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La Barcelona della Turchia
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Articolo di Redazione
27 gennaio 2018 10:55
 
Da qualche tempo anche in Germania si mette in guardia da attacchi perpetrati contro gli oppositori di Erdogan. E poi sono arrivati gli spari di Aachen contro il calciatore Deniz Naki. E la polizia tedesca, per la prima volta, si fa parecchie domande.
Deniz Naki è un calciatore curdo di 28 anni. E’ nato in Germania, ha cominciato a giocare a calcio nel FC Düren, poi ha giocato in società come il Bayer Leverkusen e lo FC Sankti Pauli, quindi è andato in Turchia ed è diventato il capitano dell’Amedspor.
Nel penultimo fine settimana [il 7 gennaio u.s.] gli hanno sparato nella sua auto vicino a Aachen, dove era in visita alla famiglia. Due proiettili hanno colpito l’automobile di Deniz Naki, al finestrino e alle gomme, mentre viaggiava sull’autostrada. I colpevoli sono fuggiti.
Non si è trattato del primo attacco ai danni del capitano dell’Amedspor. Diverse volte c’erano stati tentativi di linciare Deniz Naki nelle trasferte. Per parole, che aveva detto, è stato picchiato, fischiato, rimproverato e punito.
Un’occhiata all’Amedspor aiuta a comprendere meglio il significato dell’attuale attentato per quanto riguarda la Turchia. Il club è di Diyarbakir. “Amed” è il nome curdo della città, che per tanti anni era stato vietato. La precedente squadra di calcio “ufficiale” di Diyarbakir era frutto di un progetto statale. All’inizio degli anni 2000 la società fu spinta in Prima Lega con lo scopo di tenere i giovani lontani dalle organizzazioni politiche e provvedere all’integrazione della regione nella parte occidentale del Paese. Ma il sostegno statale non servì a molto, il club retrocesse di nuovo. Nel frattempo, nella stagione 2012/13, un’altra squadra della città approdò in Seconda Lega: si chiamava “Amedspor” e si presentava con un logo dai colori tradizionali curdi. Questa volta non c’era il sostegno organico dello Stato, e per questo la popolazione di Diyarbakir seguì con molta più passione la propria squadra. Nacque così la “Barcellona della Turchia”.
Ma se la nascita della squadra fu dolorosa, altrettanto lo fu pure la sua ascesa. Quando la Amedspor andava in trasferta fuori dalle province curde, nell’ovest del Paese, si gridavano slogan razzisti. Alla squadra venivano negate le camere d’albergo, i giocatori, durante le partire, venivano trattati da terroristi e attaccati dagli spettatori che irrompevano sul campo. I dirigenti della squadra venivano cacciati dalla tribuna d’onore con calci e botte. Sulla stampa la squadra veniva dichiarata “sostenitrice del terrorismo”. Per non dover pronunciare il nome della squadra, i reporter dicevano solo “questi qui” e “quelli”. Capitan Naki fu squalificato per dodici partite, perché in un messaggio di pace su Twitter aveva fatto “propaganda ideologica”. Nuovi trasferimenti ad Amedspor sono impossibili, perché i giocatori hanno paura.
Dall’altra parte, tutte le rappresaglie hanno portato alla squadra, nelle province di casa, un rispetto tanto più grande. Proprio come Barcellona, Amedspor è diventato il simbolo del popolo, della resistenza, e incontra largo sostegno.
Amedspor è quindi più di una società calcistica e Deniz Naki più che un calciatore. E’ in questo contesto che va visto l’attacco in Germania.
Un altro aspetto è il trattamento che Naki ha sperimentato dopo l’attacco in Germania. Il famoso calciatore ha spiegato alla redazione turca della “Deutsche Welle” che dopo l’attacco il suo cellulare è stato sequestrato, che suo padre, suo fratello e un amico avevano dovuto fare una deposizione e che anche lui era stato interrogato per nove ore. “Mi hanno chiesto per quale partito voto in Turchia e se sono vicino al PKK”. Sentire anche dalla polizia tedesca delle domande come quelle che fa in generale la polizia turca, lo deve avere meravigliato. Infatti Naki supponeva che dietro l’attacco ci fossero dei gruppi nazionalisti turchi in Germania. Invece dei suoi, non avrebbero dovuto essere interrogati i sospettati?
Gli spari hanno destato la preoccupazione che si potrebbe trattare, in questa occasione, dell’inizio della campagna di attentati contro gli avversari di Erdogan, che ci si aspetta da qualche tempo. Ci si ricorderà che alla fine del mese scorso [dicembre 2017] il deputato Garo Paylan in Turchia aveva annunciato che erano programmati degli attentati contro alcuni autori e intellettuali in Europa, specialmente in Germania. In relazione all’avvertimento di Paylan la procura della repubblica turca ha avviato indagini per appurare se in Germania le autorità di polizia abbiano messo probabilmente sotto protezione le persone prese di mira.
Tuttavia è evidente che il problema non è risolvibile proteggendo singolarmente tutte le persone che possono essere bersaglio di attentati. Il rimedio si può trovare soltanto mettendo sotto più stretta sorveglianza i probabili attentatori che si armano e organizzano in Germania, e intimando a Erdogan di ritirare quella mano, che sta allungando verso l’Europa.

(Articolo di Can Dündar, da “Die Zeit” n. 4/2018 del 17 gennaio 2018)
 
 
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