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Videogiochi riconosciuti come malattia. OMS
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Articolo di Redazione
19 giugno 2018 17:47
 
 Così come la cocaina o il gioco d’azzardo, la dipendenza ai videogiochi, o “turbe da videogioco”, è stata riconosciuta come una malattia dall’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), integrando la 11ma versione della Classificazione internazionale delle malattie (ICD), prima lista di questo ambito che ha debuttato all’inizio degli anni 1990.
“Dopo aver consultato esperti del mondo intero, e dopo aver esaminato la letteratura del settore in modo esaustivo, abbiamo deciso che questa turbe andava aggiunta”, ha detto il direttore del dipartimento salute mentale e tossicodipendenze dell’OMS, Shekhar Saxena.
Una turbe che riguarda solo “una piccola minoranza”
L’OMS aveva pubblicato a gennaio scorso una definizione di questo turbamento, annunciando che l’aveva riconosciuta come malattia. Si tratterebbe “di un comportamento legato alla pratica dei videogiochi o dei giochi digitali, che si caratterizza attraverso una perdita di controllo del gioco, una priorità sempre maggiore conferita al gioco, al punto che quest’ultimo prende il sopravvento sugli altri centri di interesse e attività quotidiane, e attraverso la pratica crescente del gioco con ripercussioni dannose”.
Per stabilire la diagnostica, questo comportamento estremo deve avere conseguenze sulle “attività individuali, famigliari, sociali, educative, professionali”, e “all’inizio, si manifesta chiaramente nell’ambito di un periodo di dodici mesi”. “La persona gioca così tanto che i suoi altri centri di interesse e attività sono trascurati, compreso il sonno e la nutrizione”, spiega Saxena.
Numerosi casi di giocatori compulsivi incapaci di staccarsi dal proprio computer, tablet o consolle di gioco, al punto di abbandonare tutta la vita sociale e di mettere in pericolo la propria salute, mentale e fisica. Qualcosa come 2,5 miliardi di persone nel mondo giocano oggi con dei videogiochi. Ma i turbamenti riguardano solo “una piccola minoranza”, ha sottolineato il responsabile dell’OMS, ricordando che “non diciamo che l’abitudine di giocare con dei videogiochi sia patologica”.
 
 
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