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'Passaporto' vaccinale Ue. Cosa vorrebbe il Parlamento Europeo
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Articolo di Redazione
29 aprile 2021 8:58
 
L’obiettivo è unico: salvare l’estate degli Europei, con un documento che faciliti gli spostamenti tra i Paesi dell’Unione. Sui dettagli, però, ci sarà da negoziare parecchio. Dopo il primo via libera del Consiglio europeo, Il Parlamento europeo ha appena approvato il Digital Green Certificate, lo strumento proposto dalla Commissione per attestare vaccinazioni, negatività e guarigioni dal Covid19 in modo uniforme nell’UE. Ma lo ha fatto inserendo delle richieste che potrebbero entrare in conflitto con la volontà degli Stati membri. Comincerà ora una trattativa fra le tre istituzioni europee che è una corsa contro il tempo se si vuole mantenere la promessa fatta dal commissario al Mercato Interno Thierry Breton: un certificato vaccinale pronto entro giugno e operativo per la stagione estiva.

Il dibattito precedente al voto nell’emiciclo ha evidenziato punti di convergenza e di dissonanza rispetto alla proposta originaria. Il Digital Green Certificate prevede di riportare non solo le vaccinazioni avvenute, ma anche i test effettuati e le eventuali guarigioni dalla malattia: in questo modo non si dovrebbero discriminare le persone che non hanno avuto ancora accesso al vaccino o per propria scelta non vi si sono sottoposte. Sembrano trovare risposta anche le preoccupazioni degli eurodeputati sulla privacy, visto che il commissario europeo alla Giustizia Didier Reynders ha assicurato «un alto livello di protezione» e «un sistema decentralizzato di verifica».

L’Europarlamento non vuole infatti che i dati sanitari dei cittadini vengano conservati dagli Stati Membri per scopi diversi da quelli concordati. Lo ha messo nero su bianco in uno degli emendamenti approvati: qualora uno Stato membro intenda applicare il certificato per qualsiasi uso diverso dalla finalità prevista, deve creare una propria base giuridica per farlo. Sul punto è stato chiaro anche Reynders, che ha specificato come ogni nuova norma nazionale dovrà essere compatibile con il Regolamento Generale per la protezione dei dati personali.
Una puntualizzazione non da poco, perché in sede di trattativa il Consiglio europeo potrebbe spingere in senso contrario: per le autorità nazionali sarebbe molto comodo accedere al database degli ingressi, ad esempio per controllare il rispetto di una quarantena o l’accesso agli spazi pubblici.

«Le informazioni devono essere conservate soltanto dal Paese che emette il certificato. Non possono essere usate da uno Stato in cui si entra per autorizzare l’ingresso a teatro o al ristorante», ha affermato senza mezzi termini Juan Fernando López Aguilar, presidente della Commissione Libertà Civili, incaricata di esaminare la proposta. Il punto di scontro più acceso sarà però presumibilmente sul “potere” del Digital Green Certificate.

La Commissione ha ribadito più volte che non si tratta di un passaporto (e anzi ha sostituito la dicitura originaria «green pass» proprio per evitare confusione): il certificato serve soltanto a riportare le informazioni relative al Covid19, toccherà poi a ogni singolo Stato decidere come comportarsi con chi arriva alla sua frontiera, a patto che lo stesso trattamento venga riservato ai propri cittadini nelle stesse condizioni.

Il Parlamento vorrebbe invece uno strumento più simile a un passepartout: una volta soddisfatto uno dei tre requisiti, si può viaggiare in tutti i Paesi dell’Unione, con modalità identiche e decise a livello comunitario: niente quarantene, né test obbligatori. Senza questa accezione, hanno fatto capire molti eurodeputati, il certificato serve a poco. «Non dev’essere soltanto un’app o un altro pezzo di carta che aggiunge burocrazia. Ma qualcosa che aiuti i cittadini a usufruire della libertà di movimento», ha spiegato il membro dei popolari olandesi Jeroen Leaners. La sua connazionale Sophie in ‘t Veld, così come tutto il gruppo dei liberali, ha insistito molto sul punto, sottolineando che non si parla solo di turisti a cui concedere una vacanza più agevole, ma anche di migliaia di lavoratori transfrontalieri a cui si negherebbero gli spostamenti quotidiani. 

Il testo approvato dalla plenaria, del resto, lascia pochi dubbi: «Gli Stati membri dovrebbero accettare una prova di vaccinazione come base per non applicare le restrizioni alla libera circolazione messe in atto {…} per limitare la diffusione del COVID-19, come l’obbligo di sottoporsi a quarantena/autoisolamento o a un test per l’infezione». 

