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Serge latouche: 'La decrescita porta a lavorare meno per lavorare meglio'
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Articolo di Redazione
14 dicembre 2018 14:38
 
 Serge Latouche è un dei principali teorici della decrescita. A 78 anni, questo economista di formazione perora una società alternativa che non sia più basata sull’iperconsumo e l’accumulo illimitato dei bene materiali.

D. Malgrado la sempre maggiore quantità di rapporti dimostri l’impatto dei nostri modi di vita sul riscaldamento climatico, la transizione sembra procedere a stento. Perché?
R. Noi siamo tossicodipendenti della società dei consumi. Come tutti i drogati, preferiamo continuare ad approvvigionarci, accumulare sempre di più, piuttosto che iniziare lo svezzamento. Siamo consapevoli che stiamo andando a sbattere contro un muro, ma preferiamo non crederci, perché questo esigerebbe una rottura radicale. Un cambiamento di civiltà.
L’uomo è un animale da routine, per il quale ogni cambiamento è angosciante e doloroso. Soprattutto quando l’apparato economico-politico dominante condiziona il sistema. E’ inutile fare affidamento sui dirigenti politici per iniziare il movimento, perché il vero potere è spesso nelle mani del mercato, che non ha nessun interesse a modificare ciò da cui trae profitti.
D. E’ troppo tardi per intraprendere questa transizione verso un’economia meno energivora?
R. Quando ho cominciato a proporre la decrescita, speravo che si sarebbe potuta costruire una società alternativa per evitare la catastrofe. Ma ora che siamo dove siamo, conviene riflettere su come limitare i danni e preparare il dopo. Quest’ultimo comincia dalla decolonizzazione dell’immaginario, passando per l’educazione, i media.
Bisognerebbe in seguito intraprendere dei cambiamenti strutturali. E questo abbordando il problema in modo sistemico, piuttosto che tagliarlo in parti, trattando i suoi aspetti uno per uno – il glifosato, l’obsolescenza programmata, etc – perché non sarebbe efficace. In ogni caso, io non credo più alla transizione dolce.
D. Non è molto ottimista!
R. Ormai, solo uno choc può permetterci di rinsavire. Credo molto alla pedagogia delle catastrofi – con queste condizioni, il cambiamento di rotta può essere rapido. La storia non è lineare. Nel maggio 1968 la Francia si annoiava. E dopo è scoppiata una rivolta contro l’assurdità. All’epoca, non si sapeva più perché si viveva… Il legame con oggi è manifesto: la mancanza di senso caratterizzava il mercato del lavoro e i lavori inutili, l’assurdità di accumulare sempre più e di concorrere alla distruzione del Pianeta.
D. La decrescita può essere compatibile con una popolazione mondiale in costante aumento?
R. Porre la questione demografica come un freno alla decrescita è un buon metodo per non rimettere in causa una società fondata sull’accumulo illimitato dei beni materiali. Il problema non è che i cinesi siano quasi 1,4 miliardi, ma che 325 milioni di americani emettono 2,5 volte di CO2 a persona che non un cinese.
Inoltre, poiché la crescita infinita della popolazione è incompatibile con i limiti del Pianeta, la questione demografica va, io credo, a regolarsi naturalmente. E’ quindi inutile, per questo, attuare una politica restrittiva della natalità.
D. I Paesi del Sud hanno bisogno di crescere per uscire dalla povertà e migliorare il benessere della loro popolazione?
R. Io non dico che le loro condizioni di vita siano facili o invidiabili, ma noi abbiamo venduto a questi Paesi il nostro modello occidentale spiegando loro che la crescita li avrebbe fatto uscire dalla povertà. A parte che trasformando il loro modello di vita e di produzione, noi abbiamo trasformato la loro povertà, che era una forma di frugalità, verso la miseria.
E’ sostenibile, sicuramente, che i Paesi che hanno una debole attenzione all’ecologia facciano crescere certe produzioni per il bene della loro popolazione, ma essi devono evitare di cascare nella macchina infernale del ciclo della produzione infinita.
D. Questo implica di rimettere in discussione il capitalismo?
R. Sì, soprattutto quello che si basa sulla ricerca della crescita per la crescita, l’accumulo senza limite di capitali. La decrescita induce ad uscire dalla produzione infinita per ritrovare il senso della misura.
Basata su una critica della società dei consumi e del liberalismo, essa è, di base, di sinistra e di ispirazione socialista, ma aggiungendovi la dimensione ecologica. Questo significa che è tutto da ripensare: l’apparato di produzione, la protezione sociale, la solidarietà tra generazioni, il lavoro. La decrescita porta a lavorare meno per lavorare meglio, con, per cominciare, la riduzione delle ore di lavoro.
D. Come, al meglio, mantenere un livello alto di protezione sociale senza crescita?
R. Ma la crescita è già scomparsa. Dopo gli anni 1970, è una finzione, un artificio statistico espressione della speculazione immobiliare e finanziaria. Una stella morta da cui noi riusciamo ancora a percepire dei residui di luce. Quando l’attività ha cominciato a rallentare, e accade da quaranta anni, l’élite ha voluto mantenere l’illusione. Alan Greenspan, all’epoca alla guida della banca centrale americana, ha abbassato i tassi americani in modo da mantenere una crescita artificialmente gonfiata da un’immensa bolla speculativa.
D. Immaginiamo che uno Stato, da solo, avvii il cambiamento. Sarebbe subito destabilizzato per la fuga dei capitali?
R. E’ vero che ciò che è teoricamente possibile non è sempre realizzabile in pratica. Si è visto nel 2015, quando il governo di Alexis Tsipras ha cercato di mettere in piedi un modello diverso in Grecia, rompendo con l’austerità. Le forze neoliberali e del mercato glielo hanno impedito.
Ma se la prossima crisi è così forte da non poterla neanche immaginare, essa sarà probabilmente affiancata da un movimento dei demondializzazione, di cui già ora si possono vedere i preamboli. In queste condizioni, le esperienze locali di decrescita saranno realizzabili più facilmente. La decrescita fornirà loro un’utopia concreta, un orizzonte sensato per cercare di preparare la civilizzazione che emergerà dopo la società occidentale.
D. Perché è difficile immaginare che si possa rompere col sistema attuale?
R. Il potere è un’illusione, ed ha la potenza che gli si vuole accordare. Il re è nudo, ma noi l’ignoriamo. I miliardi e i mercati ci opprimono perché siamo soggetti ad una servitù volontaria, così come l’aveva rappresentata il filosofo La Boétie (1). Solo una crisi o uno choc può permettere di liberarcene.

1 - https://it.wikipedia.org/wiki/%C3%89tienne_de_La_Bo%C3%A9tie

(intervista di Frédéric Cazenave et Marie Charrel, pubblicata sul quotidiano Le Monde del 14/12/2018)
 
 
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