe, accettare che la sua produzione di cannabis – ammesso che sia effettivamente legalizzata – sia destinata al mercato marocchino e non all’export. “Il problema è che chi decide in Africa considera i propri Paesi come delle zone di transito. Cosa completamente irrealistica, dice Khalid Tinasti. L'istituzione della legalizzazione e lo sviluppo di questo settore richiederanno molto tempo. Nel frattempo, alcuni Paesi, come il Canada o Israele, avranno fatto molta strada e sarà impossibile per gli Stati africani recuperare terreno”.
Più sfumato, Kenza Afsahi ritiene inoltre necessario "prima sviluppare il mercato nei Paesi africani, in modo che se ne avvantaggino anche le popolazioni locali", senza escludere uno sviluppo internazionale a determinate condizioni. "In termini di produzione per l'esportazione, la cannabis africana non dovrebbe diventare dipendente dai prezzi di mercato internazionali o dalla produzione intensiva che guida lo sfruttamento umano e non favorisce i piccoli agricoltori". Se, secondo il rapporto, l'industria della cannabis africana impiega già 1,2 milioni di persone, il suo passaggio alla legalità dovrebbe, in contrasto con il presupposto dei partner del proibizionismo, richiedere poco più di quattro anni.

(articolo di Augustine Passilly, pubblicato sul quotidiano Le Monde del 24/04/2019)
 
 
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