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Il mondo dopo il coronavirus
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Articolo di Redazione
23 marzo 2020 17:37
 
 In un lucidissimo articolo pubblicato sul Financial Times, intitolato “Il mondo dopo il coronavirus”, Yuval Noah Harari mette in guardia l'umanità da un'altra fondamentale sfida che il coronavirus ci obbliga ad affrontare, come sarà il mondo quando tutto sarà passato. Lo storico israeliano ci ricorda che il futuro altro non è che la sommatoria delle scelte operate nel passato e che, quindi, il mondo “dopo il coronavirus” lo stiamo costruendo ora:

“Molte misure emergenziali, oggi adottate nel breve periodo, diventeranno presenze fisse nella nostra vita. E' questa l'essenza delle emergenze. Accelerano i processi storici. Decisioni che in periodi normali possono richiedere anni per essere deliberate vengono adottate nell’arco di ore. Vengono applicate tecnologie ancora in fase sperimentale, e fors'anche pericolose, perché i rischi di non far nulla sono maggiori. Interi Paesi fungono da cavia in esperimenti sociali di larga scala”.

Due sono le principali scelte che dobbiamo compiere, la prima fra sorveglianza totalitaria e responsabilizzazione dei cittadini; la seconda fra isolamento nazionalistico e solidarietà globale.

“Per contrastare l'epidemia, intere popolazioni devono attenersi a precise linee guida. Ci sono due modi per raggiungere questo scopo. I governi possono monitorare i cittadini e punire chi viola le norme. Oggi, per la prima volta nella storia dell'umanità, la tecnologia rende possibile monitorare chiunque in qualsiasi momento. Cinquant’anni fa il KGB non poteva pedinare 240 milioni di cittadini sovietici 24 ore al giorno, nè poteva sperare di elaborare efficacemente tutte le informazioni raccolte. Il KGB operava tramite agenti e analisti umani ed era semplicemente impossibile che un agente umano seguisse ogni cittadino. Oggi invece i governi possono fare affidamento su sensori onnipresenti e su algortimi potenti invece che utilizzare spie in carne e ossa. Nella loro battaglia contro il coronavirus, diversi governi hanno già utilizzato i nuovi strumenti di sorveglianza. Il caso più emblematico è la Cina. Monitorando gli smartphone delle persone, utilizzando centinaia di milioni di videocamere a riconoscimento facciale, e obbligando le persone a controllare e riportare la propria temperatura corporea e condizione medica, le autorità cinesi possono non solo identificare rapidamente i sospetti portatori di coronavirus, ma anche tracciarne i movimenti ed identificare chiunque venga in contatto con loro”.

“In Israele, il Primo Ministro Netanyahu ha recentemente autorizzato l'Agenzia di sicurezza israeliana ad utilizzare le tecnologie di sorveglianza normalmente riservate alla lotta contro il terrorismo per tracciare i pazienti colpiti da coronavirus. Quando le sotto commissioni parlamentari hanno rifiutato di autorizzare queste misure, Netanyahu le ha comunque adottate attraverso decreti emergenziali”.

Harari ci mette in guardia: “l’epidemia potrebbe segnare un importante spartiacque nella storia della sorveglianza. Non solo perché può normalizzare l’uso massivo di strumenti di sorveglianza di massa in Paesi che fino ad ora lo hanno evitato, ma ancor di più perché potrebbe comportare una transizione drammatica da sorveglianza “sopra la pelle” a sorveglianza “sotto la pelle”.
Fino ad oggi, quando il tuo dito toccava lo schermo dello smartphone e cliccava su un link, il governo voleva sapere su cosa stavi cliccando. Ma con il coronavirus, il focus dell’interesse si è spostato. Adesso il governo vuole conoscere la temperatura del tuo dito e la pressione sanguigna sotto la pelle”.

L'intensificazione dell'uso di strumenti di sorveglianza di massa, anche tramite l'acquisizione di dati biometrici relativi alla temperatura corporea e alla pressione sanguigna dei singoli individui potrebbe consentire ai governi di accorciare, se non azzerare, le catene di contagio e quindi ragionevolmente bloccare l'epidemia in pochi giorni.

Anche un uso temporaneo ed emergenziale di simili misure potrebbe però sdoganare l'uso di terrificanti sistemi di sorveglianza di massa: “Se sai, per esempio, che io ho cliccato su un link di Fox News piuttosto che sul link della CNN, questo dato può fornirti informazioni sulle mie idee politiche e forse anche sulla mia personalità. Ma se puoi monitorare la mia temperatura corporea, la mia pressione sanguigna e il mio battito cardiaco mentre guardo un video clip, puoi sapere cosa mi fa ridere, cosa mi fa piangere, o cosa mi fa veramente arrabbiare. [… ] Se aziende e governi iniziassero ad acquisire i nostri dati biometrici in massa, potrebbero arrivare a conoscerci molto meglio di noi stessi, predire i nostri sentimenti ma anche manipolarli e venderli, e venderci qualsiasi cosa vogliano, sia essa un prodotto o un politico”.

