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Cioccolato che sconfigge la cocaina in Colombia
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Articolo di Redazione
17 aprile 2017 16:46
 
 Distrito Chocolate e’ un’azienda colombiana che ha trasformato la cocaina in cioccolato. E’ l’anello finale di una catena di produzione di cacao che ha avuto inizio 10 anni fa, dopo che dei contadini colombiani del dipartimento occidentale di Boyacà decisero di smantellare le proprie coltivazioni di coca per rimpiazzarle con quelle di cacao. A Pauna, San Pablo de Borbur e Otanche, Comuni dove furono iniziati i progetti di sviluppo alternativo, si sono ritrovate, dal 2007 ad oggi, 1.267 famiglie (50% delle quali erano prima cocaleros) per portare avanti questo lavoro.
La coca non e’ stata il primo male che questi Comuni hanno dovuto superare. Prima degli anni Ottanta, il business degli smeraldi aveva scatenato una guerra che porto’ a 3.000 morti. Era una regione abbandonata dallo Stato, senza istruzione, senza investimenti, ma dove si estraeva il 90% degli smeraldi che venivano commercializzati nel mondo. Il risultato era questione di tempo. Per cercare di avere il monopolio di queste pietre, si formarono due bande che si odiavano a morte: il gruppo di Borbu e quello di Coscuez. I loro territori erano separati dalla gola di Miocà, che col tempo divenne una frontiera invisibile. Nessuno poteva attraversarla se non a rischio della propria vita.
Juan Antonio Urbano, uno dei rappresentanti del Distrito Chocolate, entro’ nel business degli smeraldi come guaquero (persona che cerca pietre nel lago adiacente alla miniera) e lentamente era salito di grado fino a poter arrivare a scavare nella miniera stesa. Sapeva a cosa andava incontro: “C’era molta violenza, molta illegalita’, si viveva con il dominio della legge del piu’ forte: se uno trovava uno smeraldo, lo nascondeva per non darlo ai propri compagni”, racconta.
Col tempo, sono accaduti due eventi importanti ad occidente di Boyacà: nel 1990 fu firmato un accordo di pace che affievoli’ gli odi delle due bande di ricercatori di smeraldi, e nel 1998 gli smeraldi cominciarono a scarseggiare. I contadini dovettero porre fine alla possibilita’ di vivere in pace, ma avevano molta necessita’ di soldi per cui si dedicarono ad altre attivita’ meno redditizie della miniera. Poi arrivo’ la coca: “Molta gente della zone del Guaviare e di Vaupés si trasferirono a Boyacà per lavorarci”, dice Urbano, “e la coca funzionava bene e fu introdotta nella nostra regione”.
Sembra che la storia non avesse lasciato nulla al caso. Il Plan Colombia, un accordo tra governi Usa e della Colombia per combattere il narcotraffico, con un investimento di 10.000 milioni di dollari, fu firmato nel 1999. Il governo colombiano fece molta pressione nelle zone di alta produzione di coca e obbligo’ i produttori a migrare in altri luoghi piu’ sicuri per continuare le loro coltivazioni. Il terreno dell’occidente di Boyacà e’ agricolo e le aziende agricole sono molto ben nascoste tra le montagne, e questo lo rendeva idoneo per tutto il processo di produzione di questa pianta. Gli abitanti della zona, in virtu’ della loro storia, avevano tutte le condizioni per seguire l’esempio dei loro colonizzatori: nello stesso anni, secondo l’Ufficio Onu contro la Droga e il Crimine (Unodc), Boyacà arrivo’ a 322 ettari di coltivazioni di coca.
Al contrario di quanto accadeva nelle altre regioni del Paese, ai contadini di questa zona, le Forze Armate Rivoluzionare di Colombia (FARC) non li obbligarono a nulla. La guerriglia venne in seguito, con la scusa che erano loro che dovevano controllare il business. Minacciavano i produttori e li sfruttavano: un agricoltore di questa zona la vendeva alle FARC -poiche’ non poteva venderla a nessun altro- a due milioni di pesos al chilo (637,3 euro), e i guerriglieri rivendevano lo stesso chilo a tre milioni di pesos (956 euro).
