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La pulce nell'orecchio di Annapaola Laldi
22 novembre 2015 16:00
 
 Vivre!
In francese, sì, perché è il titolo di quest’opera dell’artista belga Jean Michel Folon, che si trova nel “Giardino delle Rose” di Firenze. E che sia in francese di suo è un bene, perché voglio dedicare l’allegro lucertolone a tutti coloro che, in questo difficile momento di cordoglio e di trepidazione per gli assassinii perpetrati una settimana fa, da persone sciagurate, a Parigi (ma anche in Libano e in Mali e altrove), vogliono anteporre la vita alla paura. Che vogliono navigare nel mare burrascoso della paura e anche dell’angoscia riconoscenti alla vita per poterlo fare. Del resto che cosa è vivere davvero se non accettare in ogni istante il rischio di morire? In tutti i sensi. Da quello fisico a quello mentale e psicologico.
E per sottolineare questo sentimento, che fa scegliere la pienezza della vita all’aperto, esposta a ogni vento, con occhi e orecchie bene aperti, respirando a pieni polmoni la bellezza di ogni istante, che ci viene donato – per sottolineare questo sentimento che ci fa preferire tutto ciò alla ricerca di un buco dove tapparsi, turarsi le orecchie, chiudere gli occhi, sospendere il respiro … e soffocare - metto a queste noterelle una colonna sonora adeguata per parole e musica nell'interpretazione di Luciano Pavarotti. 

Perché, sì, voglio vivere così, col sole in fronte, e felice tanto beatamente …

E continuerò a viaggiare in treno e in bus e a passeggiare per Firenze e a mischiarmi alle schiere di turisti, immergendomi nella meraviglia e nella gioia che inondano i loro volti di fronte a Palazzo Vecchio, alla cupola del Brunelleschi, a Palazzo Pitti, a San Miniato al Monte …
Perché in questo momento ribadisco un concetto vecchio ormai di anni, che mi ripeto ogni volta che mi sento stanca e mi pare di avere mille mali:
Meglio schiantare davanti a Palazzo Vecchio che spengermi nel chiuso di casa mia”.

D’altra parte: la mia strada dalla gioventù alla maturità è stata scandita da tremendi atti terroristici perpetrati da italiani in Italia e mai nessuno, mi pare, ha smesso di andare in banca dopo piazza Fontana (1969), né di partecipare alle manifestazioni sindacali dopo la strage di Piazza della Loggia a Brescia (maggio 1974, 8 morti), né di attendere i treni in sala d’aspetto dopo la strage di Bologna (2 agosto 1980, 85 morti e oltre 200 feriti), né di viaggiare in treno, dopo l’attentato sull’Italicus (agosto 1974,12 morti e quasi 50 feriti) e quello sul “Rapido 904” (1984, 17 morti e oltre 260 feriti).
Certo, adesso è tutto più tecnologico e globalizzato – e l’essere umano, come osservava una sessantina di anni fa Günther Anders (primo marito di Hannah Arendt), è antiquato e tale resta.
Anche, aggiungo io, nel suo persistere nella sua furia omicida e autodistruttiva. Un copione noto dall’età della pietra e che mai – mai – ha risolto i problemi del mondo e dell’umanità, né ha fatto trionfare davvero le idee che si erano a esso affidate. Non sarà venuto il momento di cambiare musica?
Appunto: voglio vivere così, col sole in fronte e felice tanto beatamente ...
 
 
 
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