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Conflitti e clima. Perche’ le carestie sono tornate
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Articolo di Redazione
28 marzo 2017 15:45
 
 La piu’ importante crisi umanitaria dopo la seconda guerra mondiale”: e’ cosi’ che il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha qualificato la situazione, lo scorso 22 febbraio, lanciando un appello alla solidarieta’ internazionale per aiutare i quattro Paesi in cui la carestia e’ di nuovo apparsa.
In Nigeria, Somalia, in Sudan del Sud e Yemen, “milioni di persone sono in lotta tra malnutrizione e morte, vulnerabili a malattie ed epidemie, costretti ad uccidere il proprio bestiame per nutrirsi ed a mangiare i cereali che avevano messo da parte per seminare per il prossimo raccolto. Le donne e le ragazze sono le prime vittime”.
Lo stato di carestia e’ stato ufficialmente decretato in Sudan del Sud il 20 febbraio: 100.000 persone della regione dell’Unita’, nel nord del Paese, rischiano di morire di fame, secondo l’ONU che, per i quattro Paesi in stato di allerta, valuta in piu’ di 20 milioni il numero di persone minacciate.
- Yemen: 7,3 milioni
- Sudan del Sud: 6,1 milioni, di cui 100.000 gia’ toccate
- Nigeria (nord-est): 5,1 milioni
- Somalia: 2,9 milioni.
La crisi e’ ben lontana di limitarsi a questi quattro luoghi. Trentasette Paesi avrebbero bisogno di assistenza nel 2017, secondo l’ultimo bollettino alimentare e le prospettive di raccolti pubblicato all’inizio di marzo dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO).
Ventotto sono in Africa, comprendendo una larga fascia dal Mali all’Etiopia e, piu’ a sud, dal Mozambico al Madagascar. Tutti sono Paesi molto poveri dove la crescita demografica e’ forte, dove gli agricoltori sono poco produttivi, le capacita’ di resistenza alle situazioni di rottura, limitate, e i conflitti, piu’ frequenti che in passato. La loro storia ha lasciato nelle memorie il ricordo di alcuni dei disastrosi drammi umanitari di questi ultimi decenni: Biafra (1967-1970), Sahel (1969-1974), Somalia (1991 e dopo 2011), Etiopia (1983-1985), Sudan (1998).
Guerre della fame
La siccita’ storica che colpisce l’est e il sud del continente in seguito all’evento di El Nino particolarmente vigoroso ha sicuramente un posto di rilievo tra le motivazioni. Questo fenomeno climatico che appare nel Pacifico ogni 7-10 anni, all’inizio della primavera del 2015 per calmarsi un po’ dopo, provoca piogge diluviali e inondazioni in America del Sud e, al contrario, temperature record in Africa o in Australia, accoppiati ad una diminuzione delle precipitazioni.
In Etiopia e in Somalia, in Kenya, per il secondo anno consecutivo, i raccolti sono stati duramente colpiti dalla debolezza delle piogge. In alcune regioni, i rendimenti sono scesi dell’80%, i raccolti sono pressocche’ spariti grazie alle acque basse dei fiumi. Calo di acqua e di luoghi per il pascolo, interi bestiami sono morti. Zimbabwe, Uganda, Tanzania, Mozambico, Leshoto… figurano anche nella lista dei Paesi colpiti da questi estremi fenomeni meteorologici che si moltiplicano con il cambiamento climatico. Nel sud del Madagascar, la situazione e’ anche giudicata drammatica con piu’ di 600.000 persone in insicurezza alimentare grave.
Nella maggior parte dei Paesi dove uomini e donne in questo momento lottano contro la fame, il clima sembra come una causa secondaria. Nei Paesi del Sahel, la raccolta di cereali e’ stata particolarmente deficitaria nel 2016, con i granai dove il livello si situava al disotto del 25% della media, secondo la FAO. In Ciad e Niger, due Paesi colpiti dall’inserruzione della setta islamica Boko Haram nella regione del lago Ciad, i prezzi del miglio e del sorgo sono calati sul mercato. “Non si puo’ relegare la crisi umanitaria intorno al lago Ciad ad una questione climatica. E’ una delle sue particolarita’”, conferma Alexandre Le Cuziat, direttore delle operazioni umanitarie nell’Africa dell’ovest e centrale di “Action contre la faim”.
Il Centroafrica ugualmente in situazione d’urgenza, non puo’ piu’ imputare i suoi mali al clima.
Conflitti, insicurezza, spostamenti massicci delle popolazioni, isolamento di regioni trascurate dai governi centrali, appaiono piu’ spesso all’origine di penurie di derrate o del loro aumento di costi che le rende inaccessibili ai piu’ poveri. La tesi del Premio Nobel dell’economia Amartya Sen, secondo la quale la fame appare solo nei Paesi dove non c’e’ democrazia, trova una nuova eco nella crisi attuale.
Nel Sudan del Sud, il piu’ giovane Stato del Pianeta, le truppe del presidente Salva Kiir e i fedeli del capo dell’opposizione ed ex-vicepresidente Riek Machar si combattono fra di loro da tre anni. Villaggi saccheggiati, donne violentate.. i civili sono le prime vittime. La carestia e’ stata dichiara all’Unita’, uno Stato del nord del Paese popolato da Nuer, l’etnia di Riek Machar, ma il conflitto si e’ esteso in tutto il Paese, portando scompiglio nelle attivita’ agricole, comprese quelle delle regioni tradizionalmente in surplus alimentare. Il 17 marzo, un rapporto confidenziale giunto all’Onu, accusava il governo di Juba di utilizzare le sue magre risorse per l’acquisto di armi piuttosto che a portare soccorso alla sua popolazione.
