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Turchia. Come un delatore ha distrutto il mio giornale
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Articolo di Redazione
1 ottobre 2018 9:56
 
Il giornale “Cumhuriyet” [Repubblica] è sempre stata la voce dell’opposizione. Ora il presidente Recep Tayyip Erdogan ha spezzato anche la sua resistenza.
La storia dei regimi autoritari non è solo una storia di dittatori, di membri dei servizi segreti e di torturatori, è anche storia di collaborazionisti e delatori.
Qui di seguito desidero informare come un giornale, che è riuscito a imporsi a lungo in un Paese senza libertà di stampa, sia stato rilevato dall’interno.
La “Cumhuriyet” è diventata nota negli ultimi anni in tutto il mondo grazie alla sua lotta per la libertà contro la tirannia del regime di Erdogan. In un clima, in cui il regime si procurava il controllo su praticamente tutti i mass media, questo giornale era diventato l’ultimo bastione. Gli attacchi si sono moltiplicati, dirigenti, autori, reporter sono stati imprigionati, accusati, condannati. E non bastando, attraverso un embargo delle inserzioni, è stato portato al limite della rovina finanziaria. E tuttavia dietro il giornale c’era una opinione pubblica nazionale e internazionale che si schierava per una Turchia libera. Due anni fa le fu conferito il premio Nobel alternativo. Nonostante tutte le difficoltà, le riusciva di difendersi.
Il processo a “Cumhuriyet” con 19 imputati, tra cui io come principale, fa vedere in modo esemplare le rappresaglie, a cui è esposta la stampa indipendente di questi tempi. Non solo ci sono stati addebitati il nostro indirizzo, i nostri articoli e le nostre corrispondenze, ma anche i nostri titoli e fotografie, persino il layout. Le accuse immotivate non sono arrivate soltanto dai pubblici ministeri che nel frattempo erano totalmente agli ordini del regime, ma anche da ex funzionari e collaboratori che in tribunale hanno testimoniato contro di noi.
Un esempio: un ex presidente della fondazione editrice, in tribunale, criticò nella sua testimonianza l’indirizzo del giornale. L’edizione del 23 maggio 2015 lo aveva fatto piangere, perché “proprio accanto al logo spiccava Gülen” [il presunto nemico principale di Erdogan].
Naturalmente mi ricordavo la pagina in questione, perché a quel tempo ero io il caporedattore. L’ottantatreenne ex funzionario non è un giornalista e crede evidentemente che su un giornale si stampino soltanto le fotografie delle persone che stanno simpatiche. Nel servizio che si riferiva a quella foto si trattava invece del fatto che il genero di Erdogan (a cui più tardi sarebbe stata sottoposta l’economia del Paese) era andato a trovare a casa Gülen che era stato definito il “più grande nemico”. Forse le lacrime avevano impedito all’ex funzionario di vedere e leggere con chiarezza il servizio.
Di una accusa talmente insensata non si potrebbe che ridere, nevvero? Ma il governo non ha riso e non ha lasciato perdere la faccenda. In base a tali delazioni e accuse i giornalisti e il direttore del giornale sono stati condannati a lunghe pene detentive. L’accusa è stata di “complicità e sostegno all’organizzazione di Gülen”, mentre dietro le sbarre avrebbe dovuto trovarsi Erdogan, che per anni aveva cooperato con Gülen, e il suo genero, che era andato a trovarlo.
Nel frattempo, in base a un documento sbucato nel tribunale è venuto fuori che in una delazione anonima ci si era lamentati anche con Erdogan del servizio citato. Nello scritto al palazzo del presidente si leggeva: “Lei è la nostra ultima speranza. Per favore, intervenga e dia a noi la ‘Cumhuriyet’“. Occhi attenti hanno riconosciuto subito che si trattava della stessa persona sia nel caso del denunciante in tribunale sia in quello dell’estensore della lettera.
Ora Erdogan lo sapeva: se avesse colto l’occasione e avesse attaccato dall’interno la ‘Cumhuriyet’, avrebbe potuto ancora vincere la battaglia contro il giornale che resisteva. Di recente la giustizia controllata da Erdogan ha dichiarato non valida l’elezione del consiglio direttivo della fondazione editrice, risalente a quattro anni prima. E ora indovinate un po’ chi è arrivato la settimana scorsa ai vertici del giornale con la ripetizione delle votazioni?
Proprio il nostro delatore in lacrime. Dopo che ‘Cumhuriyet’ era riuscita a reggere ad ogni pressione e a crearsi un riconoscimento internazionale con la sua lotta per la libertà, è caduta vittima, purtroppo, della bramosia di potere. In seguito a ciò, molti funzionari e giornalisti, che erano stati imprigionati e accusati e avevano dovuto pagare un caro tributo, se ne sono andati dal giornale.
All’inizio avevo detto che la storia dei regimi autoritari è anche la storia dei collaborazionisti e dei delatori. Per lo meno, ci si ricorda di questa gente insieme coi loro misfatti. Ciò che resta sono gli eroi che lottano contro la repressione.

(Articolo di Can Dündar su “Die Zeit” n. 38 del 15 settembre 2018)

Sul tema si può leggere anche:
https://www.huffingtonpost.it/antonella-napoli/verdetto-cumhuriyet-la-corte-europea-e-chiamata-a-svolgere-il-suo-ruolo-di-custode-dei-diritti-umani_a_23423325/
 
 
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