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Sulla robustezza dell'umanità
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La pulce nell'orecchio di Annapaola Laldi
17 aprile 2021 17:00
 
A metà febbraio un’amica tedesca mi segnalò un’intervista allo storico tedesco Volker Reinhardt, che ha come oggetto il confronto tra la pandemia attuale e la peste del XIV secolo che, partita dalla Mongolia nel 1346, conobbe il suo acme in Italia nel 1347/48 per esaurirsi nei Paesi nordici europei nel 1353, seminando ovunque un numero elevato di vittime. L’articolo mi interessò molto tanto che esso è ora fruibile sul sito ADUC al titolo di “L’uomo è un essere vivente relativamente robusto” 

Qui aggiungo qualche informazione supplementare, di cui io per prima ho avuto bisogno, dato che le mie conoscenze in materia si limitano alla lettura del Decameron di Boccaccio e a ricordi di letture storiche fatte ormai parecchio tempo fa e quindi forse superate dall'attuale ricerca.
Lo storico precisa, in primo luogo, che la sorpresa per lo scoppio della peste alla metà del XIV secolo fu di gran lunga superiore di quella provata da noi, oggi, che abbiamo già conosciuto l’influenza suina, l’aviaria e la Sars (esplosa in Cina nel 2002-2003).
Infatti, nella gente del XIV secolo si era perfino persa la memoria storica dell’ultima grave epidemia di peste bubbonica, quella scoppiata nella “tarda antichità”, cioè nel VI secolo nell’impero bizantino, precisamente tra il 527 e il 565, quando regnava l’imperatore Giustiniano. Essa si scatenò per un insieme di cause, tra cui il raffreddamento del clima che portò alla carenza di vitamina D, alla malnutrizione e alla fame molte persone, divenute così preda di un agente patogeno proveniente forse dai paesi fornitori di grano dell’impero, cioè l’Etiopia e l’Egitto.
 
Tornando al XIV secolo, la peste nera arrivò a Messina nel settembre 1347 proveniente dalla Crimea, dove era arrivata, dalla regione dell’Altaj,  al seguito dell’esercito mongolo dell’”Orda d’Oro”, che aveva assediato la città di Caffa, ricca colonia genovese sulla costa della Crimea, gettando all’interno delle mura i cadaveri degli appestati e, seguendo la rete commerciale della Repubblica marinara di Genova, si diffuse in Italia, in Francia e nel resto d’Europa.
Il morbo si diffuse velocemente sia perché era una cosa nuova e tremenda sia perché non furono presi provvedimenti adeguati a contenerlo. Tanto che, in Italia, si salvò solo Milano, grazie alla lucida razionalità, al pugno di ferro e anche alla crudeltà del despota Luchino Visconti che dispose, tra l’altro, rigidi controlli sulle merci in entrata in città. In tal modo, l’epidemia colpì al massimo il 15 per cento della popolazione, percentuale molto bassa rispetto ad altre città italiane (Firenze il 28 per cento e Venezia circa il 33 per cento, ) ed europee che conobbero quasi sempre un tasso di mortalità fra il 25 e il 30 per cento, ma con punte estreme anche oltre il 70 per cento.
 
Un altro esempio di lucida razionalità venne da Clemente VI, papa tra il 1342 e il 1352, il quale risiedeva allora ad Avignone. Seguendo le indicazioni del suo medico, sopravvisse restando isolato in una stanza del palazzo, e forse favorito dal fatto che il palazzo non era infestato dai topi, vettori della malattia.
Non solo, condannò il fanatismo dei flagellanti che conobbero un momento di frenetica attività proprio durante la peste, contribuendo così a diffonderla con le loro processioni penitenziali,  e inoltre protesse gli Ebrei dall’accusa di essere untori, emanando ben due Bolle in loro difesa, la prima il 4 luglio 1348, e la seconda il 26 settembre successivo, nella quale faceva notare che gli ebrei morivano di peste come tutti gli altri e che la peste si era diffusa anche in zone dove non vivevano gli Ebrei.
 
Continuando una breve panoramica dell’intervista, per quanto riguarda la vita economica, Reinhardt fa notare che, durando non molto oltre i sei mesi nello stesso luogo, la peste della metà del XIV secolo non colpì in modo tremendo l’economia come sta facendo il Corona virus oggi, e osserva che furono colpiti in particolare i ceti più bassi, perché vivevano ammassati in spazi ristretti (così come anche i monaci e le monache, anche loro concentrati in poco spazio). Ma questo fatto creò paradossalmente un vantaggio ai superstiti, in quanto, per la penuria di mano d’opera, poterono ottenere, sia pure per breve tempo, condizioni di lavoro meglio remunerate.
Comunque, la storia segue il proprio corso e alcuni fenomeni già esistenti proseguono, come la corrente culturale dell’umanesimo e persino l’inurbamento; la stessa evoluzione economica va avanti, anche se a un livello ridotto.
 
Sulla questione se ci sia un rapporto diretto tra pestilenza e Rinascimento, egli risponde in modo negativo facendo notare, in primo luogo, che lì per lì la reazione principale della gente fu quella di rivolgersi al passato, a cui si guardava con una vena di nostalgia, perché considerato migliore del presente.
Inoltre fa osservare che il concetto di Rinascimento è diventato molto problematico, e che per la sua affermazione bisogna aspettare una generazione dopo la peste. Il Rinascimento sarebbe l’effetto di una reazione ostinata alla paura e alla miseria. Con queste esperienze ancora presenti, gli artisti si volgono a un’immagine più positiva dell’essere umano e all’affermazione della sua dignità.
 
Infine, Reinhardt afferma che una riflessione sulla storia della peste del 1348 può aiutarci a guardare il futuro in modo più tranquillo; ciò che è necessario, in situazioni del genere, è usare la razionalità, e non farsi prendere dal panico e agire con rassegnazione o, al contrario, con un attivismo sfrenato quanto scervellato.
Insomma, secondo questo studioso, la tranquillità viene dal trattare le cose nel modo più razionale possibile. A me pare una buona indicazione.
 
Nota su Volker Reinhardt: nato a Redensburg nel 1954, insegna dal 1992 Storia moderna e contemporanea all’università di Freiburg. E’ esperto del Rinascimento italiano e ha scritto, tra l’altro, opere sulla famiglia Medici e la famiglia Borgia.
In italiano sono disponibili le seguenti opere:
Le grandi famiglie italiane, Neri Pozza, 1996
I Medici, Carocci, 2002
Il Rinascimento in Italia, Il Mulino, 2004
Lutero l’eretico. La Riforma protestante vista da Roma, Marsilio 2017
 
Diverse altre, che sembrano interessanti, non risultano ancora tradotte; fra di esse, tutte comparse presso l’editore Beck di Monaco di Baviera, i volumi Pontifex. Die Geschichte der Päpste (2017) (Pontifex - La storia dei papi), “ Leonardo da Vinci. Das Auge der Welt  (2018) (Leonardo da Vinci, L’occhio del mondo)
Die Macht der Schönheit. Kulturgeschichte Italiens (2019)  (Il potere della bellezza. Storia della cultura in Italia).
La sua opera più recente s’intitola Die Macht der Seuche Wie die Grosse Pest die Welt veränderte 1347-1353 (2021) ( Il potere dell’epidemia. Come la Grande Peste cambiò il mondo).

 
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