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Il produttore non incentiva il consumatore all'acquisto? Le incertezze della fine della societa' dei consumi
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Macromicro economia di Domenico Murrone
19 febbraio 2010 13:23
 
Al ristorante:
- Come antipasto carpaccio di pesce spada, poi gnocchetti ai broccoli e vongole, tagliata condita con miele ed aceto balsamico, radicchio e formaggi stagionati.
- Signore, sa bene che le calorie dell'ordinazione superano largamente le sue esigenze. Si limiti al primo e al contorno.


Seppur non manchino ristoratori pronti a consigliare ai clienti cibi poco calorici, è difficile immaginare uno chef tanto masochista da accettare di incassare un quarto di quanto il cliente aveva previsto di spendere.
Eppure la fantasia del nostro legislatore l'ha fatto: immaginando un mercato che funziona all'inverso. E non in mercati di nicchia, ma, per esempio, quello dell'acqua da rubinetto. Il sistema idrico messo in piedi in Italia, dal punto di vista normativo e nella sua applicazione pratica, e' cosi' concepito:
continue campagne contro gli sprechi dell'acqua e al contempo gestori idrici che devono sollecitarne il consumo, affinche' non calino incassi e profitti. Con regolamenti paradossali che permettono al gestore idrico di aumentare le tariffe se gli utenti non consumano abbastanza acqua.
Dal punto di vista logico non ha senso: perche' un cittadino dovrebbe consumare di meno se come conseguenza avra' il costo a metro cubo d'acqua piu' alto? Se lo applicassimo anche al "mercato dei rifiuti domestici" avremmo spazzatura anche in salotto.
A ben guardare, pero', sono tanti i settori di beni e servizi (anche essenziali) con questa contraddizione. Energia elettrica e gas sono gia' protagonisti di campagne di riduzione di consumi (con che ipocrisia Eni ed Enel fanno promozione del risparmio energetico, ben sapendo che se tutti gli italiani ascoltassero i loro consigli gli utili sarebbero drasticamente ridimensionati!).

Quello dei servizi pubblici essenziali (sia gestiti da aziende pubbliche, sia private) e' un ambito particolare, ma la sua evoluzione e' interessante e utile per capire l'intero sistema economico. Perche' le contraddizioni aumenteranno nella nostra cosiddetta 'societa' dei consumi'; un modello, che ci ha dato decenni di benessere crescente, imperniato su questo schema produttivo e distributivo:
se le aziende producono sempre di piu' e a prezzi economici, i cittadini consumano sempre di piu'. Produrre implica maggiore occupazione, che genera ricchezza diffusa, che aumenta i consumi. Un circuito economico virtuoso.

Ora il circuito e' in tilt.
1) Lo sviluppo tecnologico fa si' che produrre beni e servizi sia diventato 'banale' a costi bassissimi (non solo in Cina) e con pochi occupati. Si pensi solo a quanti postini sono stati 'tagliati' dalla posta elettronica, quanti bancari sono stati 'fatti fuori' dalla possibilita' di inviare e ricevere pagamenti tramite Internet. E siamo solo all'inizio.
2) Consumare troppo produce danni di diversa natura, dall'obesita' diffusa nei Paesi ricchi, all'inquinamento in senso lato.

Di fronte a questa rivoluzione epocale, fa ancora fatica ad affermarsi l'idea di un nuovo ciclo produttivo, che risolva un'equazione quasi impossibile, far si' che chi deve produrre e vendere, sia incentivato a vendere poco.
Non abbiamo una risposta, ma solo tanti dubbi e una sola certezza. Torniamo all'acqua.

In Italia, gli ingegneri delle leggi stanno cercando di rendere il settore idrico italiano piu' efficiente (attualmente una quantita' di acqua viene dispersa 'grazie' a tubi e condotte bucati), immaginando un'organizzazione produttiva vecchia imperniata sulle societa' miste pubblico-privato, che secondo i fautori avrebbero il vantaggio di essere efficienti (vista la presenza di soci privati) e contemporaneamente terrebbero conto dell'interesse collettivo (vista la presenza tra i soci di enti pubblici locali). Invece no. Pensare che una societa' per azioni controllata da comuni e privati, riesca a risolvere le contraddizioni evidenziate sopra e' una pia illusione di 'ingegneri' incompetenti o in malafede, gente che pensa al presente e al potere da gestire e non alla societa' che saremo tra 10, 15, 50 anni.
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