Piu’ tardi arrivarono i paramilitari. Venivano da Urabà e, con la promessa di combattere la guerriglia, convinsero gli agricoltori a farsi aiutare. Dopo una serie di scontri molto violenti riuscirono a mandarla via, ma si impossessarono del business. E dimostrarono di essere approfittatori e violenti come gli stessi guerriglieri.
Dal 2000 al 2006, il narcotraffico si trasformo' in una sorta di vita. José Leuterio Roncancio, un contadino che come Urbano fu tra i primi guaquero e poi raspachìn (coltivatore di coca) ricorda quanto era abituale che accadesse tra coloro che facevano parte di questo business: “I miei amici avevano casa, beni e carro, ma non si rendevano conto come tra loro stessi si rubavano e si distruggevano la vita”. L’individualismo e la violenza sembrava non avessero mai fine.
A questo si aggiunga il Governo che, in virtu’ dell’incremento delle coltivazioni di coca in questa regione, concentrava i suoi sforzi per l’eradicazione. Comincio' disperdendo il glifosato in aria. I piu’ fiduciosi se la presero a ridere: era chiaro che per la configurazione agricola della regione, questo tipo di fumigazioni non avrebbe funzionato. Ma un giorno il Governo invio’ un esercito di 300 eradicatori manuali, ognuno col suo machete, e dovettero ingoiarsi le proprie risate: “Io avevo sei ettari di coca e me li distrussero in mezza giornata”, dice Urbano.
Si viveva, e’ logico, “ma si viveva con meno”, dice Victor Sànchez, altro agricoltore della regione. “Se si sentiva un qualche rumore lungo la strada, voleva dire che improvvisamente il governo stava arrivando o chissa’ quale altro gruppo di cui preoccuparsi”. Di fronte ad una situazione sempre piu’ degradante, la necessita’ di trovare nuovi modi di sussistenza porto' a decidere di fare cse in comune. L’idea di piantare cacao comincio’ a circolare tra gli agricoltori, ma questa aveva bisogno di aiuto. Per fortuna di molti, il cielo questa volta ascolto' le loro preghiere.
Nel 2007 comincio’ in regione il Programa de Familias Guardabosques, che gia’ c’era da diversi anni in altre zone del Paese come parte dei progetti di Sviluppo Alternativo per l’eradicazione delle coltivazioni illegali. Il programma prometteva, racconta Urbano, di dare ai contadini 200.000 pesos al mese (64 euro) effettivi -e metterne da parte altri 200.000 in un conto prestabilito- se si impegnavano ad eradicare completamente la coca ed a piantare cacao al suo posto.
I Comuni di Pauna e San Pablo de Borbur furono subito invasi da rappresentanti del Governo: “Gli yuppi, come venivano chiamati, perche’ erano usciti da poco dalle universita', venivano ad insegnarci che nell’ambito della legalita’ era possibile avere sviluppo”, dice Juan Urbano. E nonostante qualcuno si fosse entusiasmato all’idea, l’obiettivo di convincere i restanti agricoltori sembrava impossibile. Come dire ad un raspachìn di cambiare il milione di pesos (319 euro) che riceveva per un chilo di coca con i 7.985 pesos (2,5 euro) che vale un chilo di cacao? Come convincere una persona, abituata a vivere in base alla legge del piu’ forte, a lavorare per un bene comune?
A Marleni Fonseca nessuno riusciva a convincerla. Quando comincio’ a ricevere aiuto per piantare il cacao, quando seppe che sarebbero stata sostenuta per far crescere il suo cacao se avesse fatto parte di un'associazione, non vedeva l'ora di entrare a farne parte. Era molto piu’ facile per il Governo offrire aiuti ad un gruppo di coltivatori che non integrarli, uno per uno, come produttori isolati. A Pauna fu creata Aprocampa, guidata da Juan Antonio Urbano, e nell’associazione, oltre a Fonseca, entrarono anche Leuterio Roncancio e Vìctor Sànchez. Questi stessi aiutarono a convincere altri contadini di entrare a far parte dell’organizzazione che oggi conta 170 membri.
