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Cannabis terapeutica in Francia. Un parto lungo e difficile
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Articolo di Redazione
12 settembre 2018 12:26
 
 A favore questa primavera della commercializzazione (illegale) dei prodotti cosiddetti “terapeutici” che presentavano una bassa percentuale di CBD, il ministro della Sanità, Agnès Buzyn, ha dichiarato in diverse occasioni di non essere contraria ad una riflessione sull’uso della cannabis a fini terapeutici. La sua opinione è che si potrebbe consentire un simile approccio se la cannabis porta realmente, ai pazienti, un beneficio altrimenti inaccessibile con i trattamenti tradizionali.
Una letteratura molto abbondante
In questo ambito, l’Agenzia nazionale di sicurezza del farmaco (ANSM) ha creato un Comitato scientifico specialistico temporaneo (CSST) il cui obiettivo è determinare la “pertinenza e fattibilità della messa a disposizione di cannabis terapeutica in Francia”. Questo gruppo sarà composto da medici specialisti, farmacologi e rappresentanti di associazioni di consumatori o del sistema sanitario. La prima missione di questa commissione sarà di concentrarsi su “l’interesse terapeutico della cannabis per il trattamento di alcune patologie”. Esiste un’abbondante letteratura in merito, che è già stata utilizzata da numerose analisi e indagini. L’anno scorso, le Accademie americane di Medicina, Scienze e Ingegneria hanno presentato un rapporto in base a più di 10.700 studi. Questo lungo lavoro aveva portato a ricordare l’eterogeneità delle prove in base alle patologie: per cui se alcune certezze o prove sostanziali esistono in merito all’efficacia della cannabis sui dolori cronici nelle persone adulte, le nausee e il vomito indotto da chemioterapia e gli spasmi muscolari associati alla sclerosi in placche, esse sono tuttavia insufficienti per le anoressie legate al cancro, la sindrome dell’intestino irritabile, l’epilessia, la SLA e la corea di Huntington. Per cui, è evidente che un lavoro delicato e minuzioso attende il CSST dell’ANSM per poter distinguere le “indicazioni” potenziali di quelle non ancora sufficientemente stabilite, che al momento sono solo idee.
Importazione? Produzione nazionale? Unguenti?
Il secondo obiettivo di questo gruppo, se si considera che la cannabis a fini terapeutici potrebbe essere utile in alcune patologie o per alcuni sintomi, sarà di determinare le condizioni di questa decisione. Alcune indicazioni ben precise saranno determinate (in un sistema comparabile, per esempio, a quello delle ATU)? E soprattutto, si tratterà unicamente di permettere l’accesso a dei farmaci o a dei prodotti terapeutici autorizzati alla bisogna (e in questo caso potrebbe essere raccomandato di accelerare le autorizzazioni o di diffondere l’elenco dei prodotti riconosciuti) o si potrà prevedere il ricorso alla cannabis sotto forma di “joint”? In questo caso, una produzione “nazionale” dovrà essere avviata? In merito, senza dubbio, gli esperti dell’ANSM conducono un’analisi dettagliata delle diverse soluzioni adottate all’estero. In diversi Paesi europei, l’autorizzazione della cannabis terapeutica rimanda in realtà all’accettazione di farmaci contenenti CBD (come in Francia). Alcuni Stati permettono anche degli olii e degli unguenti che hanno una leggera presenza di cannabis, o anche l’uso di “foglie seccate di cannabis”. In questo caso, se la produzione debba essere nazionale, o se vi sarà un’importazione (da Canada e Paesi Bassi, dove vi sono aziende specifiche di produzione di cannabis farmacologica che possono essere coinvolte).
Una materia politica
Su questi diversi punti, il CSST deve fare rapporto a fine anno. E’ probabile che non permetterà di concludere definitivamente il dibattito. Una risposta totalmente negativa non piacierà a coloro che, numerosi, reclamano un flessibilità supplementare in Francia. Diverse associazioni di pazienti, essenzialmente in ambito epilessia, sono mobilitate in questo senso. Oltre gli esempi stranieri, queste organizzazioni mettono in evidenza l’uniformità più globale che la cannabis potrebbe avere in rapporto ad altri analgesici e chiedono di considerare la malattia nella sua totalità e non solo col prisma della sua patologia. Inoltre, a differenza di ciò che è prevalso in Gran Bretagna, è nello stesso modo poco probabile che una decisione positiva porti nello stesso tempo ad una decisione politica a favore della legalizzazione della cannabis terapeutica. Nel nostro Paese, dove il consumo ricreativo, in particolare dei giovani, e’ uno dei maggiori in Europa, il rischio di derive è particolarmente ridotto, oltre che molti non sono pienamente convinti dei completi benefici dell’uso terapeutico. Il dibattito è aperto; e sarà ancora lungo.

(articolo di Aurélie Haroche, pubblicato su JIM, Journal International de Médicine, del 11/09/2018)
 
 
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