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Il bisogno di libertà e il senso di responsabilità
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La pulce nell'orecchio di Annapaola Laldi
18 giugno 2020 16:31
 
Ho letto in ritardo la riflessione di aprile di Carlo Bellisai - "Il bisogno di libertà e il senso di responsabilità" - comparsa su “Azione nonviolenta”, qualche settimana fa.
Ma, nonostante sia passato più di un mese da quando sono state scritte quelle righe, le trovo ancora non solo interessanti, ma addirittura ancora più attuali, perché a me sembra che dobbiamo continuare ad approfondire che cosa hanno significato questi 66 giorni di clausura imposta pressoché all’improvviso.
Ora che siamo nella cosiddetta “fase 3” con molte limitazioni cadute per decreto, e altre che taluni fanno cadere da sé con un comportamento veramente sconsiderato (vedere la manifestazione dei tifosi napoletani di ieri, ma non solo), è più che mai indispensabile continuare a prendere in seria considerazione questa esperienza per comprenderne i segnali forti che ci ha mandato: dal rischio di vedere erose anche in modo sordo e insinuante le libertà democratiche (come in Ungheria e Slovenia, ma non solo), alla necessità di esercitare in modo serio il nostro senso di responsabilità e fino a cambiare radicalmente modo di vivere per proteggere l’ambiente naturale, di cui siamo parte integrante e del cui equilibrio – si è dimostrato in questi due mesi appena trascorsi – noi umani non possiamo assolutamente fare a meno, se vogliamo restare in piedi.

Ecco dunque la proposta di Carlo Bellisai (aprile 2020), in cui mi sono permessa di evidenziare in corsivo/grassetto alcune frasi, comparsa su
Azione non violenta” in rete.
 
"Il bisogno di libertà e il senso di responsabilità"

Siamo nati animali mammiferi e, come tali, abbiamo necessità di libertà e di spazi. Sono semplicemente un bisogno primario, come bere, mangiare, accoppiarsi.

