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Verso una democrazia illiberale?
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Articolo di Pietro Moretti
4 giugno 2018 10:58
 
Il capo di una forza politica che asserisce "Lo Stato siamo noi" ai suoi elettori radunati in piazza, come ha fatto Luigi di Maio, potrebbe essere l'incipit di un capitolo tratto da un manuale di scuola media sull'ascesa del Fascismo in Italia. L'identificazione dello Stato con una parte politica è uno dei principali punti di partenza di quel ventennio, dove alle Istituzioni pubbliche si sostituirono via via gli organi di partito.
Questo è ciò che sentiamo ripeterci dal Movimento 5 Stelle, e non certo da oggi. Lo Stato, quello disegnato dalla Costituzione, è illegittimo, corrotto, elitario e mafioso. Chiunque non si allinea è nemico del popolo. Il "noi", il "popolo" è l'unica Istituzione necessaria. E come sempre accade quando si pretende di rappresentare il popolo, finisce per comandare il capopopolo.
L'insofferenza e il disprezzo delle regole democratiche che ci siamo dati è prossimo al punto di non ritorno? La democrazia liberale - che presuppone pesi e contrappesi, distribuzione dei poteri, proprio per evitare che una maggioranza pro tempore schiacci per sempre la minoranza e i diritti di libertà individuali - ci sta stretta. Si auspica una democrazia illiberale, l'unica che risponde al "popolo" senza intermediazioni e controlli. E' il progetto di Orban, di Bannon, di Putin, di Erdogan come di tutti gli autocrati che stanno celebrando il nuovo governo italiano.
Il metodo è chiaro e sbrigativo. I gay non ci piacciono? Le famiglie gay non esistono, ci spiega il neoministro della famiglia cristiana, echeggiango la celebre affermazione di Ahmadinejad alla Columbia University: "I gay in Iran non esistono".
Non abbiamo i soldi per fare il reddito di cittadinanza come l’abbiamo promesso al "popolo"? Ce lo pagherà la UE, spiega Di Maio, anche questa volta facendo l'eco al celebre muro col Messico che Trump ha promesso di costruire con i soldi dei messicani.
E' in questa cornice che un ministro dell'Interno si adopera per l'espulsione di massa di stranieri, impossibile da realizzare nel quadro della Costituzione e dei trattati vigenti, e rinnega le più elementari regole del mare. Ma non disperate, nessun problema: si ignorano i trattati internazionali sui diritti umani e i trattati UE che ci danneggiano. Sia fatta la volontà popolare. Si arriva persino a proporre la cacciata delle organizzazioni umanitarie come fossero associazioni a delinquere, proprio come accade in Ungheria, dove è stato introdotto il reato di "aiuto allo straniero".
Riteniamo che la moneta unica ci danneggi e che i Trattati che abbiamo sottoscritto vadano cambiati? Poco male: invece di convincere i nostri partner a venirci incontro, li tacciamo di nazismo e minacciamo neanche troppo velatamente di far saltare tutto se non otteniamo ciò che riteniamo giusto.
Il "giusto" deve prevalere sul "legittimo", per dirla con Orban.
L'unico scoglio per ora rimane il Presidente della Repubblica, che si è già tentato di trasformare in mero esecutore della "volontà popolare" sotto minacia di impeachment. Per ora Mattarella non si è ancora piegato, ma quanto potrà tener botta in solitudine di fronte all'accusa di tradire il "popolo"?
Questo è lo spirito dei tempi. Vedremo se la democrazia liberale avrà la forza di sopravvivere. Qualche garanzia in più ce l'abbiamo rispetto allo Statuto albertino, non ultime le Istituzioni europee, anch'esse però sotto feroce attacco e già dimostratesi inefficaci contro le derive autoritarie di Ungheria e Polonia.
Una cosa è certa: senza il sostegno di tanti cittadini consapevoli di ciò che è a rischio, la Repubblica come la conosciamo oggi rischia di essere sostituita de facto da un regime illiberale. Senza sostegno, le Istituzioni muoiono e il potere si trasferisce nelle selve oscure delle segreterie di partito o peggio ancora di società a responsabilità limitata.
A coloro che sono oggi minoranza e che quindi non sono degni di far parte del "popolo", un appello: non continuiamo a mettere la testa sotto la sabbia, coccolandoci nell'illusione che certe cose non possano succedere nell'Italia del XXI secolo. E' una sconsiderata spensieratezza di cui in passato abbiamo già pagato il prezzo.
E' necessario (ri)spiegare e (ri)insegnare l'importanza del rispetto delle regole fondamentali della nostra democrazia, anche quando le si vogliono cambiare. Se qualcuno si arroga il diritto di non rispettarle, anche se lo fa in nome del "popolo" e di una causa "giusta", va respinto. Ogni volta. Perché gli slogan non si trasformino in realtà.
 
 
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