Il Programa di Familias Guardabosques duro’ per due anni e, quando termino’, gli aiuti non cessarono. C’erano, tra gli altri, il Proyecto MIDAS (Mas Inversion para el Desarollo Sostenibile), il Ministero dell’Agricoltura, l’Istituto Colombiano per lo Sviluppo Rurale (INCODER) e il Servizio Nazionale di Apprendistato (SENA). Gli aiuti arrivarono in maniera economica direttamente, in attrezzi, fertilizzanti, istruzioni per la semina, l'organizzazione aziendale e la legalita’.
I risultati cominciarono a vedersi: secondo l’UNODC, dei 322 ettari di coca che c’erano nell’anno 2000 in tutto il dipartimento di Boyacà, nel 2010 erano diventati 105 e 10 nel 2012. Pauna e San Pablo de Borbur furono i primi a poter decidere che i propri Comuni erano liberi dalla coca. E in seguito, fu creata la Fundación Red Colombia Agropecuaria (Fundredagro), insieme ad altri Comuni che vollero unirsi a queste modifiche. Oggi si compone di 11 organizzazioni di 10 Comuni della regione e fa parte di una rete piu’ grande: la Red Nacional de Cacaoteros, composta da 27.000 famiglie di tutto il Paese. Dopo la fermentazione del cacao, inizia il suo processo di essiccazione in grandi contenitori che vengono esposti al sole.
La sede di Aprocampa e’ nel centro di Pauna, in una casa attrezzata per raccogliere il cacao dei produttori della regione. Essi stesso lo raccolgono, lo fermentano, lo seccano e lo impacchettano per la vendita. Con il loro lavoro, gli abitanti della zona riescono a produrre cacao di alta qualita’, ed hanno vinto il premio Cacao de Oro, assegnato nel 2014 dalla fondazione svizzera SECA. Con questo riconoscimento, e’ stata richiamata l’ettenzione delle grandi aziende cioccolatiere, come CasaLuker, e di investitori privati che hanno chiesto di appoggiare questo progetto di Sviluppo Alternativo. Cosi’ e’ stato fondato Distrito Chocolate.
Nelle tre aziende che ora sono a Bogota’ -e nelle 30 che sono in progetto in tutto il Paese- si vendono prodotti creati col cacao che coltivano gli agricoltori associati alla rete nazionale dei cacaoteros. Con questo si chiede che il contadino conosca tutto il processo di produzione, “che sappia che il cacao puo’ avere un valore aggiunto; se si tosta, se si pianta, se si fanno dolci”, dice Urbano. Ma in questo senso c’e’ molto da fare.
Luz Dary Barreto, per esempio, altro membro dell’associazione, produce tavolette di cacao in modo artigianale. Lei stessa tosta il cacao, lo sgrana e lo mette poco a poco in un piccolo mulino, non abbastanza per fare un lavoro industrializzato. Ma molte di queste tavolette non le puo’ vendere, perche’ non ha trovato il mercato giusto per farlo: “A Chiquinquirà a volte comprano, ma ad un prezzo molto basso”, dice.
Per il momento le aziende agricole hanno funzionato bene, con un cuoco che e’ incaricato delle bevande e con una cioccolatiera, Marcela Portela, che prepara i piccoli dolci. Quello che si chiede e’ di avere le macchine adeguate perche’ la stessa Portela istruisca le contadine nella preparazione di questi dolcetti, e con questi realizzare tutti gli sforzi per creare in Colombia una cultura del cioccolato che possa competere con quella del caffe’. “E’ difficile”, riflette Urbano, “perche’ mentre uno svizzero consuma 12 chili di cioccolato ogni anno, un colombiano ne consuma mezzo chilo, e di cioccolato economico”. Tuttavia, i produttori non si arrendono. Chiedono di dimostrare (anche se sembra impossibile) che in un Paese come la Colombia, la pace e la legalita’ talvolta possono essere redditizie.

(articolo di Galo Martin Aparicio, pubblicato sul quotidiano El Pais del 17/04/2017)
 
 
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