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Turchia. Il sultano potrebbe ancora cadere
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Articolo di Redazione
14 giugno 2018 14:57
 
 I sondaggi rivelano che nelle elezioni presidenziali incombe su Erdogan la minaccia di una sconfitta
Il famoso poeta turco Nazim Hikmet scrisse, dopo la morte di Stalin: “Una mattina era scomparso! Scomparso era il suo stivale dalle piazze, la sua ombra sopra gli alberi, i suoi occhi dalle nostre stanze …”.
Può darsi che la Turchia, la sera dell’8 luglio scriverà una poesia analoga su Erdogan. I primi sondaggi sulla nomina dei candidati rivelano che sta vacillando il potere del presidente turco, il cui “stivale da 16 anni [è] sulle piazze, la cui ombra sopra gli alberi, i cui occhi [sono] nelle stanze”.
E’ vero che Erdogan è ancora avanti ai suoi cinque sfidanti, ma è piuttosto improbabile che il 24 giugno raggiunga la maggioranza assoluta alla prima tornata elettorale. Nell’opposizione regna attualmente una speranza come mai si è registrata da 16 anni a questa parte: nel probabile ballottaggio tra i due candidati col numero maggiore di voti essa andrà con un candidato comune.
Come si è arrivati a questa svolta repentina? Il motivo principale potrebbe essere benissimo il disgusto: disgusto per un pazzo furioso come Erdogan che ogni giorno insulta in contemporanea su quindici canali i suoi avversari. Disgusto per un clima di repressione, in cui ogni critico viene incarcerato. E infine disgusto per la povertà, causata da una politica economica che ha arricchito gli imprenditori lealisti.
Quando il dollaro, nel giugno dell’anno passato, si trovava a 1,5 lire, Erdogan spiegò che avrebbero perso tutti quelli che avessero investito nelle valute. La settimana scorsa il dollaro è salito al record storico di 4,5 lire. Chi aveva dato retta a Erdogan e aveva cambiato i dollari, in cui aveva investito i suoi risparmi, è diventato povero. Ricchi, al contrario, gli speculatori che avevano investito in dollari.
Col denaro caldo l’economia turca poteva tappare il deficit annuale di bilancio di oltre 55 miliardi di dollari (il sei percento del reddito nazionale), ora teme il suo declassamento. Negli ultimi mesi le agenzie di rating come Moody’s e Standard & Poors hanno declassato in continuazione la Turchia. Nella sua ultima visita in Inghilterra, che Erdogan aveva fatto con lo scopo di attirare investitori stranierei, annunciò un intervento sulla banca centrale – cosa che tornò a far alzare il dollaro e spaventò i potenziali investitori. Il “Financial Times” scrisse che molti finanziatori stanno perdendo sempre di più interesse per la Turchia. Il Paese, afferma il giornale, è adesso, dopo l’Argentina, il mercato con i rischi più alti, e la crisi è inevitabile.
Questi dati chiariscono perché Erdogan, inaspettatamente, ha anticipato di 18 mesi le elezioni. Il presidente dello Stato vuole andare alle urne prima che l’atteso crollo dell’economia lo indebolisca ulteriormente. Ma pure questo passo forse non lo salva più. Né l’operazione nella siriana Afrin né l’affermazione che si sta preparando un attentato contro di lui, né la dura protesta contro Israele per i recentissimi avvenimenti a Gaza servono più a qualcosa.
Il governo va alle elezioni con un tasso di disoccupati che supera il dieci per cento, un’inflazione all’incirca del dieci per cento, e un indebitamento con l’estero di circa 500 miliardi di dollari. L’elettore, che nel clima di paura creato ad arte non si fida di rivelare nei sondaggi il suo comportamento elettorale, potrebbe dare al governo un forte colpo.
Se nonostante tutto Erdogan dovesse vincere le elezioni presidenziali, una cosa è già certa: il suo megapalazzo, che si fece costruire per sé, non sarà più per lui un luogo di tranquillità e di pace.

(Articolo di Can Dündar pubblicato su “Die Zeit” n. 22/2018 del 24 maggio 2018)
 
 
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