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Suicidio assistito: l’assoluzione di Welby e Cappato apre una nuova pagina
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Articolo di Sara Astorino
29 luglio 2020 8:45
 
Nella giornata del 27 Luglio 2020 Marco Cappato e Mina Welby sono stati assolti con formula piena, “ il fatto non costituisce reato”, dall’accusa di aiuto al suicidio nei loro confronti mossa relativamente al caso Trentini.
Si tratta della prima sentenza emessa successivamente alla pronuncia della Corte Costituzionale intimamente connessa alla necessità di promulgare una Legge sul fine vita.

La vicenda
Il 13 Luglio 2017 Marco Cappato e Mina Welby accompagnarono Davide Trentini in una clinica svizzera affinché fosse sottoposto alla procedura conosciuta come suicidio assistito.
Davide Trentini, 53 anni, era malato di SLA.
Sebbene Davide Trentini non fosse legato alle macchina, questa circostanza costituisce la notevole differenza rispetto al Caso di DJ Fabo, egli era perfettamente consapevole di quella che sarebbe stata l’evoluzione della malattia e della sofferenza cui sarebbe andato incontro.
La sua consapevolezza portò lo stesso a scrivere una lettera di addio in cui spiegava il suo sentire e le ragioni per cui riteneva necessaria l’approvazione di una legge che si occupasse del fine vita.
Quando la sofferenza di Davide Trentini era ormai divenuta insopportabile, Mina Welby lo accompagnava in Svizzero viaggiando con lui in ambulanza.
Marco Cappato, invece, si era occupato della raccolta dei fondi necessari.
Il 13 aprile 2017, in una clinica di Basilea, Davide Trentini registrava un testamento da lasciare all’Associazione Luca Coscioni:
Le sue parole furono : “Basta dolore. La cosa principale è il dolore. Bisogna focalizzarsi sulla parola dolore. Tutto il resto è in più”
Nonostante Marco Cappato e Mina Welby avessero assecondato la chiara volontà di Davide Trentini, questo non impedì che venissero accusati ma, anche in virtù della sentenza emessa dalla Corte Costituzionale, fu sin da subito chiaro che anche la magistratura aveva inteso che si trattava di un gesto effettuato assecondando, si ripete, la volontà del “malato”.

Le parole del PM
Il Pm incaricato del Caso è Marco Mandi che, nel rispetto del suo ruolo, ha chiesto alla Corte d’Assise una condanna, per entrambi gli imputati, una pena minima ovvero 3 anni e 4 mesi.
Questo perché il PM ha chiesto “la condanna con tutte le attenuanti generiche e ai minimi di legge. Il reato di aiuto al suicidio sussiste, ma credo ai loro nobili intenti. È stato compiuto un atto nell'interesse di Davide Trentini, a cui mancano i presupposti che lo rendano lecito. Colpevoli sì, ma meritevoli di alcune attenuanti che in coscienza non mi sento di negare».

Le parole di Marco Cappato
Nei procedimenti penali è facoltà degli imputati rilasciare delle dichiarazioni spontanee.
Marco Cappato, utilizzando questa facoltà, a dichiarato, prima che la Corte si riunisse per prendere la propria decisione, “Abbiamo fornito un aiuto innegabile in assenza di qualunque parametro di legge. Abbiamo aiutato Trentini in base ad un dovere morale e lo rifarei esattamente nello stesso modo. Alla corte vorrei ricordare che, dalla morte di dj Fabo e di Trentini, altre decine di persone si sono recate in Svizzera per il suicidio assistito e le autorità italiane ne sono state informate da quelle elvetiche. Nessun procedimento penale, però, si è aperto. Quelle persone non hanno avuto bisogno di noi, perché avevano i soldi per farlo. Ma questo non può essere il discrimine tra malati che soffrono”.

Le parole di Mina Welby
In altro contesto rispetto alle dichiarazioni rese da Marco Cappato anche Mina Welby ha espresso la propria opinione. Nell’entrare nel Palazzo di Giustizia di Massa, ha affermato: “Sono serena. Ieri notte ho pensato alla mamma di Davide Trentini, la mia battaglia è per lei. Se verrò condannata, voglio andare in carcere. Temo che mi diano i domiciliari. Allora protesterò perché se sono pericolosa voglio essere messa in condizione di non nuocere”

L’epilogo: la sentenza
Dopo tre anni e quattro mesi finalmente in data 27 Luglio 2020 la Corte d’Assise si è pronunciata.
Pronuncia di assoluzione piena perché il fatto non costituisce reato.
Non possiamo al momento conoscere le motivazioni della sentenza ma si può affermare, abbastanza sicuramente, che la decisione della Corte Costituzionale abbia inciso profondamente.
Ricordiamo che la Corte Costituzionale ha stabilito che “Non è punibile chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.

Le reazioni degli imputati assolti
Mina Welby ha dichiarato “Questa sentenza per me è come una stella cometa, che segna al Parlamento quello che deve fare”
Marco Cappato ha, invece, aggiunto: “È un precedente importante perché apre degli spazi di libertà per il fine vita. Ora però serve un legge per garantire a tutti questo diritto, a determinate condizioni. Per poter essere liberi fino alla fine”

L’innovazione della sentenza
Facciamo nostre, poiché le condividiamo a pieno, le parole di Marco Cappato.
Questa sentenza rafforza il principio espresso dalla Corte Costituzionale.
“Davide Trentini non aveva sostegni vitali, cioè macchine. Ma probabilmente i giudici hanno interpretato in senso più ampio l’idea di sostegno vitale includendovi, come dicevano noi, anche terapie farmacologiche e pratiche manuali necessarie alla sopravvivenza”.

Cosa rimane da fare?
Il Legislatore deve ancora accogliere ed adeguarsi alla richiesta della Corte Costituzionale.
Ad oggi nessuna Legge è stata promulgata, nessuna presa di posizione è stata assunta.
Oggi siamo innanzi ad una situazione paradossale, denunciata dallo stesso Cappato, ci sono persone, “malati”, che hanno capacità economica che si recano in Svizzera per sottoporsi alla procedura di suicidio assistito.
Per quanto a nostra conoscenza nessun procedimento penale in questi casi viene avviato.
Al contempo vi sono altre persone, “ malati”, che questa capacità economica non la possiedono.
La loro strada è più difficile, più irta e per coloro che li aiutano pare che sia inevitabile incorrere in un’accusa.
In questa situazione il principio di eguaglianza viene nuovamente negato.
Non siamo tutti uguali, nella malattia la differenza pare essere fatta dalla capacità economica.

 
 
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