Non a caso lo stato di prigionia crea gravi conseguenze psicologiche nella mente umana, come si evince dalle testimonianze di carcerati, o di persone tenute a lungo sotto sequestro, o addirittura di quelle imprigionate per degli incidenti nelle miniere, o in grotte sotterranee, in condizioni di forzato isolamento. Allo stesso modo è differente lo stato psico-fisico dei maiali di una porcilaia, rispetto a quelli che pascolano allo stato brado, o quello dell’uccello imprigionato nella gabbia confrontato a quello libero nel cielo.
Fra i Sapiens la deprivazione della libertà di spostarsi e di relazionarsi con gli altri è la pena da espiare per chi ha commesso un delitto, o infranto una legge, insieme o in alternativa ad altre pene. Così recita quello che non a caso chiamiamo Diritto Penale, che infligge, quando riesce, una pena (o punizione) al colpevole, ma non dà sollievo alla vittima, né compensa né riconcilia.
Senza escludere che sia necessaria una qualche forma di difesa della società nei confronti degli individui particolarmente violenti e pericolosi, come mostri psicopatici, o stragisti, o violentatori seriali, non possiamo più pensare a un Diritto penale, ma a un Diritto Riparativo, che parta dalla vittima, dalla persona lesa e ad essa ritorni. Abbiamo bisogno di un servizio che porti all’aiuto, al ripristino almeno parziale di un benessere deturpato, non di consumare vendetta, non di aggiungere violenza a violenza.
Oggi, alla fine del mese di aprile dell’anno 2020, in Italia, in Europa e in buona parte del mondo, le popolazioni vivono recluse nelle proprie case, da ormai quasi due mesi, come misura di contenimento della pandemia da Coronavirus. Per queste lunghe settimane tutte le persone hanno dovuto, pur se in diverse misure, provare una vita agli arresti domiciliari, in attesa di giudizio. In questo caso in attesa del giudizio della Scienza.
Vorrei ricordare che la Scienza, con tutti i suoi meriti e la sua storia, non è un’entità mitica, né tantomeno astratta, ma un insieme non ben amalgamato di strutture e persone reali: realtà fatte di serietà professionale, perfino di genialità, ma anche di grigiore, con interessi economici forti che, quasi sempre, le indirizzano. Così la presunta neutralità della scienza semplicemente non esiste. Di conseguenza possiamo chiederci dove ci stiano indirizzando questi poteri forti, in questo momento.
Le emergenze presentano sempre dei rischi: si vedano i casi di Ungheria e Slovenia che corrono verso regimi totalitari. La differenza, in queste situazioni, può farla solo la solidità della società civile, di chi s’impegna e lotta per i diritti, per le libertà, per la giustizia sociale, per la difesa della natura. Più la società civile è forte e radicata nei territori più diventano complicate le derive autoritarie e i colpi di stato mascherati di legalità.
Con le misure restrittive sulla libertà di spostamento abbiamo provato e stiamo provando, non senza contraccolpi, alcuni degli effetti fondamentali della prigionia, lo stiamo facendo a livello collettivo e spero fortemente che questo ci faccia riflettere su cosa significhi essere privati della libertà, o almeno di quella libertà che resta ai Sapiens del secondo millennio. Possiamo allora solo immaginare cosa sia peggio di questi due mesi ai domiciliari: ad esempio altrettanti mesi di carcere, magari senza sapere quando e se ci libereranno. Forse per una volta possiamo capire più a fondo cosa possa significare la prigionia, quanto dolore e quanta sofferenza possa arrecare a chiunque, ma soprattutto quanto possa incidere nella mente di un giovane, a prescindere dagli errori individuali di ognuno.
La responsabilità, al contrario di quanto molti credono, non è una limitazione della libertà, bensì il terreno su cui può meglio attecchire: solo riconoscendo la libertà degli altri possiamo veder riconosciuta la nostra.
Se abbiamo mostrato senso di responsabilità nel restare a casa per non diffondere il virus, se l’abbiamo dimostrato nella solidarietà con gli altri, mettendo i nostri bisogni immediati da parte, per il benessere collettivo, mi chiedo perché non dovremmo dimostrarlo per salvarci dalle catastrofi planetarie incombenti, che abbiamo innescato con la depredazione indiscriminata delle risorse naturali. Basterebbe iniziare a smettere di spendere capitali per le armi e per le guerre, imparare a non farsi adescare da tutte le novità tecnologiche e, per esempio, rifiutare il 5G per il principio di precauzione, rifiutarsi di comprare prodotti in contenitori ed imballaggi di plastica, limitare l’uso della macchina a motivi indispensabili, soprattutto in città, comprare e consumare, nei limiti del possibile, prodotti del territorio, biologici e non alterati, boicottare i prodotti delle grandi multinazionali che investono in pesticidi e armi.
Basterebbe dare segnali forti e uniti in questo senso, per innescare una spirale planetaria che metta i grandi predatori e sfruttatori alle strette e li costringa a un’immediata inversione di rotta. Anche questa assunzione di responsabilità ci costringerebbe a rinunciare alle ultimissime applicazioni tecno, a far la spesa con più attenzione, a camminare, andare in bici, programmare gli spostamenti in macchina, associarci in gruppi d’acquisto e di scambi. Sicuramente è un impegno organizzarsi famiglia per famiglia, individuo per individuo, per fermare la catastrofe planetaria: stille di sudore, timori, fatiche, sogni, discussioni, conflitti, piccoli successi e grandi incertezze su cui lavorare insieme.
Niente in confronto ad un’incertezza su cui non puoi agire, che immobilizza il contatto sociale, la libertà di spostamento, come quella che stiamo assaggiando, ma che un giorno non lontano potrebbe essere riproposta nei migliori ristoranti global.
Allora, come diceva Boris Vian, “Se restasse un uccello e una locomotiva ed io solo nel deserto e dicessero scegli: che farei che farei … Tutt’attorno la fine del mondo in duecentododici episodi. (.…)Tutti questi pesanti segreti perduti, tutta la scienza demolita, se io lascio la macchina. Ma le sue piume sono così fini ed il suo cuore batterebbe così veloce, che io mi terrei l’uccello”.
Oggi questa scelta non si può più rimandare.
 

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