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Decrescita e riconversione. Se non è economicamente vantaggiosa per i singoli è solo un bluff
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Articolo di Vincenzo Donvito
17 dicembre 2018 11:40
 
 Ma siamo sicuri che le politiche per la decrescita e la riconversione, che sembrano passaggi essenziali prima che il nostro Pianeta “esploda”, debbano essere fatte con aggravi economici per gli amministrati e per i singoli? Vediamo cosa accade.
Stamane al bar ho chiesto una brioche integrale e, siccome avevo già fatto lo scontrino per brioche e caffè, il barista mi dice di dover andare alla cassa a fare un supplemento perché integrale costa di più.
Poi sono andato al panificio a comprare il pane. A parte che ormai – e ritengo possa essere un bene – sembra di entrare in una “boutique”, anche qui, per il filoncino integrale o ai cereali, il prezzo era maggiore di quello con farina bianca. Eppure – ho pensato – non dovrebbe costare meno quello integrale, visto che la farina non-bianca dovrebbe subire meno processi lavorativi?
Eccomi al supermercato. L’intenzione è di acquistare delle carote che sappiano di carote e non di un qualche prodotto chimico, quindi mi sono diretto al bancone bio. Confronto i prezzi: il bio, in generale, costa il 30% di più del cosiddetto normale. Mah, con tutte le aziende bio che ci sono e un mercato che non fa altro che crescere, anche gli eventuali costi non legati alla produzione in senso stretto dovrebbero essere uguali a quelli degli altri… Poi, siccome mi piace davvero tanto, vado a prendermi una bottiglietta di sciroppo d’acero (rigidamente made in Canada, ma con etichette italiane, quindi: grande distribuzione) e anche qui noto la nuova etichetta, dove compare la dizione “biologico” e costa il 10% in più dell’ultima bottiglietta “normale” che avevo acquistato. Mi viene il dubbio come per la verdura bio, più qualche altra cattiveria sull’onestà dell’etichetta, ma me la tengo.
E lo stesso, nel supermercato, mi accade per tanti altri prodotti, bio o km zero che dir si voglia (1).
Poi mi leggo il giornale. Mi soffermo sulla nuova cosiddetta ecotassa che parte del governo ha proposto e su cui discutono tanto. L’intento è quello di favorire le auto elettriche, ma praticamente, siccome queste vetture (che oggi sono lo 0,25% del mercato) continuerebbero a costare tantissimo anche con gli incentivi, e le auto “normali” subiscono una nuova salata imposizione fiscale… praticamente è una imposta in più per chi compra un’auto, e non potrà servire al motivo per cui è stata proposta (1).
La mia osservazione peripatetica si ferma e mi metto a leggere un po’ di pubblicità: ovunque ci sia un qualche specchietto con le dizioni “bio”, “km zero”, “naturale”, etc. oltre alla selva dei marchi di indicazione geografica e/o protetta: i prezzi vanno tutti all’insù.
E’ ovvio che i prezzi più alti, e la specificazione delle caratteristiche, per alcuni prodotti possono anche essere legati ad una specifica qualità (3).
Ma qui non stiamo affrontando la questione della qualità dei prodotti, ma il fatto che tutto quello che in qualche modo si discosta dal “tradizionale” o “standard” debba in qualche modo costare di più. Qualcuno potrà dire che le filiere commerciale di certi prodotti sono più limitate di quelle su cui si muovono i prodotti più diffusi, e questo fa lievitare i costi; e questo è vero, ma si tratta di casi in calo visto che mediamente anche le filiere “alternative” ammortizzano bene tutti i costi base.
Ma anche questo non è quello che stiamo qui affrontando.
Conveniamo che occorrono politiche di decrescita, di riconversione dei modelli produttivi e di consumo? Sì che il nostro Pianeta sia vivibile anche per i nostri figli e nipoti? E, in senso più generale, perché i Paesi che stanno passando dal sottosviluppo allo sviluppo non percorrano quegli stessi modelli di produzione e consumo che oggi, nei cosiddetti Paesi ricchi, si stanno ritorcendo contro l’economia, la salute, la società e la politica?
Se siamo attenti agli interrogativi sopra posti non possiamo prendere in scarsa considerazione che oggi, le proposte e le realtà “alternative” sono appannaggio solo di chi ha più soldi (ricavati magari coi metodi che si vorrebbero modificare). Mentre la gran massa di persone (che notoriamente ha meno soldi) acquista e consuma coi vecchi metodi.
La riconversione ecologica deve quindi costare più soldi, spesso pagata (come nel caso dell’imposta sulle auto inquinanti) da chi ha meno soldi? E deve essere oggi goduta solo da chi ha soldi?
No, c’è più di qualcosa che non torna. Se la riconversione ecologica non viene trattata come una moda (in quanto tale suscettibile di qualunque decisione da parte dei singoli attori dei mercati), ma come una necessità, le nostre istituzioni devono far sì che produzioni e consumi alternativi debbano essere per la gran massa e, soprattutto, debbano costare meno di quelli non-ecologici. Una tendenza che deve essere prioritaria per chi governa con tasse e politiche, e chi consuma e produce con comportamenti e scelte.
Questo è quanto a nostro avviso dovrebbe accadere in un regime democratico, sì che a partecipare alle indicazioni e alle scelte siano in molti ad essere invogliati. Se così non è, crediamo di essere di fronte a feroci mistificazioni del problema e della buona fede degli amministrati e dei consumatori.

1 – una volta venivano chiamati prodotti del contadino, ma i tempi cambiano, per tanti motivi, anche perché, in quei rari casi in cui se ne trova qualcuno, i “contadini non sono più quelli di una volta...”.
2 – qui un nostro articolo di approfondimento sulla proposta di ecotassa per le auto: https://www.aduc.it/comunicato/ecotassa+auto+inutile+ai+fini+stessi+cui+sarebbe_28854.php
3 – alcuni prodotti di mega qualità, spesso, non si fregiano di nessun appellativo che non il proprio marchio commerciale: abbigliamento, vini, olii, alimenti in generale, financo ai materiali da costruzione.
 
 
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