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L’irriverente. Luis Suarez e il Marketing Universitario
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L'irriverente di Gian Luigi Corinto
25 settembre 2020 15:55
 
Dalla vicenda dell’esame di idoneità linguistica del calciatore Luis Suarez si potrebbe trarre almeno una lezione significativa. Molti si stanno esercitando nella discussione entrando nello specifico delle responsabilità di enti e persone. Invece, vorrei fare un discorso più grave e parlare di liberismo (e neoliberismo selvaggio). Che c’entra? C’entra eccome, e riguarda i tentativi maldestri e malaugurati di introdurre la competizione tra Atenei, assecondando il modello della concorrenza di mercato nella formazione universitaria. Anni fa, all’improvviso, si è chiesto alle comunità di professori di applicare modelli liberisti, cioè di competere nel mercato per premiare i migliori.

Con poche eccezioni, l’Università italiana è sempre stata statale, statali sono i professori, i rettori, i PTA (l’inventore del termine andrebbe punito, come chi ha inventato quello di operatore ecologico), statale è la mentalità e il servizio che viene fornito. Statale è il titolo che viene rilasciato, cioè con un valore legale riconosciuto dallo Stato. Cioè, se vuoi fare un concorso statale devi avere il titolo, la laurea, volgarmente detto “pezzo di carta”. Come il pezzo di carta che voleva Suarez perché qualcuno gli aveva detto che gli serviva. Con un pezzo di carta da architetto non puoi fare né il medico né l’ingegnere. Anzi, per fare certi mestieri, oltre al pezzo di carta, devi superare un esame di stato e prendere un altro pezzo di carta. E senza pezzo di carta da insegnante non puoi aprire un asilo riconosciuto né insegnare alle medie e alle superiori (scuole). Senza pezzo di carta, nemmeno puoi fare concorsi per la Regione, la Provincia, il Comune…

Tutto questo suona ridicolo, senza nemmeno calcare troppo il tono dell’ironia sui pezzi di carta. E dev’essere suonato ridicolo anche ai vari ministri della Istruzione, della Ricerca e dell’Università che si sono succeduti sulla poltrona della riforma universitaria negli ultimi venti anni e più. La parola d’ordine era competizione uguale più efficienza, bisognava mettere subito in competizione gli Atenei, i Dipartimenti, gli Istituti, i Rettori, i singoli docenti, valutando la loro produttività, da buoni e consumati liberisti. Solo che è stato deciso di misurare la produttività non nel mercato delle lauree, ma con parametri statali, pensati dal Ministero, dall’ANVUR. E il parametro unico, in fondo, è banalmente il numero di laureati che escono ogni anno dai singoli atenei. Più sforni pezzi di carta più soldi ti danno. Una rincorsa al Trenta e Lode per tutti, o quasi, insomma. Sì, c’è la valutazione della ricerca, ma questa è un’altra specie di follia, fondata com’è su modelli pensati dal dittatore romeno Nicolae Ceausescu per avere criteri “oggettivi” che i funzionari di partito potessero usare per valutare cose di cui non capivano nulla.

Ecco allora che gli Atenei costretti alla competizione, per strapparsi studenti gli uni con gli altri, magari per attirarne di stranieri, che fa fino, applicano le più bieche tecniche di marketing. Pagano anche agenzie specializzate, inventano slogan accattivanti, promuovono mestieri interni di comunicazione e promozione, regalano tablet, danno incentivi alle matricole. Annunci televisivi, testimonial che si laureano mentre lavorano, gente che grazie alla laurea riscatta il periodo di studi e va in pensione prima, e così via. Non solo, iniziano a piovere lauree da Atenei online, Master a distanza, le Lauree ad honorem fioccano per premiare gente già famosa. Uno dei tanti, Valentino, sfreccia in moto e si fregia del titolo multicolorato sul fondoschiena di The Doctor. L’Università di Urbino, non è stata indagata per questo, anzi si è fatta notare per l’arguzia. Quanti dottori onorari ci sono in Italia per causa legittima di marketing?

Il succo è questo: è difficile incontrare un liberale per strada, ancora più difficile incontrare qualche neoliberista, perché, se ci sono, si vergognano a dirlo, strapazzati da un’imponente onda contraria di intellettuali e popolani.  In questo deserto liberale, pretendere che le Università diventino competitive per legge, e per di più con leggi sgangherate e criminogene è più che ridicolo, è folle e tragico. Leggendo della vicenda Suarez-Università Stranieri di Perugia si può anche pensare che qualche reato sia ipotizzabile. Ma si dovrebbe imparare che imporre modelli liberisti a gente che lavora immersa in un sistema statale dove la competizione non si sa nemmeno che cosa sia e, peggio, credere che le riforme abbiano messo le Università in condizione di competere lealmente sia una cosa molto, molto, ma molto stupida.
 
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