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Quindici minuti di grida di protesta. Una canzone rap mette a disagio Erdogan – e in pericolo gli artisti
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Articolo di Redazione
19 settembre 2019 7:18
 
 La musica di protesta, in Turchia, è un’impresa rischiosa. Quando, per esempio, Cem Karaca, dopo il colpo di stato del 1980, cantò per protesta la Marcia del Primo Maggio, gli fu tolta su due piedi la cittadinanza. Chi, a quel tempo, voleva musicare la sua protesta, sceglieva la musica rock. Finché il cantautore Ahmet Kaya non introdusse un nuovo stile. Egli prestò una voce ai giovani che andavano in montagna a fare la resistenza, e alla fine fu vittima di una valanga di processi. Dopo una campagna di linciaggio, nel 1999, dovette andare in esilio a Parigi. Ai concerti del Grup Yorum arrivano di nuovo un mezzo milione di persone, la band intona canti rivoluzionari durante scioperi e manifestazioni. Quasi dieci componenti della band sono attualmente in carcere.

A causa del grande rischio, che si corre con la musica di protesta, il pop turco si è spostato, nel frattempo, sulla malinconia e un atteggiamento di indifferenza. Il rock ha sotterrato il suo spirito ribelle. Ma insperatamente sorge adesso un nuovo vento: il rap. All’inizio degli anni Novanta, dei turchi tedeschi furono i pionieri che lo portarono nel Paese. La settimana scorsa [intorno al 4 settembre] un video di 15 minuti ha scosso il mondo della musica. Venti noti rapper, guidati dall’autore Sarp Palaur, meglio noto col nome d’arte Saniser, cantano insieme Susamam (“Io non posso tacere”). “La vita è dura, tu vuoi divertirti con la musica, tu rimuovi la realtà. Ma noi crediamo che la musica può cambiare qualcosa. Unisciti anche tu!”. Dopo questo appello venti rapper esprimono apertamente la loro opinione su venti temi diversi. Non si tratta soltanto di argomenti relativamente privi di rischi, per cui non vi è il pericolo di finire in prigione, come la distruzione dell’ambiente, gli omicidi di donne, la congestione del traffico o la crisi dell’istruzione, ma anche di argomenti “problematici”, come la magistratura, la giustizia, i media o il fascismo.

In certo qual modo nel nome di una generazione, si sente dire: “Io sono un turco bianco, la mia legge è anglosassone, la mia testa mediorientale. Sono cresciuto apolitico, non ho mai votato. Ho pensato solo alle vacanze, a girare e ai debiti. Ora ho paura anche solo a mandare un tweet. Se loro una notte ti sbattono in galera ingiustamente, non trovi un giornalista che ne dà notizia. Sono tutti in prigione”.
Questa voce coraggiosa nel grande silenzio, in cui la gente, come si dice anche nella canzone, non si fida neppure a comporre un tweet critico, ha trovato un’eco inaspettatamente potente.
Lo hashtag #Susamam è arrivato al primo posto nei trend mondiali. Già 17 milioni di persone hanno visto il video. “Io non ho paura del carcere”, ha dichiarato uno dei partecipanti, Fuat. “Noi siamo rapper, è nostro dovere affrontare, toccare le verità. Non si può vivere con la paura addosso”.

(Articolo di Can Dündar su “Die Zeit” n. 38/2019 dell’11 settembre 2019)
 
 
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