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Noterelle dal diluvio universale del XXII secolo / Natale tra le macerie
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La pulce nell'orecchio di Annapaola Laldi
25 dicembre 2020 10:28
 
 “Anche se attualmente non si sa  se e come le lettere vengano recapitate, ho desiderio di scrivervi in questo pomeriggio della 1.a domenica d’Avvento. Questa volta la Natività di Altdorfer, che raffigura la sacra famiglia con la greppia tra le rovine di una casa diroccata – come mai si è arrivati solo quattrocento anni fa a questo modo di rappresentare la natività, che va contro tutte le tradizioni? – è di una straordinaria attualità. Forse voleva dire: si può e si deve celebrare il Natale anche così; in ogni caso, è questo che dice a noi. Penso volentieri a voi che ora siete probabilmente riuniti con i bambini e celebrate l’Avvento con loro come anni fa facevate con noi. Solo che ora lo facciamo con più intensità, perché non sappiamo quanto tempo ci resti […]”.
Da: Dietrich Bonhoeffer, Resistenza e resa, Queriniana, Brescia 2002. p. 204 (traduzione di Alberto Gallas).
 
Questo breve estratto da una lunga lettera, che il pastore luterano resistente al nazismo Dietrich Bonhoeffer indirizzò ai genitori dal carcere di Tegel, il 28 novembre 1943, prima domenica di Avvento, mi ha fatto riflettere come la “Natività” di Albrecht Altdorfer (circa 1480-1538) sia attuale anche per noi in questo particolare Natale, segnato dall’ormai lunga presenza del Covid19 e contrassegnato da una nuova clausura.
 
Mentre rimando alla fine di queste noterelle le notizie essenziali su questa grande figura di cristiano e di tedesco resistente alla dittatura, richiamo all’attenzione la situazione di Bonhoeffer in quei giorni di fine novembre 1943. In quelle ultime notti, infatti, Berlino era stata bombardata massicciamente da aerei inglesi e americani, come era già avvenuto anche prima, e alcune bombe erano cadute proprio vicino alla prigione di Tegel, fracassando, per lo spostamento d’aria, quasi tutti i vetri della prigione e mandando nel panico sia molti detenuti sia anche le guardie carcerarie.
E’ quindi comprensibile che Bonhoeffer vedesse la straordinaria attualità di quell’immagine dei primi del Cinquecento con il periodo che stava vivendo.
E, da profondo credente qual era, aggiunge che “forse  [il pittore] voleva dire: si può e si deve celebrare il Natale anche così; in ogni caso, è questo che dice a noi”.
 Quindi, per Bonhoeffer, il Natale non perde il suo significato di buona notizia neppure tra le distruzioni della guerra, tra le macerie di interi palazzi, nella miseria, in cui precipita tanta gente, nel dolore straziante per la perdita di persone care. La fragilità del bambino Gesù nella mangiatoia è immagine della fragilità, della debolezza  dell’essere umano, sua totale condivisione, e annuncio che l’essere umano non è solo in ciò che ne segna la vita.
 
E, dunque, a me pare che questa Natività abbia qualcosa da dire anche a noi che siamo confrontati con le macerie causate dal Covid. Non sono le macerie di edifici, no. Ma sono macerie economiche e sociali, e anche psicologiche.
E la morte è presente, migliaia di persone che se sono andate e se ne stanno ancora andando, quasi sempre in totale solitudine, perché nessuna persona cara ha il permesso di tenere la mano al moribondo, per paura del contagio.
E poi c’è la disoccupazione che, per tante persone, si prolunga dallo scorso marzo, e non mostra di volere dare tregua.
E l’estrema difficoltà, o proprio l’impossibilità, di continuare a tenere aperto un negozio o un’altra attività, perché non ci si fa più a pagare affitti, utenze, ecc., senza avere quel minimo di introito necessario almeno a far pari.
E la povertà che, a causa di tutto ciò, dilaga e che coinvolge fasce di persone che l’anno scorso, di questi tempi, si sentivano soddisfatte del proprio lavoro e che mai si sarebbero immaginate di non sapere più come fare a mangiare anche solo un pasto al giorno.
Per non dimenticare gli ultimi fra gli ultimi, quelli che erano già poveri anche prima, quelli che chiedevano l’elemosina, i senza fissa dimora, per i quali l’ordine “state in casa” ha il sapore di una tragica beffa, e l’impossibilità di chiedere l’elemosina toglie loro ogni pur minima speranza di sopravvivere.
 Ma l’elenco può continuare, e ciascun passante può arricchirlo, purtroppo, di esempi, che conosce direttamente o indirettamente.
 
Personalmente mi trovo in sintonia con Dietrich Bonhoeffer; il Natale si può e si deve celebrare anche così, e questa nuova clausura dal 24 al 27 dicembre prendiamola, se ci è possibile, come un invito a guardare dentro di noi e intorno a noi, e a scoprire nella condivisione con gli altri, anche con chi fino a poco tempo fa ci era estraneo, la risposta migliore alle nostre paure.
Scoprire la nostra fragilità, messa a nudo dalla pandemia, può farci diventare più comprensivi verso le fragilità del prossimo. Questo sarebbe il miglior regalo di Natale e del Natale.


Piccola nota su Dietrich Bonhoeffer dal 1943 al 1945
Dietrich Bonhoeffer fu arrestato il 5 aprile 1943 e incarcerato a Tegel, dove rimarrà fino ai primi di ottobre del 1944 per essere trasferito nella prigione sotterranea della Gestapo, in Prinz-Albrecht-Strasse, praticamente blindata, ma da cui riuscirono a uscire ancora alcune lettere e poesie del pastore. Ai primi di aprile del 1945 cominciò il suo trasferimento nel lager di Flossenbürg, dove, per espresso ordine di Hitler, all’alba del 9 aprile, fu impiccato (ma sarebbe meglio dire, con Vito Mancuso: “lentamente e ripetutamente strangolato”), insieme con altri prigionieri, tra cui l’ammiraglio Canaris. 
Bonhoeffer aveva criticato la persecuzione degli ebrei ed era stato uno dei pastori che aveva contribuito alla nascita della “Chiesa Confessante” (in tedesco Bekennende Kirche”) che si opponeva alla tragica deriva nazista della chiesa evangelica luterana tedesca.  
 
Sulla sua vita, a partire dalla orribile fine, vedere lo scritto di Vito Mancuso del 9 aprile 2018, “Così fu ucciso Bonhoeffer teologo devoto a Dio e al mondo”.
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