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Ripartiamo dal Savonarola di Firenze
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Editoriale di Vincenzo Donvito
16 marzo 2011 7:21
 
La sede nazionale dell'Aduc e' a Firenze, in via Cavour, a trenta metri da piazza S.Marco dove, oltre alla segreteria dell'Universita', all'Accademia alle Belle Arti che e' proprio all'angolo con via Ricasoli accanto al museo del David di Donatello, c'e' anche l'omonima chiesa di San Marco e, soprattutto, con ingresso proprio in via Cavour, quasi di fronte alla Corte d'Appello, il convento di San Marco.
Ho fatto questa minuziosa descrizione del luogo perche', passandoci davanti piu' volte al giorno, mi e' famigliare, e tutte le volte non posso fare a meno di pensare alle bellezze artistiche e culturali che questi luoghi rappresentano e, soprattutto, ricordano. Il convento di San Marco e' quello che mi ha sempre attratto di piu', non tanto perche' gli “opposti si attraggono” (io sono un naturalista e non un religioso, tantomeno cattolico romano). Il mio pensiero corre al frate domenicano Girolamo Savonarola che in quel convento, nella seconda meta' del 1400, all'epoca di Lorenzo de' Medici, viveva li' ed ebbe incarico di predicare nelle chiese fiorentine. Una divulgazione del pensiero che lo porto' nel 1497 alla scomunica da parte di papa Alessandro VI e, l'anno dopo, ad essere impiccato e bruciato sul rogo come “eretico, scismatico e per aver predicato cose nuove”. Le sue opere furono poi inserite, nel 1559 nell'Indice dei libri proibiti. La causa della sua beatificazione e' stata introdotta solo il 30 maggio 1997.
E Savonarola mi e' tornato in mente per due motivi:
- Io non taccio. Le prediche di Girolamo Savonarola. Opera teatrale che comincia il suo tour martedi' 15 a Milano, dove don Andrea Gallo recita brani del frate domenicano;
- la visita di Marine Le Pen a Lampedusa.
Il primo avvenimento sembra perfetto: il “giusto” prete (animatore della comunita' genovese di San Benedetto al Porto, dove gli ultimi trovano sempre qualcuno per assisterli) nella giusta recitazione. Il secondo avvenimento e' l'esempio contrario: la candidata xenofoba e razzista alle prossime elezioni presidenziali francesi, facendosi accompagnare dall'eurodeputato leghista Mario Borghezio, sfrutta la disperazione dell'emigrazione e le difficolta' di un'isola che e' l'avamposto di questo dramma, per farsi propaganda a spese delle autorita' pubbliche italiane (che giustamente devono mobilitarsi massicciamente per difendere la sua incolumita'... e' il prezzo della democrazia, che e' giusto pagare); le cose che ha detto sono il lessico quotidiano del linguaggio xenofobo e razzista.
Tutti e due gli avvenimenti mi hanno fatto pensare alla dedizione verso l'altro, due diversi approcci: chi vive, si afferma e predica per il bene dell'altro, e chi in questo altro vede tutti i limiti all'espressione di se medesimo e del presunto bene che vorrebbe fare alla societa'.
E per l'occasione dico: ripartiamo da Firenze! Non sto parlando di presunte masse che si mobilitano dopo il mio invito, incontrandosi in questo o quell'altro luogo con l'intento di cambiare l'Italia e il mondo. Non solo non ho la capacita' di smuovere queste masse, ma penso che farlo sarebbe negativo, quindi non mi interessa. Quando dico “ripartiamo da Firenze”, intendo da quello che questa citta' e' stata in grado di esprimere sulla fine del 1400, con l'esplosione delle prediche di Girolamo Savonarola, che' queste prediche smuovano il nostro io per ri-portarlo a quella che io considero l'essenza del nostro comportamento civile, sociale, politico, umano ed economico.
Leggiamo -o rileggiamo- le parole del Savonarola.

Girolamo Savonarola
«Io non taccio»
Sul bene comune (di cui non v’importa nulla)
Voi non siete un’umanità ma una somma di uomini.
Pensate a voi, badate a voi,
v’accorgete che esistono «altri» solo qualche volta, per caso,
quando c’è da invidiarli o da disprezzarli.
Altrimenti chi se ne frega degli altri: tutto è solo «io».
I miei fatti. I miei affetti. I miei soldi.
Siete gente arida. Senza calore.
E se vi infiammate per una questione all’apparenza «di principio»
non lo fate perché ci credete, no,
ma solo per difendere quello stramaledetto orto che è il vostro
interesse.
(….)
Il bene comune? Ma che ve ne parlo a fare?
Non è una lingua vostra, questa.
Per farmi capire dovrei parlare forse di guadagni, di interessi.
Dovrei parlare di tornaconto. Dell’acqua al vostro mulino.
Allora saltereste tutti sugli attenti, direste «fammi sentire!».
Come si dice? Musica per le vostre orecchie.
Invece, guarda caso, mi intestardisco, non mi stanco:
parlo di bene comune,
parlo di cercare qualcosa che valga per tutti, nessuno escluso,
parlo di fare cose utili, di non dividere ma unire, anche se ci perderai
qualcosa.
Vi interessa? Ho capito: sto abbaiando.
Ma sono fiero, non mi vergogno, d’essere un cane.
Il tiranno
Orsù, state a udire, voi uomini,
per riconoscere i tiranni e guardarvi da loro.
E state a udire pur voi, donne, per ricordarlo a’ vostri mariti.
E voi, fanciulli, per imparare che cos’è un tiranno e fuggirlo dalla
vostra città.
Sappiate adunque, prima,
che ‘l tiranno è superbo per natura
e appetisce d’essere il solo e il primo in tutto.
Il primo, il primo, il primo…
Ha da esser primo sempre e in ogni cosa.
Se corrono i cavalli al palio,
farà sempre qualche inganno per far che i suoi siano i primi.
Se egli ha scienza o lettere,
vuol sempre che la sua opinione stia al di sopra;
Se sa far versi,
vuol che vadano innanzi a tutti gli altri e che siano cantati;
Non ha amore se non a sé proprio.
E poiché il tiranno per sua natura appetisce d’essere il primo,
ogni volta che vede uno che possa impedire lo stato suo,
cerca sempre di spegnerlo,
perché non gli dia noia.
Così trovagli qualche cagione
- minima: ch’egli arà sputato in chiesa –
per levarselo innanzi.
Ah, Firenze! Guardati dai tiranni!
Vuol esser corteggiato, il tiranno.
Vuol che tu ti appresenti ogni dì,
e se tu nol fai, sei notato.
Tutti li uomini di cervello li tiene bassi,
ed esalta gli sciocchi dicendo
«Costoro mi saranno fedeli
perché io li mantenga dove non son degni di stare».
Ed esalta i ribaldi, gli assassini:
«Costoro senza me sarieno impiccati,
e io peggio di loro: perciò loro manterranno me e io loro».
 
 
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