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Il paesino delle Azzorre sconvolto dalla cocaina 'casuale'
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Articolo di Redazione
8 dicembre 2017 13:55
 
 Rabo de Peixe e’ un luogo dove per sopravvivere bisogna avere un po’ di ambizione ed una tonnellata di fortuna. La vita in questa “freguesia” (frazione) portoghese, nella costa nord dell’isola di São Miguel, che fa parte dell’arcipelago delle Azzorre ed ha solo 7.500 abitanti, e’ una metafora della sua geografia: selvaggia dimenticata, crudele e indomita. Non ci sono risorse, ma, buono, c’e’ il collegamento wifi. Quando la pesca costiera da’ una pausa, il tempo e’ diviso tra sbuffi di hashish e ore morte sul bordo di una diga in cemento. Li’ si va a pensare come abbandonare quel pezzo di terra inerte. Ma e’ un vicolo cieco. Non succede niente. Ecco perché, nel giorno in cui e’ successo tutto, l'isola e’ stata distrutta. In questo caso, “tutto” e’ un veliero modello Sun Kiss 47 di 14 metri che e’ affondato al largo delle coste di Azoreña nel giugno 2001, trasportando 505.840 chilogrammi di cocaina con una purezza superiore all'80%. In euro, circa 40 milioni.
Era un giorno in cui l’oceano era violento. Il vento era come dei colpi d’artiglio e l'albero non poteva resistere all'impatto. Impossibile proseguire il viaggio e non era possibile accedere al porto con una barca i cui fianchi erano pieni di droga. Grazie ad una decisione immediata e con tripla razione di paura, l'equipaggio decise di affondare le balle nel fondo dell'oceano e nascondere parte del carico in una grotta nel nord dell'isola, a pochi chilometri da Rabo de Peixe.
Una strategia senza possibilita’ di errore, se non fosse che la natura e’ uno spirito libero. E da lì tutto cio’ che e’ accaduto e’ molto simile all'episodio di quella nave danneggiata nel Pacifico nel 1992 che verso’ 28.000 anatre di gomma che, anni dopo, sbarcarono sulle spiagge dell'Alaska e del Canada, ma narrate da Irvine Welsh nel bar di un pub giurando che nulla era stato inventato. Sostituiamo i giocattoli con balle di cocaina.
Il problema e’ che i pacchi, come l'albero, non hanno resistito alla furia del vento e il molo divento’ un cimitero di balle di coca. Comincio’ lo sbarco, si sparse la voce e comincio’ la caccia al tesoro. Mettere insieme i pezzi di quella notte nera e’ un mistero, ma i testimoni ripetono la stessa sequenza: dozzine di persone -dagli adolescenti alle donne con riccioli e uncinetto- saltellano sul cemento del molo in cerca di roba.
La polizia riusci’ a requisire 400 chili di cocaina in un'operazione senza precedenti nell'arcipelago. Ma il resto rimase nelle mani di una popolazione civile punita dalla scarsita’ e dall'ignoranza, ed ha deformato l'isola in modo irreversibile. "La polizia ha affermato che lo yacht trasportava solo 500 chili, ma e’ assurdo. La nave potrebbe contenere fino a 3.000 chili di cocaina e nessuno attraversa l'Atlantico riempiendo una percentuale così bassa dello spazio disponibile nello scafo. 100 chili di cocaina, anche se di ottima purezza, non distruggono una generazione". Chi parla e’ Nuno Mendes, un giornalista che era stato inviato da Lisbona dal quotidiano El Pais per fare la cronaca dell'incidente. "Il consumo di coca fino ad allora era marginale e la materia prima era disponibile solo per i giovani della classe medio-alta. Un prodotto di lusso casuale. Il problema e’ sorto quando il suo uso e’ stato democratizzato e una popolazione molto povera ha cominciato a consumare a proprio piacimento, nonche’ a trafficare con quella roba in modo grottesco ".
Questo grottesco si riassume in un'immagine molto ricorrente: il tipico bicchiere di canna di cristallo con cocaina e’ stato venduto per le strade per 20.000 scudi, poco piu’ di 20 euro. Nessuno conosceva il prezzo di mercato, ne’ il pericolo di una sostanza di questa purezza, ma, soprattutto, il fatto che portava ad avere soldi velocemente. Il numero di overdose ha fatto crollare gli ospedali dell'isola e il caos e’ stato tale che le autorita’ sanitarie hanno deciso di intervenire sui media per mettere in guardia dagli effetti del consumo di quella sostanza. "Per giorni abbiamo dedicato molto spazio alle notizie. Medici in primo piano con una faccia preoccupata che implorava la fine di questa follia. Erano settimane di panico, terrore e assoluta mancanza di controllo ", ricorda la giornalista Teresa Nobrega, all'epoca coordinatrice delle notizie della RTP delle Azzorre. "Nessuno era preparato per qualcosa del genere. La dimostrazione e’ che e’ ancora un episodio non superato quasi 20 anni dopo ".
Ci sono sempre punti oscuri tra realta’ e finzione, ma la memoria collettiva ricorda storie come quelle di Rabo de Peixe con donne che impanavano il pane con cocaina invece di farina o di signori di mezza eta’ che versavano cucchiai di coca nel latte. Qualcuno ha detto che l'umorismo e’ uguale alla somma di tragedia e tempo. Anche se forse non e ancora passato il tempo per trattare la vicenda con maggiore calma, e’ quasi impossibile non sorridere, anche sulla tristezza del tutto.
