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I coniugi diventano ostaggi. Turchia: come i critici del regime fuggiti all’estero vengono costretti a tornare indietro
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Articolo di Redazione
23 giugno 2019 14:13
 
 “Abbiamo tua moglie. Se non torni, non la vedrai mai più”!”. E’ una frase che avete sentito nei film sulla mafia. In Turchia, da un po’ di tempo, gli oppositori del governo hanno da lottare con questa minaccia da parte del governo stesso. Decine di migliaia di accademici, funzionari pubblici, giornalisti vengono puniti senza processo col ritiro del passaporto, le famiglie di quelli che sono andati all’estero vengono trattenute in ostaggio.
La giornalista e traduttrice tedesca Mesale Tolu era stata incarcerata nel 2017, perché in Turchia era andata a delle dimostrazioni; con l’accusa di appartenere a una organizzazione terroristica deve stare 15 anni dietro le sbarre. Poiché era in carcere anche il marito, lei andò in prigione col bambino di due anni e mezzo. Tornò in libertà solo dopo più di sette mesi, senza potere però espatriare. Tolu non stette zitta, continuò a lottare per vie legali. L’estate scorsa finalmente riottenne il passaporto e tornò in Germania col suo bambino, ma per il maritò continuò a valere il divieto. Dopo delle udienze, alla fine di ottobre, riebbe anche lui il passaporto. I due coniugi non avrebbero dovuto rientrare [in Turchia], ma, nonostante il rischio di un altro arresto, continuarono i loro viaggi per partecipare alle udienze. Quando il marito di Mesales, alla fine di maggio, andò in Turchia per il processo, gli fu ritirato un’altra volta il passaporto. Il governo pensava che, smembrando la famiglia, sarebbero stati zitti. Ma Mesales dichiarò a Radio Özgürüz: „Torno in Turchia e lotto per ottenere la libertà di mio marito. Non ci pieghiamo all’ingiustizia”.
Questa donna è una delle decine di migliaia di persone, i cui partner vengono tenuti in ostaggio. Come nel mio caso. Dopo che io ero arrivato a Berlino nel 2016, a mia moglie fu ritirato il passaporto in aeroporto, quando voleva venire da me. Diversamente dal marito di Mesales, contro di lei non c’è stato né un processo né un’accusa; non aveva “combinato” niente, a parte il fatto che era mia moglie. Più tardi, il presidente emanò un decreto che permetteva di impedire di andare all’estero ai partner di persone ricercate per terrorismo, senza che ci fosse una delibera del tribunale. Un fatto che contraddice il principio di individualità della colpa.
Un anno fa Erdogan promise di togliere la restrizione sui passaporti per 181.000 persone che non potevano andare all’estero a causa di reati commessi dai loro parenti. Era una bugia. Dalla polizia mia moglie seppe questo: “Finché Suo marito non torna, Lei non riavrà il passaporto”. Quando Erdogan, durante la sua visita in Germania, fu sollecitato a rispettare l’unità della famiglia, la sua risposta fu scioccante: “Se per voi l’unità della famiglia è tanto importante, mandate questa gente dalla Germania in Turchia”. Poiché la politica di Erdogan di tenere in ostaggio i parenti dei suoi odiati oppositori non cambia, centinaia di partner e di figli/e cercano di espatriare per vie illegali. E si vanno moltiplicando le notizie su parenti annegati nell’Egeo o nella Mariza, il fiume di confine [tra Turchia e Grecia]. Da anni le persone in Turchia hanno accolto i profughi siriani, adesso sono loro stessi profughi.
Mesale deve spiegare al suo bambino, che oggi ha quattro anni, e che ha trascorso un quarto della vita in prigione, perché il suo babbo non torna. Dal Paese, che ha messo la giustizia alla mercé della volontà di un despota, non ci aspettiamo più alcuna giustizia.
Nel 2015, nel film Septembers of Shiraz, Salma Hayek recitò la parte di una donna che fuggiva dall’Iran alla Turchia per trovare la libertà. Succederà forse che in una riedizione del film, Hayek interpreterà la parte di una donna che fugge dalla Turchia per raggiungere la libertà e il proprio partner?

(Articolo di Can Dündar da “Die Zeit” n. 25/2019 del 12 giugno 2019)
 
 
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