Una risposta internazionale tardiva
“Tutto il mondo sa che qualcosa di grave si sta preparando”. Questa frase di Klaus Haugaard Sorensen, ex-direttore del servizio di aiuto umanitario e di protezione civile dell’Unione Europea (ECHO), non e’ una novita’ per nessuno di coloro che, sul terreno, hanno visto la situazione degradarsi dal 2015. Al lato delle crisi “ad effetto rapido”, che provocano conflitti con lo spostamento massiccio della popolazione, le crisi “ad effetto lento” legate al clima, sono anch’esse al centro dell’attenzione.
Dopo le grandi siccita’ degli anni 1970 e 1980 in Africa dell’ovest, diversi sistemi di allerta precoce sono stati creati a livello regionale. L’Africa dell’ovest, l’Africa dell’est e l’Africa australe possiedono gìa’ ognuna il proprio. L’Usaid, l’agenzia di cooperazione internazionale americana, finanzia anche una rete di sorveglianza contro la fame in 35 Paesi. A novembre del 2015, questa rete chiamata Fewsnet, metteva chiaramente in guardia contro le conseguenza di El Nino sul Corno d’Africa, considerato dagli esperti con un indicatore avanzato dell’evoluzione prossima, e mostrava una aridita’ dei suoli “mai registrata negli ultimi trenta anni”.
Le ONG che vogliono disporre di dati indipendenti dai governi, possiedono per conto proprio delle specifiche informazioni. “Abbiamo dei siti sentinella e personale formato per effettuare i rilievi”, spiega Alexandre Le Cuziat. Misure di intervento quando le infrastrutture locali sono deficitarie, raccolta di prezzi delle derrate di base sui mercati, monitoraggio della copertura della vegetazione a partire da immagini satellitari.. “Nell’estate del 2016, i nostri dati ci dicevano che la situazione era grave".
I donatori oberati dalla moltiplicazione delle crisi
Per arginare i rischi di carestia in Nigeria, in Sudan del Sud, in Somalia e in Yemen, l’ufficio di coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite (OCHA) stima che occorra trovare 4,4 miliardi di dollari (4 miliardi di euro). “Questa somma deve essere imperativamente resa disponibile prima del mese di luglio per evitare una catastrofe, dice Jens Laerke, portavoce della OCHA. Per il momento, solo il 10,2% delle richieste e’ stato coperto”. La Nigeria e’ il Paese dove i bisogni sono meno soddisfatti, con un 5% di impegno sui 734 milioni di dollari reclamati.
“E’ chiaro che la mancanza di soldi limita la nostra capacita’ di risposta”. I progetti di risposta sono pronti fin dal 2016. Le équipe sono la’ e il coordinamento tra i diversi attori umanitari funziona. Queste situazioni non sono nuove per noi”, dice il rappresentante dell’ONU
Ogni Paese in coordinamento con le agenzia dell’ONU e’ pronto con “un piano di risposta umanitaria”. All’interno di questi vasti dispositivi che coprono molto bene l’educazione di base e la ricostruzione delle citta’ e dei villaggi, l’aiuto alimentare, la nutrizione, l’accesso all’acqua e i sistemi di igiene, sono i quattro settori prioritari d’intervento.
Ma, di fronte alla moltiplicazione delle crisi umanitarie e delle guerre, tra cui quella in Siria ha il peso maggiore, i Paesi donatori riescono sempre peggio a rispondere agli appelli lanciati dai Paesi in sofferenza. Nel 2017, 130 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria attraverso il mondo, secondo la OCHA, i cui appelli ai fondi sono di 22 miliardi di dollari, due volte in piu’ che all’inizio del decennio.
Umanitari incapaci di agire
A nord-est della Nigeria come in Yemen, in Sudan del Sud o in Somalia, l’intervento delle ONG umanitarie e’ limitato dall’insicurezza. In Nigeria, il 22 marzo, un nuovo attacco contro un campo di sfollati si e’ tenuto a Maiduguri, la principale citta’ dello Stato di Borno, dove e’ nato il gruppo islamista Boko Haram. Raggiungere le basi dove sono raggruppati tutti gli attori dell’urgenza, e’ ancora piu’ pericoloso. Sei umanitari sono stati uccisi in Sudan del sud domenica 26 marzo mentre andavano all’est del Paese. Otto altri rappresentanti di un’organizzazione americana erano stati rapiti qualche giorno prima. In Somalia, gli Al-Shabaab si oppongono alla presenza degli aiuti umanitari.
Di fronte alla difficolta’ di muoversi sul terreno, operazioni di distribuzione di viveri sono per esempio organizzate in Nigeria con tre elicotteri di cui dispongono le Nazioni Unite a Maiduguri. Missioni di qualche ora sono tentate per valutare i bisogni nei territori di recente ripresi da Boko Haram. L’ONU spera di poter installare delle piattaforme logistiche nel corso delle prossime settimane per facilitare l’accesso alle zone piu’ colpite.
I gruppi insorgenti non sono solo responsabili di questa insicurezza a cui devono far fronte le ONG. Il presidente di Médecins sans frontières, Joanne Liu, ha fatto appello a piu’ riprese ai governi per gli impegni della Convenzione di Ginevra di cui sono firmatari, convenzione che assicura la protezione dei civili e garantisce l’accesso degli aiuti umanitari alle popolazioni.
In attesa, tutti riconoscono che sono le comunita’ locali che, fino ad oggi, hanno fatto i maggiori sforzi per accogliere e venire in aiuto ai milioni di sfollati.

(articolo di Laurence Caramel, pubblicato sul quotidiano Le Monde del 28/03/2017)
 
 
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