"Non abbiamo mai avuto accesso a statistiche reali. All'inizio la priorita’ era fermare la follia, quindi non c'erano abbastanza mezzi. Non c'e’ mai stato nessun interesse. Abbiamo contato 20 morti e dozzine di intossicazioni nelle tre settimane successive allo sbarco. Ma non erano dati ufficiali raccolti con l'aiuto di medici e personale medico ", ricorda Nuno Mendes, che ha creduto che ci fosse una certa segretezza per evitare che l'episodio diventasse una questione di Stato e, soprattutto, che diventasse noto a livello internazionale.
La polizia stava conducendo due battaglie simultanee: requisire ogni grammo di cocaina dispersa sull'isola che non era ancora stata ancora consumata, e localizzare lo yacht danneggiato che trasportava la droga in Europa. Dopo due settimane di ricerche approfondite nel porto di Ponta Delgada, capitale dell'isola, e’ accaduto il miracolo: la polizia ha trovato un minuscolo pacco all'interno della falsa imbottitura di uno yacht ormeggiato a Ponta Delgada, avvolto in un giornale: il nome del giornale e la data coincidevano con la confezione di altre balle requisite giorni prima sulla spiaggia. Gli agenti hanno fermato l'unico uomo all'interno di quella nave: Antonio Quinzi, un possente siciliano di Trapani che fu arrestato senza che opponesse resistenza.
Le cose che sono riuscite a sapere da lui sono state la chiave per il futuro dell'indagine e il sequestro della cocaina che era rimasta ancora nascosta. "Quando gli abbiamo parlato della trappola per topi di cui l'isola era diventata, ha collaborato fornendo informazioni chiave sulla merce rimasta nascosta sul lato nord", dice João Soares, all'epoca capo ispettore della polizia giudiziaria. Fu l'uomo che fermo’ l'italiano sullo yacht e la persona che avrebbe coordinato due settimane dopo l'inseguimento dopo una delle fughe piu’ surrealiste -e un po' ridicole - della storia della polizia portoghese.
Dieci giorni dopo il suo arresto, Quinzi salto’ il muro della prigione nel cortile, saluto’ la polizia e fuggi’ su una Vespa che lo aspettava per strada. Soares giustifica il fatto: "Un'isola e’ gia’ una prigione. Nessuno scappa da una prigione su un'isola". Quinzi si’. Ma fu arrestato due settimane dopo in un capannone nel nord-est di Sao Miguel con 30 grammi di cocaina e un passaporto falso, trasferito nella prigione di Coimbra, nel Portogallo continentale, e condannato a nove anni e 10 mesi di prigione. Era l'unico detenuto dell'operazione. Fu provato che la sua missione principale era condurre la nave dal Venezuela alle Isole Baleari.
"Era un tipo magnetico. Mani molto lunghe, imponenti e sguardo triste. Sembrava affetto dalla sindrome di Stoccolma, ma mi ha fatto sentire dispiaciuta. Ha dato la sensazione di sentirsi estremamente in colpa e non sapeva come aiutarci". Catia Benedetti e’ una professoressa di italiano presso l'Universita’ delle Azzorre ed e’ stata un'interprete di Quinzi durante gli interrogatori e il processo che si e’ tenuto a Ponta Delgada. L’uomo e’ ancora una specie di leggenda sull'isola. Tutti lo conoscono, nessuno lo ha visto. Al giorno d'oggi, la purezza della droga e’ ancora misurata secondo i parametri dell'"italiano". Questa e’ l'unità metrica utilizzata per determinare la qualita’ della cocaina nelle Azzorre, nonche’ l'evidenza empirica che la ferita non e’ rimarginata dopo 17 anni.
Un servizio mobile di controllo dei tossicodipendenti svolge un serviizo a Sao Miguel ogni settimana per distribuire il metadone tra gli eroinomani. E anche se questi sembrano un altro problema rispetto a quanto finora raccontato, ne sono una conseguenza. "La purezza della cocaina ha avuto un effetto catastrofico. La corsa alla droga e’ stata talmente bestiale che la gente ha iniziato a usare l'eroina per dormire". Cosi’ riassume il dramma sociale Suzete Frías, all’epoca direttore della Casa de Saúde (sanatorio) di Sao Miguel, Ponta Delgada. Un nuovo problema e’ sorto sull'isola: la tossicodipendenza. "I bambini della classe medio-alta sono entrati nelle cliniche per la disintossicazione nel continente; i lavoratori hanno cercato l'eroina". Nonostante tutto, il clamore non era mai stato eccessivo. La tragedia era stata come un elefante ingombrante, ma discreto nella stanza.

Le Azzorre si trovano nel mezzo dell'Oceano Atlantico, a circa 1.400 chilometri a ovest di Lisbona, e dalla terraferma e’ molto difficile sentire le piccole pietre di quell'elefante affamato che ha speronato tutto cio’ che e’ stato posto sul suo cammino per piu’ di 15 anni. Se fosse successo in Europa tutto sarebbe stato diverso, Suzete? "Nulla di tutto cio’ sarebbe successo."


Gli autori di questo reportage, Rebeca Queimaliños (Pontevedra, 1982) e Macarena Lozano (Granada, 1982), stanno realizzando un documentario sull'argomento.
(articolo pubblicato sul quotidiano El Pais del 07/12/2017)
 
 
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