Si potrebbe acconsentire all'uso temporaneo di sorveglianza biometrica in ragione dell'emergenza, misure che termineranno quando sarà cessata l'emergenza:
“Ma le misure temporanee hanno la pessima abitudine di durare ben oltre l’emergenza, soprattutto perché ci sarà sempre una nuova emergenza Ad affacciarsi all’orizzonte. Il mio paese di origine, Israele, per esempio ha dichiarato lo stato di emergenza durante la guerra di indipendenza del 1948, e ciò ha giustificato una serie di misure temporanee, dalla censura della stampa alla confisca della terra fino a regole speciali per fare il budino (non è uno scherzo). La guerra di indipendenza è stata infine vinta, ma Israele non ha mai dichiarato l’emergenza cessata, e non è riuscita ad abolire le misure temporanee del 1948 (il decreto di emergenza sul budino è stato misericordiosamente abolito nel 2011). Anche quando i contagi da coronavirus si ridurranno a zero, qualche governo affamato di dati potrebbe argomentare che hanno bisogno di continuare ad applicare i sistemi di sorveglianza biometrica perché temono una seconda ondata di coronavirus, o perché c’è un nuovo ceppo di Ebola che si sta sviluppando in Africa centrale, o perché… il senso è chiaro”.

La battaglia in corso da anni sul tema della privacy degli individui potrebbe giungere ad un punto di svolta con l'emergenza coronavirus poiché solitamente:
“quando si chiede alle persone di scegliere fra privacy e salute, scelgono la salute. Chiedere alle persone di scegliere fra privacy e salute è infatti il vero cuore del problema. Perché si tratta di una falsa scelta. Possiamo e dobbiamo scegliere entrambe. Possiamo scegliere di proteggere la nostra salute e arrestare l’epidemia di coronavirus non tanto istituendo un regime di sorveglianza totalitaria, quanto piuttosto responsabilizzando i cittadini. Nelle ultime settimane, alcuni degli sforzi di maggior successo per contenere l’epidemia di coronavirus sono stati messi in atto dalla Corea del Sud, da Taiwan e da Singapore. Anche se questi paesi hanno fatto un certo uso di applicazioni di tracciamento, essi si sono affidati molto di più a test estesi, diffusione chiara dei dati e cooperazione attiva di una cittadinanza ben informata. Monitoraggio centralizzato e punizione severa dei trasgressori non sono le uniche vie per far sì che la popolazione applichi le linee guida indicate. Quando i dati scientifici vengono divulgati e quando le persone si fidano delle istituzioni che divulgano tali dati, i cittadini possono fare la cosa giusta anche senza un grande fratello che veglia sulle loro spalle. Una popolazione auto-motivata e ben informata è solitamente molto più potente ed efficace di una popolazione ignorante e sorvegliata. Consideriamo per esempio lavarsi le mani con il sapone. E' stato uno dei più grandi progressi nell’igiene umana. Questa semplice azione salva milioni di vite ogni giorno. Oggi lo diamo per scontato, ma è solo nel XIX secolo che gli scienziati hanno scoperto l’importanza di lavarsi le mani con il sapone. Prima, anche dottori e ostetriche passavano da un’operazione chirurgica all’altra senza lavarsi le mani. Oggi miliardi di persone si lavano ogni giorno le mani, non perché hanno paura della polizia del sapone ma piuttosto perché ne conoscono l'importanza. Mi lavo le mani con il sapone perché ho sentito di virus e batteri, capisco che questi piccoli organismi possono causare malattie, e so che il sapone può rimuoverli.
Per raggiungere un simile livello di applicazione e collaborazione, c'è bisogno di fiducia. Le persone hanno bisogno di fidarsi della scienza, di fidarsi delle istituzioni, di fidarsi dei media. Negli ultimi anni politici irresponsabili hanno deliberatamente minato la fiducia nella scienza, nelle istituzioni e nei media. Adesso questi stessi e politici irresponsabili possono essere tentati di prendere l’autostrada dell’autoritarismo, sostenendo che non ci si può fidare del fatto che le persone facciano spontaneamente la cosa giusta”.

