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I pirati contro la libertà di stampa
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Articolo di Vincenzo Donvito
11 settembre 2018 11:45
 
 Strana alleanza tra i cosiddetti libertari della Rete e il grande capitale Usa. E’ quello che si legge in questi giorni in cui il Parlamento europeo sta per votare una norma che dovrebbe garantire ad editori e giornalisti il compenso per i loro contenuti che vengono divulgati in Internet (art.11 Direttiva sul Copyright). Siamo abituati a leggere in Rete di tutto e di più, ma ci siamo mai posti la domanda da dove arrivano questi contenuti, e se gli stessi sono frutto di un lavoro giornalistico ed editoriale che comunque ha un costo per chi lo produce e chi lo edita? Secondo noi, ognuno dovrebbe essere libero di sottomettere le proprie produzioni al diritto d’autore (copyright), ma, per l’appunto, libero, che è il contrario di essere costretto ad esser libero.
Ecco cosa accade oggi: leggiamo in Rete notizie e scritti che sono stati prodotti da persone e aziende che, per farlo, hanno sostenuto un costo che, invece, non viene affrontato da chi rilancia questi prodotti in Internet. Risultato: il consumatore, sapendo che in Rete troverà quello che gli serve, perché dovrebbe acquistarlo altrove? Conseguenza: chi paga per produrre e chi viene pagato sempre per produrre, si trova spiazzato, e i margini di introiti per continuare a produrre si assottigliano sempre di più, con la conseguenza che viene rimessa in discussione la possibilità di produzione. E’ un cane che si morde la coda, dove, alla fine, a furia di mordere questa coda si rischia di impedire che questo cane abbia energie per continuare a mordersela. Da qualche parte questi soldi devono arrivare e, al di là dei sogni suicidi di chi pensa che possa essere un Leviatano (senza fondo?) a garantire il tutto, in un’economia di mercato il dare e avere sono comunque condizionati dall’uso del denaro e dalla remunerazione delle produzioni e del loro uso.
Allo stato dei fatti, chi ci guadagna è solo il cosiddetto Gafa (Google, Apple, Facebook, Amazon), i giganti dei profitti in Rete. E i presunti libertari della Rete sembra che stiano montando una campagna per salvare la libertà della Rete. “Sembra”, perché il dubbio è d’obbligo in questo come in altri casi. Chi fa cosa e con chi e perché: le multinazionali non sarebbero nuove a strategie mediatiche per favorire i loro guadagni che, in questo come in altri casi (si pensi al tabacco), non vanno molto per il sottile nel procedere senza considerare le vittime che fanno lungo il loro percorso. Una diminuzioni dei profitti dei giganti della rete comprometterebbe la libertà in Internet? Mah! La differenza -dal nostro punto di vista di internauti e consumatori di informazione- sarebbe solo finanziaria: lo stesso denaro, invece che finire nelle tasche del Gafa, dovrebbe finire in quelle dei produttori di informazione, con l’evidente vantaggio che i prodotti che loro diffondono siano sempre migliori.
Per capire, facciamo delle domande apparentemente assurde, ma che fotografano l’attuale situazione in Internet. Un libraio vende libri invece di regalarli? Un produttore di cinema, pur avendo investito dei capitali, non dovrebbe pretendere una parte degli introiti delle sale cinematografiche? Un giornale online, coi giornalisti pagati che producono informazione, non dovrebbe farsi pagare?
La direttiva Ue, sia chiaro, non limita la possibilità degli internauti di condividere informazioni, fare link ed esprimersi come meglio credono, ma solo che Google e Facebook usino gratuitamente il lavoro di chi ha prodotto queste informazioni.
 
 
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