Su questo passaggio è molto difficile che il Consiglio molli la presa. Alcuni governi non hanno alcuna intenzione di lasciare che sia Bruxelles a imporre loro le misure restrittive da adottare. «Ciò vorrebbe dire che, anche in caso di una nuova ondata pandemica, gli Stati nazionali non potrebbero adottare misure per proteggersi», spiega a Linkiesta la deputata ungherese di Fidesz Enik? Gy?ri. La sua delegazione si oppone fermamente alla posizione della maggioranza dell’emiciclo ed è fedele espressione della sensibilità di Budapest sul tema.

Gy?ri pone poi il problema dei vaccini da tenere in considerazione: nel suo Paese ci si immunizza anche con il siero russo Sputnik V e il cinese Sinovac. «Questi vaccini sono somministrati a milioni di persone in tutto il mondo, dalla Cina, ai Paesi arabi, fino ad alcuni membri UE. Non possono essere esclusi da un certificato vaccinale».

Riguardo alla platea dei vaccini considerati, alla fine dei conti, potrebbe prevalere la manica larga. La proposta originaria della Commissione intende segnalare ogni tipo di vaccinazione, ma renderebbe obbligatorio per gli Stati solo l’accettazione dei prodotti approvati dall’Ema. Se le capitali vorranno equiparare, sul loro territorio, un altro vaccino a quelli convalidati dall’Agenzia Europea del Farmaco, saranno liberi di farlo. Non proprio un approccio comunitario, che infatti il Parlamento sembra rifiutare, proponendo a sua volta il rilascio di un certificato di vaccinazione con qualunque prodotto figuri nell’elenco per l’uso di emergenza dell’Oms.

Nessun dissidio invece sulla gratuità del Digital Green Certificate, che sarà garantito senza costi a ogni cittadino europeo. Ma il Parlamento comunitario chiede anche che venga reso davvero accessibile alle persone con disabilità e spinge per fornire gratis pure un certo numero di test anti-Covid19. La richiesta è trasversale ai gruppi politici dell’Eurocamera ed è stata concretizzata in una risoluzione che accompagna la posizione negoziale. Durante il dibattito, l’ala sinistra del Parlamento ha insistito sulla necessità di tamponi gratuiti, soprattutto per le persone a basso reddito o che vivono nei pressi di un confine. «In questo modo si evita la discriminazione fra chi è più o meno ricco», ha evidenziato la deputata dei Verdi Tineke Strik. 

Come ha fatto tuttavia notare la rappresentante del Consiglio europeo, la segretaria di Stato portoghese Ana Paula Zacarias, il tema non è oggetto della proposta della Commissione né rientra nelle prerogative del Consiglio. Un modo diplomatico per dire che sul punto possono decidere solo gli Stati nazionali e che la richiesta del Parlamento difficilmente troverà seguito. 

Tra tante visioni differenti, una cosa mette d’accordo tutti: l’esigenza di fare presto. La presidenza portoghese del Consiglio sembra l’attore perfetto per imprimere rapidità ai negoziati, visti gli interessi domestici in gioco; alcuni Paesi come Grecia e Spagna già mordono il freno e anche la Commissione vuole sbandierare un successo dopo una campagna acquisti dei vaccini molto criticata.

«Con la stagione turistica alle porte, bisogna abbandonare le posizioni ideologiche e lavorare per soluzioni concrete», sostiene Annalisa Tardino della Lega, che da siciliana conosce ancora meglio l’impatto economico di un’estate con o senza stranieri. Nicola Procaccini di fratelli d’Italia si è spinto perfino a ipotizzare, in caso di trattativa a rilento sul certificato, il rischio di un «dumping turistico»: alcuni Stati europei farebbero accordi bilaterali per garantirsi libera circolazione fra loro e gli altri resterebbero al palo. 

Unica voce fuori dal coro, quella di Piernicola Pedicini, ex deputato del Movimento 5 Stelle ora accasatosi nel gruppo dei Verdi/Ale, secondo il quale «la fretta non è mai una buona consigliera». L’onorevole sottolinea le incognite, più che i vantaggi del certificato: non è detto che le persone vaccinate non trasmettano il virus, né che saranno protette da eventuali varianti. Per Pedicini, che ha annunciato il suo voto contrario, il Digital Green Certificate è «uno strumento che rischia di aggravare la pandemia» e «chi accelera troppo rischia di andare a sbattere». Ma a Bruxelles e in tutta Europa non c’è tempo nemmeno per gli scongiuri.

(Vincenzo Genovese, su Linkiesta/Europea del 29/04/2021)

 
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