Se la fiducia minata per anni non può essere ripristinata in una notte, è pur vero che questi non sono tempi normali e in un momento di crisi anche le opinioni possono cambiare velocemente:
“non è troppo tardi per ricostruire la fiducia delle persone della scienza, nelle istituzioni e nei media. […] Dovremmo sicuramente utilizzare anche nuove tecnologie, ma queste dovranno responsabilizzare i cittadini. […] Ogni volta che parliamo di sorveglianza, ricordiamo che può essere utilizzata non solo dai governi per monitorare gli individui ma anche dagli individui per monitorare i governi. L’epidemia di coronavirus è quindi una importante prova di cittadinanza. Nei prossimi giorni, ognuno di noi dovrà scegliere se fidarsi di dati scientifici e degli esperti sanitari o di infondate teorie cospirazionistiche e di politici egoisti. Se facciamo la scelta sbagliata, potremmo trovarci a rinunciare alle nostre libertà più preziose, convinti che è l’unico modo per salvaguardare la nostra salute”.

L'epidemia e la conseguente crisi economica sono problemi globali, che ci pongono davanti ad un'altra importante scelta, fra isolamento nazionalista e solidarietà globale. Per Harari l'unica via è la solidarietà globale:
“Innanzitutto per combattere il virus abbiamo bisogno di condividere le informazioni a livello globale. E' questo è il grande vantaggio degli uomini sui virus. Un coronavirus in Cina e un coronavirus negli USA non possono scambiarsi consigli su come infettare gli umani. Ma la Cina può insegnare agli USA molte lezioni preziose sul coronavirus e su come fronteggiarlo. Quello che un dottore italiano scopre a Milano la mattina presto, ben può salvare vite a Teheran la sera stessa”.

“Ma affinché questo accada, abbiamo bisogno di spirito di cooperazione globale e fiducia”.

“Abbiamo bisogno di uno sforzo globale per produrre e distribuire attrezzature mediche, soprattutto kit per i test e respiratori. Invece di produrre localmente, ogni Paese per sé cercando di accaparrarsi qualunque attrezzatura riesca ad ottenere, uno sforzo coordinato e globale può grandemente accellerare la produzione e garantire che le attrezzature salvavita siano distribuite dove ce n'è più bisogno”.

E così per il personale medico:
“I paesi che oggi hanno meno casi potrebbero inviare personale medico alle regioni più colpite del mondo, sia per aiutarli in un momento di crisi sia per acquisire preziosa esperienza”

Serve, ancora, un accordo globale sui viaggi:
“Sospendere per mesi tutti i viaggi internazionali causerà enormi difficoltà e ostacolerà la guerra contro il coronavirus. I paesi hanno bisogno di cooperare in modo da consentire almeno ad una piccola porzione di viaggiatori essenziali di continuare ad attraversare le frontiere: scienziati, dottori, giornalisti, politici, uomini d’affari. Si potrebbe raggiungere un accordo globale sul pre screening dei viaggiatori da parte del loro paese di provenienza. Se si sa che solo i viaggiatori che hanno superato uno screening accurato saranno autorizzati a salire su un aereo, si sarà ben disposti ad accettarli nel proprio paese”.

Ma al momento una simile cooperazione non è ancora avvenuta:
“Una paralisi collettiva ha preso la comunità internazionale. Sembra che non ci siano adulti nella stanza. Ci si sarebbe aspettati di vedere già settimane fa un incontro urgente fra i leader mondiali per elaborare una strategia comune. I leader del G7 hanno organizzato una videoconferenza solo questa settimana, e non ha portato alcun piano d'azione. Nelle precedenti crisi globali - come la crisi finanziaria del 2008 e l’epidemia di Ebola del 2014 - gli Stati Uniti hanno assunto il ruolo di leader globale. Ma l’attuale amministrazione degli Stati Uniti ha abdicato al ruolo di leader. Ha fatto comprendere chiaramente che si preoccupa molto più della grandezza dell’America che del futuro dell’umanità”.

Se il vuoto lasciato dagli Stati Uniti non sarà riempito da altri paesi, non solo sarà molto più difficile fermare l’attuale epidemia, ma la sua eredità continuerà ad avvelenare le relazioni internazionali per gli anni a venire. Ogni crisi è anche un’opportunità. Dobbiamo sperare che l’attuale epidemia aiuti il genere umano a comprendere il grave pericolo rappresentato dalla mancanza di unione a livello globale. L’umanità deve fare una scelta […]”. Se sceglieremo di procedere isolati “ciò non solo prolungherà la crisi, ma probabilmente porterà a catastrofi ancor peggiori nel futuro. Se scegliamo la solidarietà globale, sarà una vittoria non solo contro il coronavirus ma contro tutte le future epidemie e crisi che potranno asserire genere umane nel XXI secolo”.
 
 
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